testi



Il lievito e la farina (Lc 13,20-21)

20 E ancora: «A che cosa rassomiglierò il regno di Dio?
21 È simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina, finché sia tutta fermentata».

 



5.3. Il lievito e la farina

1. Efrem il siro, Diatessaron, XI 21 (p. 207).

Ha di nuovo paragonato il regno dei cieli a un fermento nascosto nella farina; il fermento lavora su questo, per trasformarlo silenziosamente nella sua immagine. Invece di essere trascinato dalla forza della massa di farina, lo sottomette interamente al suo potere nascosto; così fa il vangelo di nostro Signore. Il fermento nella massa di farina è anche il corpo di nostro Signore nella massa della famiglia di Adamo.

2. Massimo di Torino, Sermo 33,3-4 (p. 147-148).

Giustamente dunque il lievito è paragonato al Signore, che essendo uomo nell’aspetto, modesto per la sua umile condizione, abbattuto per la sua debolezza, era potente per una così grande sublimità di sapienza dentro di sé che lo stesso mondo comprendeva a stento il suo insegnamento. Ma quando egli cominciò a diffondersi per tutto il mondo con la forza della sua divinità, subito con il suo potere trasformò ogni razza di uomini nella propria sostanza; così che, infondendo in tutti i santi la linfa del suo Spirito, con questa fece essere tutti i cristiani ciò che è Cristo. Infatti, pur essendo l’uomo Gesù Signore unico e solo nel mondo come il lievito nascosto nella massa, fece sì che tutti gli uomini fossero ciò che egli è. Chiunque si unisce dunque al lievito di Cristo, diventa anche egli lievito, tanto utile a sé quanto adatto per tutti, certo della propria salvezza e sicuro della conquista degli altri.
Dunque come il lievito, quando deve essere sparso nel mucchio della farina, viene spezzato, sminuzzato, spartito e si dissolve tutto, affinché con la sua energia leghi insieme quella massa dispersa di farina e renda un corpo solido ciò che a guisa di polvere appariva inerte per la sua stessa suddivisione in particelle e trasformi, unendolo a sé, in utile pasta ciò che appariva inutile; così dunque anche il Signore Gesù Cristo, poiché era il fermento del mondo intero, fu spezzato, lacerato e dissolto, e il suo succo, che è il sangue prezioso, fu sparso per la nostra salvezza per riunire in un solo corpo, mescolandosi ad esso, tutto il genere umano che prima giaceva diviso per vie diverse. Così, infatti, come una specie di lievito, noi, che apparivamo essere farina formata dai pagani, ci siamo riuniti. Noi, ripeto, che giacevamo completamente dispersi e sminuzzati per il mondo intero, per la forza della passione di Cristo siamo stati raccolti nel suo corpo, come dice il beato apostolo: “Poiché siamo corpo e membra di Cristo” (Ef 5,30). Noi dunque che, provenendo dalle nazioni, eravamo sollevati sulla superficie della terra a guisa di polvere, per l’aspersione del sangue del Signore siamo aumentati a formare la massa della sua solidità.

3. Ambrogio, Commento al vangelo di san Luca, VII 187. 190 (vol. II p. 109. 111).

187. Questa similitudine, per le questioni che essa solleva, presenta tali ambiguità che numerose e diverse sono le interpretazioni. <...> Molti pensano che il lievito sia Cristo stesso, perché solleva la virtù ricevuta. E come il lievito prelevato dalla farina è superiore alla sua specie non all’esterno, ma per la sua energia, così Cristo, uguale quanto al corpo ai suoi antenati, era ad essi incomparabilmente superiore per la sua divinità.
La santa Chiesa, dunque, raffigurata in questa donna del Vangelo, e di cui noi siamo la farina, nasconde il Signore Gesù nel più segreto intimo del nostro spirito, finché la colorazione della sapienza celeste non raggiunga le profondità della nostra anima.
190. Io preferisco attenermi a ciò che il Signore stesso insegnò, che cioè il lievito è la dottrina spirituale della Chiesa. Infatti, dal momento che sta scritto: “Guardatevi dal lievito dei farisei” (Mt 16,6), e l’apostolo ha detto: “non nel lievito della malizia e della perversità” (1Cor 5,8), tutto questo mostra che la dottrina è lievito. Ma altro è il lievito della zizzania, altro quello del grano. Dunque, noi siamo d’accordo con i buoni autori nel dire che la Chiesa santifica con il lievito spirituale l’uomo rinato, che è fatto di corpo, di anima e di spirito. Il corpo e l’anima sono infatti santificati e la stessa grazia spirituale riceve un accrescimento di santificazione quando, per mezzo del ministero della Chiesa per così dire fermentante, e dell’insegnamento delle Scritture che cresce come per la concordanza e l’abbondanza delle parole celesti, il loro commercio, diffuso in tutto l’uomo e in esso mescolato, incomincia a penetrarlo in modo che tutto diventi un solo lievito. È proprio questo che accade quando queste tre cose si intendono tra loro come per un uguale peso dei desideri e sono animati da un comune accordo di volontà.

