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3. "E senza parabole non predicava loro"

1. E senza parabole non parlava loro: non nel senso che non si espresse mai in linguaggio proprio ma in quanto in ogni discorso, o quasi, la spiegazione stessa comprende elementi parabolici, anche se non mancano parti dove è usato il senso proprio. Ne segue che s’incontrano spesso discorsi interi composti di sole parabole, mentre non se ne trova nessuno espresso totalmente in linguaggio proprio. Parlo dei discorsi completi, cioè quelli nei quali il Signore comincia a parlare partendo da un’occasione che gli si presenta e conclude esponendo tutto ciò che ad essa si riferisce, per passare poi ad un altro argomento. Da notare in proposito che talvolta un evangelista collega fra loro cose che un altro riferisce essere state dette in altro tempo. Ciascuno di loro infatti ordinò il racconto che intendeva comporre non secondo l’ordine reale dei fatti ma piuttosto come gli era consentito dal ricordo che ne serbava. (Agostino, Quaestioni su Mt, 14)

2. Avete capito tutte queste cose? Gli rispondono: Sì. Replicò loro: Perciò ogni scriba istruito sul regno dei cieli è simile a un padrone di casa che dal suo tesoro tira fuori cose nuove e cose vecchie. Ci si chiede se con questa conclusione abbia o no voluto spiegare che cosa intendeva chiamare col nome di tesoro nascosto nel campo (cf. Mt 13,44). Con esso infatti ci si intendono le sacre Scritture, raccolte in quelli che si chiamano i due Testamenti, il Nuovo e il Vecchio, conforme sembra abbia egli voluto designare in quella spada doppiamente tagliente (cf. Apc 1,16) di cui si parla nell’altro evangelista. Bisogna però tener presente che egli aveva parlato in parabole e che, avendo chiesto ai discepoli se le avessero capite, essi avevano risposto di sì. In tal caso con quest’ultima immagine, quella del padrone di casa che dal suo tesoro tira fuori cose nuove e cose vecchie, volle forse mostrare che nella Chiesa deve ritenersi dotto colui che comprende anche le Scritture antiche, spiegate per mezzo di parabole, ricavando norme di vita attraverso queste nuove forme. È quel che faceva lo stesso nostro Signore quando illustrava mediante parabole. È vero infatti che Cristo è il fine (cf. Rm 10,4) di tutte le realtà del Vecchio Testamento e che in lui esse sono giunte a compimento; tuttavia egli, nel quale tutto si compiva e palesava, seguitò a parlare in parabole finché la sua Passione non squarciò il velo (cf. Mt 27,51), sicché non restò nulla di occulto che non fosse rivelato (cf. Mt 10,26). A molto maggior ragione dobbiamo ritenere che erano celate dal velo della parabola tutte quelle cose che furono scritte molto tempo prima sul suo conto affinché fosse apprezzato il grande mistero della salvezza. Tali cose i giudei seguitano ancora a prenderle alla lettera e non hanno mai voluto istruirsi sul Regno dei cieli né passare a Cristo, perché fosse tolto il velo posto sopra il loro cuore (cf. 2Cor 3,15-16). (Agostino, Quaestioni su Mt, 15).

