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  • Parabola dei servi vigilanti (Lc 12,35-40)





    35 I vostri fianchi siano cinti, e le vostre lampade accese;
    36 siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando tornerà dalle nozze, per aprirgli appena giungerà e busserà.
    37 Beati quei servi che il padrone, arrivando, troverà vigilanti! In verità io vi dico che egli si rimboccherà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
    38 Se giungerà alla seconda o alla terza vigilia e li troverà così, beati loro!
    39 Sappiate questo, che se il padrone di casa conoscesse a che ora verrà il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.
    40 Anche voi siate pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate.




    1. Perché nominare specificamente i fianchi? Perché nei fianchi sta tutta la ragione del corpo; nei fianchi si sviluppano tutte le attività della carne; nei fianchi sta ogni occasione della caduta umana, dell’umana fragilità […] Per questo motivo principalmente il Signore comanda che i nostri fianchi siano stretti dalla cintura della castità e prescrive che tutto ciò che nella nostra carne penzola, è fluttuante, è rilassato, sia costretto dentro l’ininterrotta cintura della virtù , affinché, una volta cinta la carne, sia reso libero, veloce senza impacci l’incidere della nostra mente per incontrare il Signore […] come insegna l’apostolo: “Mortificate quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e l’avarizia che è la schiavitù degli idoli” (Col 3,5). La carne, dunque deve essere legata con la cintura della continenza, affinché, non abbandonandosi ai vizi e non essendo oppressa da tutto il peso dei peccati, sia in grado di percorrere i sentieri superni e celesti.
    (Pietro Crisologo, Sermoni, 24, 2).

    2. A quelli che dovevano mangiare la carne dell’agnello immolato, Dio ha comandato per mezzo di Mosè: “Lo mangerete in questa maniera: con i vostri fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano” (Es 12,11). Senza dubbio considerò che chi sono partecipi di Cristo, devono avere lo spirito pronto per fare opere magnifiche ed entrare in quel cammino che la legge divina ci comanda di affrontare. […] Infatti Dio disse per mezzo di uno dei suoi profeti, preannunziando il loro ritorno da Babilonia: “Considera le vie, fortifica i tuoi fianchi, raccogli tutta la tua forza” (Naum 2,1) […] li comanda di cingere i fianchi, cioè di prepararsi ad affrontare le tribolazioni e le prove del cammino.
    (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, 12, 35).

    3. Beati quelli nelle cui mani stanno le lucerne accese delle buone opere. Così, infatti, dice lo stesso Signore: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone ed esaltino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). E come una lucerna davanti agli occhi, così risplenda negli animi un’opera buona. La lucerna non fa luce soltanto a chi la regge, ma a molti; così un’opera buona, mentre risplende in un’unica azione, col suo esempio illumina molti. La lucerna respinge l’oscurità della notte, l’opera buona mette in fuga le tenebre della malvagità. Accendiamo con le opere buone la lucerna nelle nostre mani, se vogliamo risplendere davanti al Signore e davanti agli uomini.
    (Pietro Crisologo, Sermoni, 22, 5).

    4. Due sono quindi i comandi dati: cingere i lombi e tenere le lucerne, cioè custodire il nitore della castità nel corpo e la luce della verità nelle opere. Al nostro Redentore non può infatti essere gradito uno dei due atteggiamenti se disgiunto dall’altro; che cioè non si distacchi dalle macchie della lussuria chi compie le opere buone o che non si impegni nel compiere il bene chi già eccelle a motivo della castità. Dunque, la castità non è una gran virtù se disgiunta dalle opere buone, e queste non hanno valore se non sono accompagnate della castità. […] Occorre anche che ognuno tenda alla patria celeste e non si limiti ad astenersi dai vizi per ricevere una stima solo terrena. Se anche talora si impegna in qualche opera buona per essere oggetto di questa stima, non deve fermarsi a questo solo orizzonte e cercare la gloria mondana attraverso le buone opere, ma ponga tutta la speranza nella venuta del suo Redentore.
    (Gregorio Magno, Omelie sul Vangelo, 13, 1-2).

    5. Chi invece dice: Il mio padrone tarda a venire, per poter strapazzare i conservi e gozzovigliare con gli ubriaconi, non è figlio della luce ma delle tenebre e perciò la fine del mondo lo sorprenderà come un ladro. Ciascuno deve temere una simile eventualità anche per l'ultimo giorno della propria vita. Come ognuno sarà trovato nell'ultimo giorno della propria vita, così sarà sorpreso nell'ultimo giorno del mondo, poiché come uno muore in quel giorno, così sarà giudicato nell'ultimo giorno. L'esortazione di S. Paolo si ricollega con quella che si trova scritta nel Vangelo di Marco: Vegliate dunque, perché non sapete quando verrà il padrone di casa, se la sera o a mezzanotte o al canto del gallo o la mattina, affinché, venendo all'improvviso, non vi trovi a dormire. Quel che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate (Mc 13, 35-37). Chi sono tutti coloro ai quali si rivolge il Signore, se non i suoi eletti e prediletti che sono parte del suo corpo, il quale è la Chiesa (Col 1, 24)? Non si rivolse dunque solo a quelli che lo ascoltavano parlare allora, ma anche a coloro che sarebbero venuti dopo i discepoli fino a voi e anche a noi stessi e a quanti verranno dopo di noi fino al giorno della sua venuta.
    (Agostino, Lettere, 199, 1, 2-3).