4. Origene, Commento al vangelo di Luca, frammento greco 82 (p. 289).

Seguendo un’altra interpretazione, nella donna si può intravedere la Chiesa, nel lievito lo Spirito santo, nelle tre misure il corpo, lo spirito e l’anima. Essi vengono santificati dal lievito dello Spirito santo, fino a diventare una sola pasta con lui, affinché “tutto il vostro essere, spirito, anima e corpo si conservi irreprensible per quando tornerà il Signore nostro Gesù Cristo” (1Tes 5,23).

5. Agostino, Questioni sui vangeli, I 12.

Una donna prese del lievito e lo nascose in tre staia di farina. La donna fa pensare alla sapienza, il lievito alla carità, la quale riscalda e smuove. Le tre staia di farina richiamano l’uomo, di cui si dice: Con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (Mt 12,37); oppure si riferiscono a quel triplice fruttato: il cento, il sessanta o il trenta per uno (Mt 13,23), o magari alle tre famiglie umane aventi per capostipite Noè, Daniele e Giobbe (Ez 14,14).

6. Pietro Crisologo, Sermoni, 99,2-3, (vol. II p. 261-263).

Prima aveva paragonato il suo regno a un grano di senape, ora lo dice simile al lievito; prima ricorda che un uomo aveva preso un grano di senape, ora afferma che una donna aveva preso del lievito. Prima dice che un uomo aveva seminato un piccolo seme perché si sviluppasse in un grande albero, ora rende noto che una donna aveva nascosto un po’ di lievito a vantaggio di tutta la massa. Veramente, come disse l’apostolo Paolo: “Né l’uomo senza la donna né la donna senza l’uomo nel Signore” (1Cor 11,11). Diverse parabole adducono i diversi sensi all’unico regno; la vocazione cristiana non separa l’uomo senza la donna: Dio li congiunge, la natura li associa, l’aspetto con mirabile somiglianza li rende simili, e la costituzione li mette insieme; e Dio fa sì che un solo essere umano sia due e due siano uno e che lo stesso essere umano nel rapporto coniugale sia distinto, affinché non sia abbandonata la singolarità o confuso il coniugio.Ma per quale motivo il Signore propone queste similitudini del suo regno per mezzo dell’uomo e della donna? Perché esprime una così grande maestà con esempi così comuni e così diversi? Fratelli, in questa banalità sta nascosto un mistero prezioso, come dice l’apostolo: “Questo è un grande mistero: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32).  In questa modesta realtà sta nascosto un prezioso mistero, con questi paragoni si affronta l’affare essenziale del genere umano. Per mezzo dell’uomo e della donna la ragione del mondo, che si prolunga nei secoli, ha la sua fine. Adamo, primo uomo, Eva, prima donna, avevano peccato accanto all’albero della conoscenza del bene e del male; sono condotti all’albero della senape evangelica, affinché l’albero della senape con il collirio del suo grano e con la sua stessa asprezza aprisse, mentre li fa chiudere, gli occhi che l’albero della seduzione, nell’aprirli aveva chiuso; affinché l’albero salutare col sapore di fiamma del suo gusto risanasse le bocche che l’assaggio dell’albero velenoso aveva contaminato; e quest’albero col suo cibo di fuoco infiammasse la coscienza con tutto l’ardore di un genere di vita, che quello con tutto il suo gelo aveva ormai reso di ghiaccio.