3. Voi sapete però che quei tre elementi ricordati ieri, nei quali non si sviluppò bene il seme, cioè la strada, il terreno sassoso e quello pieno di spine, sono la stessa zizzania. Ma nell'altra parabola essi hanno preso un nome diverso. Poiché quando si espongono dei paragoni o non si esprime il senso proprio per mezzo di essi o non si denota la realtà ma la somiglianza d'una realtà. So che pochi hanno capito quanto ho detto, ma noi parliamo per tutti. Nella realtà visibile la strada è la strada, il terreno sassoso è un terreno pieno di sassi, un terreno pieno di spine è un terreno pieno di spine; sono ciò che sono perché essi sono nominati in senso proprio. Nelle parabole invece e nei paragoni un'unica realtà può essere chiamata con molti nomi. Non sarebbe quindi illogico che io dicessi: "La strada, il terreno sassoso, quello pieno di spine sono i cattivi cristiani; essi sono anche la zizzania ". Cristo non è forse un agnello, non è forse anche un leone? In mezzo alle belve e al bestiame chi è agnello è agnello, chi è leone è leone, ma Cristo è l'una e l'altra cosa. Ciascuno degli animali preso singolarmente ha un senso proprio; questi due invece denotano l'una e l'altra cosa per via di paragone. Più frequentemente accade che a causa di una similitudine vengono chiamate con un sol nome realtà molto differenti tra loro. Orbene, che v'è di più differente tra loro che Cristo e il diavolo? Eppure è chiamato leone sia Cristo che il diavolo. Cristo è un leone: Ha vinto il leone della tribù di Giuda (Apc 5,5). È leone il diavolo: Non sapete che il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro in cerca di chi divorare? (1Pt 5,8). È dunque sia leone quello che questo: l'uno leone a causa della fortezza, l'altro leone per la sua ferocia; il primo è leone per vincere, il secondo è leone per nuocere. Lo stesso diavolo è serpente, il serpente antico (cf. Apc 12,9); ci è stato forse comandato d'imitare il diavolo quando il nostro pastore ci dice: Siate semplici come colombe, astuti come serpenti (Mt 10,16)? (Agostino, Discorsi, 73,2).

4. A questo proposito è da ricordare che alcune parabole del Signore si basano sulla similitudine. Tale è la parabola di quel servo al quale il padrone condonò tutto quello che, fatti i conti, risultò essergli dovuto, mentre lui non volle concedere nemmeno una piccola dilazione al compagno di servizio (cf. Mt 18,23-35). [...] E così tantissime altre, nelle quali per la somiglianza delle situazioni si ricava la comprensione del senso per cui sono state proposte: esse lo insinuano e noi lo si va a ricercare. Altre volte invece la parabola dimostra qualcosa in forza della dissomiglianza. Così le parole: Se Dio veste così l’erba del campo che oggi c’è e domani viene gettata nel forno, quanto più vestirà voi, gente di poca fede? (Mt 6,30). [...] Pertanto la prima categoria [di parabole] può completarsi con parole come queste: Come nella parabola così nei fatti. La seconda categoria al contrario: Se nella parabola avvenne così, quanto più nei fatti; ovvero: Se non si approva la parabola, quanto meno la realtà. Ma questi rapporti a volte sono presentati in maniera oscura, mentre altre volte in maniera palese. (Agostino, Questioni sui vangeli, II 45,1).

5. Non meravigliarti se, parlando del regno, ha menzionato il granello di senape e il lievito, perché parlava a uomini rozzi e ignoranti, che avevano bisogno di essere istruiti con queste immagini. Erano così sprovveduti che, anche dopo tutti questi accorgimenti, avevano bisogno di molte spiegazioni. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 46,2).

6. La folla non ha un solo e identico pensiero; in ognuno c’è una diversa volontà. Ecco perché egli si rivolge alla folla con molte parabole, affinché ognuno riceva il suo particolare insegnamento a seconda del suo particolare sentire. Va osservato che Gesù non parla alla folla sempre in parabole, ma lo fa spesso. Se parlasse sempre in parabole, la folla non ne ricaverebbe troppo giovamento. Egli mescola chiari insegnamenti a oscure parole, affinché ciò che gli ascoltatori comprendono li spinga (provocentur) a cercar d’intendere ciò che non capiscono. (Girolamo, Commento in Matteo, 13,3).

