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Il vestito e gli otri (Lc 5,36-39)

36 Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio.
37 E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti.
38 Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi.
39 Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono!».

 



5.1. Il vestito e gli otri

1. Ilario di Poitiers, Commento al vangelo di Matteo, IX 3-4 (p. 124-125).

“Allora i discepoli di Giovanni si avvicinarono a lui e gli dissero: perché noi e i farisei digiuniamo spesso mentre invece i tuoi discepoli non digiunano?” [...] Ma egli risponde loro in un senso spirituale e mostra ai discepoli di Giovanni che egli era lo sposo. Giovanni effettivamente attestò che ogni speranza di vita era riposta nel Cristo. I suoi discepoli non potevano essere accolti dal Signore, mentre ancora era in corso la sua predicazione. La legge e i profeti infatti vanno fino a lui e se la legge non avesse avuto fine, nessuno di loro sarebbe passato alla fede del vangelo. Quanto poi alla risposta che i discepoli non sono obbligati a digiunare quando lo sposo è presente, con essa mostra la gioia causata dalla sua presenza ed il mistero del sacro cibo, di cui nessuno mancherà in sua presenza, cioè tenendo il Cristo presente nella propria mente. Dice invece che essi digiuneranno quando Egli sarà loro tolto perché tutti quelli che non crederanno che Cristo è risuscitato non avranno il nutrimento della vita. Infatti è nella fede della risurrezione che si riceve il sacramento del pane celeste e chiunque è senza il Cristo sarà digiuno del cibo della vita.

Perché poi capissero che a loro non potevano venire confidati questi misteri perfetti nei riguardi della salvezza, fino a che fossero rimasti ancorati alle cose vecchie si è servito di un paragone. Non si deve cucire un pezzo di stoffa rude su un vestito vecchio affinché il vigore del pezzo rude non rompa la fragilità del vestito vecchio. Così pure non si deve versare del vino nuovo in vecchi otri (infatti il calore del vino che fermenta rompe gli otri vecchi). Il che vuol dire che le anime ed i corpi, malati per l’invecchiamento prodotto dai peccati, non possono comprendere i misteri della nuova grazia. Infatti si produrrà uno strappo più largo, il vino si spargerà e gli otri vecchi si perderanno. Infatti la colpa di questi tali sarà doppia se non sosterranno l’invecchiamento prodotto dai loro peccati e l’energia prodotta dalla novità della grazia. Sicché i farisei e i discepoli di Giovanni non potevano accogliere qualcosa di nuovo se prima essi stessi non diventavano nuovi.


2. Girolamo, Commento al vangelo di Matteo, in Mt 9,16-18.

“Nessuno del resto mete una toppa di panno grezzo sopra un abito vecchio. L’aggiunta toglie infatti la sua robustezza al vestito e fa più gande lo strappo. E neppure si mette il vino nuovo in otri vecchi; altrimenti gli otri si rompono e il vino si versa e gli otri si perdono. Ma si mette il vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano.”

Ecco il significato del passo: fino a quando uno non sarà rinato e, deposto l’uomo vecchio per mezzo della mia passione, non avrà indossato l’uomo nuovo, non può osservare i troppo severi precetti del digiuno e della temperanza; questo per evitare che, a causa della eccessiva austerità, non abbia a perdere anche la fede che ora mostra di possedere. Per spiegare questo concetto, porta due esempi: quello degli otri vecchi e nuovi, e quello dell’abito vecchio riparato con stoffa nuova. Negli otri vecchi dobbiamo scorgere gli scribi e i farisei. La pezza di stoffa nuova e il vino nuovo rappresentano i precetti evangelici, che i giudei non possono osservare, a rischio di far più grande lo strappo. E’ quello che cercavano di fare i galati, mischiando al Vangelo i precetti della Legge e mettendo il vino nuovo negli otri vecchi. Ma l’apostolo così li apostrofa: “Stolti galati, chi vi ha ammaliato tanto da non farvi obbedire alla verità?” (Gal 3,1). La parola evangelica doveva dunque essere istillata assai più negli apostoli che negli scribi e nei farisei, i quali, corrotti dalle tradizioni degli antenati, non potevano custodire la verità dei precetti di Cristo. Ben diversa è infatti la purezza verginale dell’anima mai contaminata dal contagio di vizi antichi, dalla sozzura dell’anima di chi ha soggiaciuto alla tirannia di molteplici passioni carnali.