7. Massimo di Torino, Sermoni, 33,5-6 (p. 148-149).

La donna poi, che si dice nasconda il lievito nella farina, chi è se non la santa Chiesa che ogni giorno cerca di nascondere nei nostri cuori l’insegnamento di Cristo Signore? Essa, ripeto, è la donna che in un altro passo si narra che macina il grano, come dice il Signore: “Vi saranno due donne che macinano, una sarà presa e una sarà lasciata” (Mt 24,41). La santa Chiesa, infatti, macina per mezzo della Legge, degli apostoli, dei profeti, quando forma i catecumeni e disperde e sminuzza la durezza del paganesimo per renderli capaci, una volta macinati, di unirsi a guisa di farina al lievito del sangue del Signore. Chiamerei, infatti, lievito della fede l’intera passione del Signore. È lievito della nostra salvezza lo stesso simbolo che viene consegnato. Senza questo lievito e simbolo nessuno può meritare la sostanza della vita eterna.
E poiché il vangelo parla di due donne che macinano e abbiamo detto che la sola Chiesa macina per la salvezza, nell’altra chi dobbiamo vedere se non la sinagoga? Anch’essa infatti macina per mezzo di Mosè e dei profeti, ma macina a vuoto, come dice l’apostolo a proposito dei giudei: “Hanno zelo per Dio, ma non secondo la retta conoscenza” (Rm 10,2). A vuoto, ripeto, macina la sinagoga, perché non mescola in giusta misura la sua pasta con l’insegnamento di Cristo. E perciò il Signore ordina di evitare il lievito della sinagoga dicendo: “Guardatevi del lievito dei farisei” (Mt 16,6).

8. Pietro Crisologo, Sermoni, 99,4-5, (vol. II p. 261-263-265).

Ecco perché Sara, sterile e vecchia, mediante questa preparazione del lievito e tre staia di farina offre tre pani cotti sotto la cenere per l’ospitalità del Signore, e li imbandisce con misterioso ossequio, affinché la sterilità del mondo, superata ogni vecchiezza, ponesse il lievito della fede in tre staia, cioè nell’uguaglianza del Padre e del Figlio e dello Spirito santo; e con la professione di fede nella Trinità ella imbandisse al suo Signore tre pani e, in cambio de questo dono, fosse fecondata per dare origine all’intera prole del germe cristiano. Ma ritorniamo al nostro tema.
La donna ricevette da Dio il lievito della fede, mentre aveva ricevuto dal diavolo il lievito dell’incredulità. Lo nascose in tre staia di farina, cioè in tre età degli uomini, cioè da Adamo a Noè, da Noè fino a Mosè, da Mosè fino a Cristo, affinché quella donna, che in Adamo aveva corrotto col lievito di morte tutta la massa del genere umano, col lievito della risurrezione reintegrasse in Cristo tutta la massa della nostra carne; perché la donna, che aveva fabbricato il pane del pianto e del sudore, cocesse il pane della vita e della salvezza e per mezzo di Cristo fosse madre vera di tutti i viventi, essa che in Adamo era madre di tutti i morti. Per questo, infatti, Cristo volle nascere, perché, come per colpa di Eva era venuta a tutti la morte, così per mezzo di Maria a tutti ritornasse la vita. Questa Maria riproduce e offre perfettamente l’immagine somigliante, è l’autentica figura di questo lievito, quando dal cielo accoglie il lievito della Parola e nel grembo verginale – sì, nel grembo verginale – congiunge intimamente la carne umana a tutta la realtà celeste.

9. Ilario di Poitiers, Commento al vangelo di Matteo, XIII 5 (p. 185).

Il lievito deriva dalla farina. È quello che restituisce alla sua massa d’origine la forza che aveva ricevuto. Ad esso si è paragonato il Signore. Una donna, cioè la sinagoga, lo ha preso e nascosto, attraverso la condanna a morte, accusando i vangeli di distruggere la legge e i profeti. Questo lievito ricoperto da tre misure di farina cioè dalla legge, dai profeti e dai vangeli con uguaglianza fa del loro insieme una cosa sola, in modo che ciò che la legge ha stabilito, che i profeti hanno annunciato, venga proprio compiuto dal progresso dei vangeli. Attraverso lo Spirito di Dio ogni cosa acquista lo stesso senso e la stessa potenza e non si troverà nessuna divisione tra l’uno e l’altro degli elementi che sono fermentati in misure uguali.

10. Ambrogio, Commento al vangelo di san Luca, VII 188, (vol. II p. 109- 110).

188. Siccome leggiamo in Matteo che il lievito è mescolato a tre staia di farina, trova credito l’interpretazione secondo cui il Figlio di Dio è stato nascosto nella legge, velato nei profeti, completo negli insegnamenti del vangelo, al fine di darci, con tutto questo, la fede perfetta, e affinché, formato in noi per l’insieme delle Scritture, in noi che siamo il suo corpo, fosse pienamente tutto in tutti. Infatti egli era la verità e “il mistero nascosto per secoli alle generazioni” (Col 1,26), e di cui niente si può dire di più per esprimere e attestare la sua divinità. Senza dubbio egli era: in tal maniera che, nascosto ai sacrileghi, manifesto nei santi, predestinato prima dei tempi, era riservato per la gloria. E questa è la gloria, fratelli, che noi possiamo investigare il mistero nascosto da secoli in Dio.