7. Marco dice: "Annunziava loro la parola con parabole come erano capaci di capire" (Mc 4,33). Poi per mostrare che non introduceva nessuna novità, presenta il profeta che preannunzia questo metodo di insegnamento. E per farci conoscere l’intenzione di Cristo, che parlava in questo modo non perché essi fossero nell’ignoranza, ma per spingerli a fare domande, ha aggiunto: "e non parlava ad essa se non in parabole"; eppure ha detto molte cose non in parabole, ma allora no. Tuttavia nessuno lo interrogò; eppure spesso interrogavano i profeti come Ezechiele e molti altri, ma costoro non facevano niente di simile. Nondimeno quanto era stato loro detto era capace di metterli in agitazione e di sollecitarli a fare domande, perché le parabole minacciavano una grandissima punizione; ma tuttavia non si smossero neppure così. Perciò li lasciò perdere e se ne andò. "Allora", dice, "Gesù lasciò la folla e se ne andò a casa sua" (Mt 13, 36). Non lo segue nessuno degli scribi, per cui è chiaro che lo seguivano per nessun altro motivo se non per coglierlo in fallo. Poiché non compressero le sue parole, allora li lasciò. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 47,1).

8. "Molti profeti e molti giusti desiderarono vedere ciò che voi vedete e non lo videro; udire ciò che voi udite e non lo udirono..." Abramo vide (cf. Gv 8,56), ma confusamente, non nella realtà; voi apostoli invece lo avete presente, tra voi è il vostro Signore, lo potete liberamente interrogare, mettervi a tavola con lui. (Girolamo, Commento in Matteo, 13,17).

9. Stando seduto là (sulla barca), parla in parabole. "Allora", dice, "parlò loro molto in parabole" (Mt13,3). Eppure sul monte non fece così, né strutturò il discorso con tante parabole, perché allora c’erano soltanto la folla e un popolo semplice, mentre qui c’erano anche scribi e farisei. Osserva quale parabola dice per prima e come Matteo le presenti secondo un ordine logico. Quale dice per prima? Quella che occorreva dire prima di tutte, che rendeva l’ascoltatore più attento. Poiché infatti si accingeva a parlare in modo enigmatico, desta l’animo degli uditori innanzitutto mediante questa parabola. [...] Non soltanto per questo motivo parla in parabole, ma per rendere anche più vivace il suo discorso, imprimerlo meglio nella loro memoria e mettere le cose sotto i loro occhi. Così fanno anche i profeti. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 44,2).

10. "Quel giorno Gesù, uscito di casa, sedeva in riva al mare. E si andò radunando intorno a lui una folla così grande, che egli fu costretto a salire su una barca e vi si pose a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia." (Mt 13,1-2) Il popolo non poteva essere introdotto nella casa di Gesù, né esser presente dove gli apostoli udivano i misteri; per questo il Signore misericordioso e compassionevole esce dalla casa sua e siede presso il mare di questo secolo, in modo che le folle gli si possano stringere intorno e, stando sulla riva, possano ascoltare le cose che non erano degne di udire stando in casa. Gesù sale sulla barca e vi prende posto, le onde percuotono l’imbarcazione su cui egli sta, sicuro nella sua maestà, e infine comanda di accostare la barca alla riva. Il popolo, senza correre nessun rischio, senza essere circondato dalle tentazioni che non potrebbe sopportare, se ne sta fermo sulla spiaggia, per ascoltare le sue parole. (Girolamo, Commento in Matteo, 13,1-2).

11. Ma perché poi, dopo che si furono allontanati, parla in parabole anche a loro? Le sue parole li resero più intelligenti in modo da comprendere. Del resto in seguito dice loro: "Avete compreso tutte queste cose? Gli rispondono: Sì, Signore." (Mt 13,51) Così la parabola, tra gli altri, ottenne anche questo risultato, di renderli più perspicaci. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 47,2).

12. Non venirmi a dire che parlava in modo oscuro; potevano andare da lui e interrogarlo, come i discepoli, ma non vollero, perché erano negligenti e inerti. Che dico, non vollero? Agivano anche in modo contrario, perché non solo non credevano, non solo non ascoltavano, ma anche combattevano ed erano assai ostili nei confronti di quanto veniva loro detto; presenta il profeta muovere questa accusa, con il dire: erano maldisposti ad ascoltare. Ma quegli altri non erano così, perciò li proclamava beati. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 45,2).