3. Pietro Crisologo, Sermoni, 31,4-5, (vol. I p. 235-237).

Il Signore aggiunse queste parole: “Nessuno mette una toppa di stoffa greggia su un vestito vecchio.” Intende dire che il corredo dell’antica legge era logorato dalle attenzioni giudaiche, corrotto nei sentimenti, diviso in partiti, sordido per azioni impure. Chiama stoffa greggia la veste del Vangelo. Ma ascolta di che stoffa si tratta: non è la parte di uno strappo, ma l’inizio della tessitura. Allora, infatti, per la prima volta veniva tessuta la tela della veste regale con la lana di Cristo, con la lana che dava l’agnello, “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Era tessuta la veste regale che il sangue della passione avrebbe tinto con lo splendore della porpora. Giustamente, dunque, Cristo vietava d’inserire questa stoffa greggia nella vecchiaia giudaica, perché lo strappo non diventasse più grande, se la novità cristiana avesse lacerato la vecchiaia giudaica.

E raddoppia l’esempio dicendo: “Non si può mettere vino nuovo in otri vecchi, altrimenti gli otri si rompono e il vino si versa e gli otri andranno perduti. Ma mettono il vino nuovo in otri nuovi, ed entrambi si conservano.” Chiama otri vecchi i Giudei, otri nuovi i cristiani; perché, come gli otri sono ripuliti da ogni sporcizia delle pelli e sono spalmati con pigmenti profumati, perché possano conservare intatto il sapore del vino, così i corpi umani mediante i digiuni sono purificati da ogni sporcizia delle colpe carnali e diventano otri predisposti per i torchi divini, per ricevere dal torchio della croce il vino nuovo, conservandone incorrotta la novità. Ma come i cristiani lo ricevono, così, se non saranno diventati cristiani, non lo avranno i giudei che, corrotti dai vizi e invecchiati nei mali, nel caso che abbiano ricevuto il vino nuovo, che è la parola del vangelo, si rompono e lo versano. Bisogna riconoscere, dunque, che Cristo, attraverso questi esempi, non volle che i suoi discepoli non digiunassero, ma volle che non mescolassero al digiuno vero quello fraudolento.



4. Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 30, 4 (vol. II p. 75-77).

“Nessuno, dice, mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio.” Di nuovo costruisce il discorso sulla base di esempi comuni. Le sue parole vogliono dire: I miei discepoli non sono ancora forti, ma hanno ancora bisogno di molta condiscendenza; non sono ancora stati rinnovati per mezzo dello Spirito. A chi si trova in queste condizioni non bisogna imporre il peso di precetti. Parlava così stabilendo per i suoi discepoli leggi e regole, perché, quando si sarebbero procurati discepoli da tutta la terra, li trattassero con molta mitezza.

“Né si mette vino nuovo in otri vecchi.” Hai visto che questi esempi sono simili a quelli dell’antico testamento? Vale a dire il vestito, gli otri? In effetti Geremia paragona il popolo ad una cintura ed inoltre fa riferimento agli otri e al vino. Poiché il discorso verteva sull’ingordigia e sulla mensa, ricava gli esempi da tali elementi. Luca poi dice anche qualcosa di più, che il nuovo si spacca se è applicato a ciò che è vecchio. Vedi che non solo non c’è alcun vantaggio, ma il danno è anche maggiore? Parla del presente, ma preannuncia il futuro, vale a dire che in seguito essi si rinnoveranno, ma finché ciò non si verifichi, non si deve imporre loro niente di duro e di pesante. Chi infatti, vuol dire, cerca di introdurre dottrine elevate prima del tempo opportuno, non troverà elementi idonei neppure quando il tempo lo richiederà, perché li ha resi inutili una volta per tutte. Questo non accade, a motivo del vino né dei recipienti, ma a causa dell’intempestività di coloro che lo versano. Così ci ha insegnato anche il motivo dell’umiltà delle parole che rivolgeva loro continuamente, perché, a causa della loro debolezza, diceva molte cose inferiori alla sua dignità. Giovanni, mostrando che egli aveva detto questo, afferma: “Molte cose ho da dirvi, ma per il momento non siete in grado di portarne il peso” (Gv 16,12). Perché non pensassero che fosse solo questo quello che aveva detto, ma immaginassero anche altre cose molto più sublimi, ha presentato la loro debolezza, promettendo che avrebbe parlato anche di quelle quando fossero diventati forti. Lo dice anche in questa occasione: “Verranno giorni, quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.” Dunque all’inizio non chiediamo neppure noi tutto a tutti, ma quello che è possibile, e presto arriveremo anche a ciò che è più elevato. Se incalzi e ti affretti, proprio per questo non incalzare, perché ti affretti. Se le mie parole ti sembrano un enigma, apprendilo dalla natura stessa delle cose e allora ti renderai conto di tutto il senso delle mie parole. Non ti turbi nessuno di quelli che accusano fuori luogo, perché anche in questo caso erano i farisei quelli che accusavano e i discepoli quelli che erano rimproverati.