11. Agostino, Discorsi, 111,2.

La Chiesa crescerà a cominciare da Gerusalemme diffondendosi per tutta la Giudea e la Samaria, e, per dir tutto in breve, crescendo arriverà fino a noi. In ogni luogo verranno uccisi i martiri seminati insieme al chicco di grano, dal quale nascerà una messe abbondante. Si convertiranno i pagani, verranno abbattuti i templi dei demoni, saranno spezzate le statue, diverranno credenti gli adoratori degl'idoli. Le tre misure fermentate di farina grideranno: Io ho conosciuto che grande è il Signore. Lo ha riconosciuto in virtù del lievito. - Le tre misure di farina raffigurano tutto il genere umano. Richiamate alla memoria il diluvio, dove si sarebbero ricostituiti i rimanenti. Tre rimasero. Tre erano i figli che aveva Noè: per mezzo di essi fu ricostituito il genere umano. Quella donna che nascose il lievito significa la sapienza -. Ecco, tutto il mondo per mezzo della Chiesa di Dio grida: Io ho conosciuto che grande è il Signore.

12. Ambrogio, Commento al vangelo di san Luca, VII 191-193 (vol. II p. 111-113).

191. Quest’opera della Chiesa non è né improvvisata né fortuita, ma attuata con una lunga rielaborazione, in modo che queste tre cose siano uno, senza essere viziate dalla legge del peccato. Quest’affermazione è sostenuta dall’apostolo, quando egli dice: “Che il Signore stesso vi santifichi completamente, affinché, integri, lo spirito e l’anima e il corpo siano custoditi senza rimprovero nel giorno di nostro Signore Gesù Cristo” (1Tes 5,23). E ciò non potrebbe verificarsi nel mezzo delle tentazioni del mondo, se quella donna del vangelo non mescolasse quel lievito, al quale è paragonato il regno dei cieli, alle tre misure di farina, in modo che tutto fermenti: come ho detto, sono infatti tre le misure, della carne, dell’anima e dello spirito, ma di questo spirito di cui viviamo sinché siamo in questo corpo.
Ciò è soprattutto vero, quando la lascivia della carne non prende il sopravvento, quando l’anima non si piega agli sviamenti del corpo, e la misura del vivere è conservata in tutto l’uomo, senza errore. Ma, siccome l’equilibrio delle misure si mantiene difficilmente senza l’aiuto della Chiesa e della dottrina, perciò quella donna, che simboleggia la Chiesa, mescola ad esse la virtù della dottrina spirituale, finché tutto l’uomo interiore, l’uomo del cuore, l’uomo invisibile, non fermenti e assurga alla grazia del pane celeste.
È quindi giusto definire lievito la dottrina di Cristo, poiché Cristo è il pane, e l’apostolo dice: “Poiché c’è un sol pane, un sol corpo siamo noi, quantunque molti” (1Cor 10,17).
192. Si fa dunque un solo lievito, quando né “la carne concepisce desideri opposti a quelli dello spirito” né “lo spirito concepisce desideri opposti alla carne” (Gal 5,17), quando noi mortifichiamo le opere proprie della carne e l’anima, cosciente di aver ricevuto dall’alito divino lo spirito della vita, evita ogni terrena contaminazione di rapporti col mondo. Per questo l’apostolo ci ha ordinato di camminare secondo lo spirito, non secondo la carne, affinché, santificati per il “bagno di rigenerazione” (Tit 3,5), spogliati del vecchio uomo e dei suoi desideri, rivestiti dell’uomo nuovo creato secondo Cristo, noi ci si muova non nella vetustà della lettera, ma nella novità dello spirito, cosicché, anche al momento della risurrezione, possiamo mantenere inalterata la società dello spirito, dell’anima e del corpo, e ottenere ora ciò che chiediamo. Molti infatti pensano che pur questo abbia voluto significare il Signore, quando ha detto: “Se due di voi si accorderanno sulla terra, intorno a qualunque cosa chiederete, vi sarà concessa dal Padre mio che è nei cieli” (Mt 18,19).
193. Così alcuni vedono, in questi due, l’anima e il corpo, altri l’anima e lo spirito, nel senso che, se sulla terra, cioè nel corpo, l’anima e lo spirito si accordano e non si combattono con i loro opposti desideri, tutto quanto si chiede a Dio sembra possa realizzarsi. Così accade quando i due sono uno, quando abolite o risolte le inimicizie i due formano un solo uomo nuovo –intendo l’anima e lo spirito– per pregare in spirito e con l’anima.