13. Il sole espande la sua luce, con la quale da calore, me lo fa secondo la diversa disposizione dei corpi, ed è così che a un corpo lo scioglie a un altro lo indurisce, perché scioglie la cera ed indurisce l’argilla. In questa maniera grazie a una sola opera divina i cattivi peggiorano per la loro cattiveria; i buoni, in vece, diventano migliori. (Girolamo, Epistole, 120, 10, c. 1000).

14. Per questo il Padre ha rivelato il Figlio, per manifestarsi a tutti per mezzo di lui [...] e per chiudere giustamente, nella tenebra che si sono scelti da sé, quelli che non credono e per questo fuggono la sua luce. (Ireneo, Adversus haereses, IV 6,5).

15. Così un solo e medesimo Signore procura l’accecamento a quelli che non credono e non fanno alcun conto di lui –come fa il sole, la sua creatura, a quelli che per una certa debolezza degli occhi non possono guardare la sua luce–, ma a quelli che credono e lo seguono dà una più piena e più grande illuminazione della mente. (Ireneo, Adversus haereses, IV 29,1).

16. Queste parole sono rivolte a coloro che stanno sulla riva e non sono uniti a Gesù e vengono impediti dall’ascoltare chiaramente la parola sua dal rumore delle onde. Per loro si compie la citata profezia di Isaia: "Ascolterete, ma non capirete; guarderete, ma non vedrete." Queste parole sono rivolte alla folla che rimane sulla riva e non è degna di ascoltare le parole del Signore. Avviciniamoci anche noi, insieme coi discepoli, a Gesù, e preghiamolo di spiegarci la sua parabola, per evitare di assomigliare alla folla che invano possiede occhi e orecchi. (Il Signore) spiega il motivo per cui, guardando, non vedono, e ascoltando, non odono. Perché si è intorpidito il cuore di questo popolo, e sono divenuti duri di orecchi. E, per evitare che si possa pensare che l’intorpidimento del cuore e l’indurirsi degli orecchi siano dovute alla natura e non alla volontà, aggiunge: "... e hanno chiuso i loro occhi, affinché non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi, e non comprendano con il cuore, e non si convertano e io non li guarisca." (Mt 13,15). In parabole e oscuramente ascoltano dunque coloro i quali, avendo gli occhi chiusi, non vogliono vedere la verità. (Girolamo, Commento in Matteo, 13,13-15)

17. Devo decisamente mettere in chiaro anche questo: non c’è alcun altro che possa parlare in modo adeguato di questa parabola se non chi ha affermato con verità: "Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo." Ma chi è che ha riconosciuto il pensiero di Cristo che è in questa parabola, se non colui che si è affidato al Paraclito, del quale il Salvatore dice: "Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto"? Se non è infatti il Paraclito a insegnare tutto quello che disse Gesù [...] nulla potrà dirsi che sia degno di Gesù. E se tutti coloro che leggono il vangelo di Giovanni si mettessero alla ricerca di queste dichiarazioni sul Paraclito espresse dalla voce di Gesù, non darebbero retta, alcuni, come se fossero il Paraclito a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche [...] sì da chiamare gli spiriti menzogneri e i demoni col grande nome del Paraclito, che il Salvatore ha promesso agli apostoli e a chi è simile a loro. (Origene, Commento a Matteo, XV 30)

18. Occorre avere il coraggio di dire che i vangeli siano la primizia di tutte le Scritture, e che il vangelo secondo Giovanni sia la primizia dei Vangeli, i cui pensiero nessuno sia in grado di cogliere, se non dopo aver appoggiato il proprio capo sul petto di Gesù e aver assunto da Gesù, nato da Maria, Maria stessa come madre propria. (Origene, Commento al vangelo di Giovanni, I IV 23).