5. Beda, Commento al vangelo di Marco, I, in Mc 2,21-22 (p. 84-86)

“Nessuno cuce una toppa di panno grezzo sopra un vestito vecchio, altrimenti il pezzo aggiunto strappa via una parte del vecchio, e lo strappo si fa maggiore.”

Richiesto di spiegare perché i suoi discepoli non digiunano, il Signore risponde che essi, ancora carnali e non ancora saldi nella fede nella sua passione e nella sua risurrezione, non possono sopportare i severi digiuni e i precetti della continenza, per non perdere, a causa della eccessiva austerità la fede che mostrano di avere. Dice insomma che i suoi discepoli sono ancora “come vecchi vestiti sui quali non si deve cucire un panno nuovo, cioè quella parte della dottrina che si riferisce alla temperanza della nuova vita, perché, se ciò accade, la stessa dottrina in un certo senso si strappa. Non è insomma opportuno insegnare quella parte della dottrina che si riferisce al digiuno dai cibi, dato che tale dottrina insegna la totale astinenza non soltanto dal desiderio dei cibi, ma da ogni gioia e piacere temporale. Di questo grande digiuno, la parte che concerne i cibi è come una toppa; e il Signore dice che non è conveniente insegnare questa parte della dottrina agli uomini ancora dediti alle vecchie abitudini, perché da essa si origina quasi lo strappo e non si adatta al vestito vecchio.

“E nessuno mette il vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino rompe gli otri e così il vino si versa e gli otri si perdono; ma il vino nuovo dev’essere messo in otri nuovi.”

Paragona ancora gli stessi suoi discepoli “a otri vecchi i quali, anziché riuscire a contenere il vino nuovo, cioè i nuovi precetti, sono più facilmente soggetti ad essere squarciati da esso. Ma erano già diventati otri nuovi dopo l’ascensione del Signore, quando, nell’ardente desiderio del suo conforto, si rinnovavano con la preghiera e la speranza. Ricevettero infatti allora lo Spirito Santo, ricolmi del quale parlarono in tutte le lingue, tanto che i giudei, ignorando la realtà ma tuttavia testimoniando la verità, dissero: “Costoro sono pieni di vino nuovo”. Infatti il vino nuovo era ormai stato messo negli otri nuovi, cioè il fuoco dello Spirito Santo aveva riempito i cuori di quegli uomini nuovi.

C’è un’altra interpretazione. Dobbiamo guardarci dal dottore che affida i segreti dei nuovi misteri all’anima non ancora rinnovata ma ancora invischiata nella malvagità dell’uomo vecchio. La differenza esistente, secondo il significato mistico, tra il vino nuovo e il vestito nuovo è questa: col vino ci ristoriamo e ci inebriamo nell’intimo, mentre con l’abito ci vestiamo all’esterno. Ma siccome l’uno e l’altro si riferiscono alla vita spirituale, senza dubbio l’abito raffigura le nostre opere buone, che compiamo all’esterno e grazie alle quali splendiamo agli occhi degli uomini, mentre col vino nuovo si esprime l’ardore della fede della speranza e della carità, col quale, alla presenza del nostro creatore, ci rinnoviamo interiormente rinnovando la nostra sensibilità.


6. Ambrogio di Milano, Commento al vangelo di san Luca, V,23-26 (vol. I p. 238-240)

“Portò loro –infatti– un paragone: Nessuno strappa una pezza da un vestito nuovo per metterla sopra un vestito vecchio.”