    6. Sta in vigile attesa chi tiene aperti gli occhi dell’anima di fronte alla vera luce, chi attua nelle opere i valori in cui crede e chi respinge le tenebre del torpore e della negligenza. Per questo infatti Paolo scrive: “State in guardia, voi giusti, en non peccate” (1Cor 15,34). E ancora: “È ormai tempo di svegliarci dal sonno” (Rm 13,11).
    (Gregorio Magno, Omelie sul Vangelo, 13, 3).

    7. Infatti la luce che brilla negli occhi scaccia il sonno, e il fianco, quando è ristretto dalla cintura, rende il nostro corpo inaccessibile al sono, in quanto la sensazione della fatica non permette di rilassarsi in esso. Senza dubbio sono chiare le realtà rivelate da questi simboli, nel senso che colui che si è cinto della temperanza vive nella luce, perché la coscienza pura con la lampada della libertà di parola ne illumina la vita, e se la verità brilla davanti a lui, la sua anima rimane insonne e libera da ogni inganno, né si ristupidisce dietro ad alcun sogno di queste realtà imperfette. Dunque, se si ottiene questo retto comportamento, secondo il suggerimento del testo, ci accoglierà una vita angelica.
    (Gregorio di Nissa, Omilie sul Canto dei Cantici, 11).

    8. Questi tre precetti, cioè l'astenersi dal male, compiere il bene e sperare nel premio eterno sono ricordati negli Atti degli Apostoli, dove sta scritto che Paolo “li istruiva sul dovere della continenza, della giustizia e sulla speranza della vita eterna” (At 24,25). Alla continenza si riferisce il precetto “d'essere pronti con la cintura ai fianchi”, alla giustizia quello “d'avere le lampade accese”; al dovere di aspettare il Signore si riferisce la speranza della vita eterna. Fuggi dunque il male: ecco la continenza, è questo che significa avere la cintura ai fianchi; e fa' il bene, ecco la giustizia, ecco le lampade accese; cerca la pace e perseguila, ecco l'aspettativa del mondo avvenire; siate dunque simili a quei servi che aspettano il loro padrone che deve tornare da una festa di nozze.
    (Agostino, Omilie, 18, 2).

    9. Poiché, dunque, le nozze sono già state compiute e la Chiesa è stata sposata dal Logos, come dice Giovanni: “Colui che ha la sposa è lo sposo” (Gv 3,29), ed essa è stata accolta entro il talamo dei misteri divini, gli angeli attendevano il ritorno del re della gloria nella beatitudine che gli spetta per sua natura. A questi angeli, dunque, il testo dice che dobbiamo essere fatti simili nella nostra vita, affinché, come quelli vivendo liberi da ogni inganno e da ogni malvagità, sono pronti ad accogliere il ritorno del Signore, così anche noi, stando desti nel vestibolo delle nostre dimore, siamo pronti ad ascoltarlo, allorquando, fermandosi, egli picchierà all’uscio. “Beati quei servi”, dice il testo, “che il loro padrone, tornando, avrà trovato che fanno così”.
    (Gregorio di Nissa, Omelie sul Canto dei Cantici, 11).

    10. Viene il Signore quando si avvicina per il giudizio; bussa, quando – attraverso i disturbi della malattia – fa capire che la morte è vicina. Possiamo dire di aprirgli subito, se lo accogliamo con amore. Non vuole infatti aprire al Giudice che bussa chi teme di lasciare la dimora corporea e di incontrare, per il giudizio, Colui che ricorda di aver disprezzato. Chi invece è sicuro sulla base della speranza e per le azioni compiute, gli apre subito, appena bussa, essendo pronto a sostenerne il giudizio, e quando si accorge che sta per scoccare l’ora del transito gioisci per la gloria del premio. Per questo subito si aggiunge: “Beati quei servi che il padrone, tornando, troverà in vigile attesa”.
    (Gregorio Magno, Omelie sul Vangelo, 13, 3).

    11. Dio si succingerà le vesti e farà accomodare a tavola e, passando, li servirà. Inaudito mutamento della situazione, terribile riduzione del potere, spaventosa trasformazione della servitù, perché per un po’ il servo è rimasto ritto con la veste succinta nell’attesa del suo Signore e con breve fatica porterà la fede che lo sostiene, mentre, per rendergli il ricambio, la Divinità […], mentre l’uomo sta a tavola, Dio gli sta ritto accanto. Il Signore serve il servo che banchetta.
    (Pietro Crisologo, Sermoni, 24, 5).