23. Egli ha detto che i figli dello sposo, cioè i figli del Verbo, i quali per mezzo del lavacro di rigenerazione sono ammessi ai diritti della generazione divina, non potranno digiunare, finché lo sposo sarà con essi. Non l’ha detto certo per condannare quel digiuno che indebolisce le voglie della carne e reprime la sensualità del corpo: il digiuno, anzi, ci viene raccomandato da Dio; e come avrebbe potuto proibire ai discepoli di digiunare, se egli stesso digiunò, e se disse che i peggiori spiriti maligni sono soliti cedere soltanto al digiuno e alla preghiera (Lc 4,2; Mt 17,21)? Dunque, in questa circostanza egli chiama il digiuno un vecchio abito, un abito che l’apostolo stimò giusto si dovesse togliere, quando disse: “Spogliatevi del vecchio uomo con tutte le sue azioni”, allo scopo di rivestire l’abito che rinnova nella santificazione del battesimo (Col 3,9-10).

I precetti che seguono concordano con lo stesso insegnamento: non mischiare le azioni dell’uomo vecchio con quelle del nuovo, poiché il primo uomo, che è carnale, non compie che le opere della carne, mentre l’altro, l’uomo interiore, che rinasce, non deve mai presentare una commistione di azioni vecchie e di nuove, ma, in quanto reca i colori di Cristo, deve applicare la sua anima a imitare colui per mezzo del quale egli ha avuto, con il battesimo, una nuova nascita. Lungi quindi da noi queste sgualcite vesti dell’anima, che tanto dispiacciono allo sposo; a lui non è gradito chi non porta la veste nuziale (Mt 22,12). Che cosa può piacere allo sposo, se non la pace dell’anima, la purezza del cuore, la carità dello spirito?

24. Lo sposo buono è il Signore Gesù. Egli ha inaugurato, con una nuova nascita, una nuova vita, che sposata a lui viene liberata dalle corruzioni della carne. Questa non cerca dei figli mortali, –non si diletta nei dolori di Eva (Gn 3,16)– non cerca un marito soggetto al peccato, né l’eredità di un padre condannato. Essa ha scoperto le piaghe di questa carne che un tempo desiderava, ha visto che non ha vera bellezza ciò che è sfigurato dal vizio.

Che c’è, dunque, fra te e un tale sposo, o donna? Guardalo con attenzione e su tutto il suo corpo troverai delle piaghe. Osserva invece l’altro sposo, che è circonfuso dalla luce, la cui bellezza non può perire. Porta questo sposo nella tua anima, adoralo nel tuo tempio, portalo nel tuo corpo, come sta scritto: “Portate il Signore nel vostro corpo” (1Cor 6,20). Entra nel suo nuovo talamo, contempla la sua eccezionale bellezza, rivestiti di lui, guardalo mentre sta alla destra del Padre, e gioisci di avere un simile sposo. Egli ti coprirà di benedizioni, affinché non ti ferisca la piaga del peccato.

25. Conserviamo dunque l’abito di cui il Signore ci ha rivestito al nostro uscire dal sacro fonte. Questo abito si strapperà presto se le nostre azioni non saranno confacenti ad esso: sarà presto corroso dalla tigna della carne (Mt 6,19-20) e si macchierà con gli errori del vecchio uomo. Ci è dunque proibito di mischiare e di unire il nuovo con il vecchio: e l’apostolo ci vieta anche di mettere il vecchio abito sul nuovo (Col 3,9-10) e ci invita a svestire il vecchio e indossare il nuovo (2Cor 5,3), affinché  non si resti nudi dopo che ci siamo spogliati. Ci spogliamo per vestire un abito migliore: siamo invece denudati, quando l’abito ci è strappato da qualche inganno, senza che noi lo abbandoniamo di nostra volontà.

26. “E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi.” La fragilità della nostra natura è messa allo scoperto, quando i nostri corpi sono paragonati alle spoglie degli animali morti. A Dio piaccia che noi si possa adempiere la funzione dei buoni otri, per conservare il mistero che abbiamo ricevuto. L’arte di evitare che il vino inacidisca, consiste nell’affidare il vino nuovo agli otri nuovi. E noi dobbiamo
tenere questi otri sempre pieni: se sono vuoti, la tigna e la scabbia li consumano presto, mentre la grazia li conserva se sono pieni.