13. Gregorio di Nisa, La grande catechesi, XXXII 1-4 (p. 131-133).
1. Ma poiché l’essere umano è duplice, composto cioè di anima e di corpo, è necessario che quanti sono oggetto della salvezza abbiano contatto mediante l’una e l’altro con Colui che conduce alla vita. Quando, dunque, l’anima si è congiunta a Lui con la fede trova in Lui i principi della salvezza; perché l’unione con la vita comporta la partecipazione alla vita. Il corpo è in grado di partecipare e di unirsi al Salvatore in altro modo.
2. Come coloro che, avendo preso un veleno propinato con insidia, riescono ad estinguerne la forza esiziale con un altro farmaco, ma anche l’antidoto deve penetrare come il veleno dentro le viscere dell’uomo perché da queste la forza del medicamento salutare sia distribuita a tutto il corpo, così noi, dopo aver assaporato quel che disgrega la nostra natura, avevamo di nuovo assoluto bisogno di Colui che riunifica quanto è diviso, perché tale rimedio introdotto dentro di noi eliminasse con la sua propria efficacia antitetica il male pernicioso già penetrato nel nostro corpo.
3. E qual è dunque questo rimedio? Non altro che quel corpo mostratosi più forte della morte e divenuto per noi principio della vita. Come poco fermento, secondo l’espressione dell’apostolo (cf. 1Cor 5,6), assimila a sé tutta quanta la massa di farina, così quel corpo reso immortale da Dio, una volta introdotto nel nostro, lo trasforma e lo cambia interamente nella propria sostanza. Perché come a causa di un farmaco esiziale introdotto nel corpo sano viene ridotto all’impotenza tutto ciò che ha subito quell’intrusione, così anche il corpo immortale divenuto presente in colui che lo riceve trasforma interamente quell’essere nella propria natura.
4. Ma per entrare dentro il corpo non vi è altro modo che mescolarsi nelle membra mediante il cibo e la bevanda. È dunque necessario che il corpo riceva nel modo consentito alla natura la forza che dà la vita.

14. Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 46,2 (vol. II p. 298-299).

Come infatti il lievito infonde in molta farina la sua forza, così anche voi trasformerete tutto il mondo. Considera la sua sapienza. Presenta ciò che si riferisce alla natura per indicare che come è impossibile che quello non si verifichi, così non può non realizzarsi anche questo. Non dirmi perciò: Che cosa potremo fare noi dodici uomini a contatto con una moltitudine così grande?
Proprio questo fa risplendere soprattutto la vostra forza, il fatto che vi mescoliate con la moltitudine e non fuggiate. Come dunque il lievito fa fermentare l’impasto quando sta vicino alla farina, e non semplicemente vicino, ma in modo tale da mescolarsi con essa, così anche voi, quando state uniti saldamente a coloro che vi combattono, allora li vincerete. E come il lievito certamente è nascosto nell’impasto, non sparisce però, ma a poco a poco trasforma tutto secondo la propria condizione, allo stesso modo accadrà anche dell’annuncio evangelico. non temete dunque perché ho detto che ci sono molti danni; anche così infatti risplenderete e vincerete tutti.
[...] Se dodici uomini hanno fatto fermentare tutto il mondo, pensa quanto grande è la nostra malvagità, dal momento che, pur essendo tanti, non possiamo portare sulla retta via quelli che restano indietro, mentre dovremmo bastare per innumerevoli mondi ed essere lievito.

12. Ambrogio, Commento al vangelo di san Luca, VII 194 (vol. II p. 113).

194. Così, se in questa vita le tre misure restano nello stesso lievito finché fermentino e diventino uno, in modo che vi sia eguaglianza senza differenza e noi non si sembri composti di tre elementi diversi, si verificherà nel futuro un’incorruttibile unione, per quanti amano Cristo, e noi non saremo più composti; noi stessi infatti, che oggi siamo composti, saremo uno, saremo trasformati in una sola sostanza. Infatti alla risurrezione non ci sarà una cosa inferiore a un’altra, come accade oggi che la debolezza della carne è fragile e il corpo, per la sua naturale costituzione, è accessibile ai colpi, è soggetto a danni, e schiacciato al suolo dal peso della sua massa non può sollevarsi né dirigere verso l’alto i suoi passi: ma noi avremo allora l’aspetto e la bellezza di una creatura semplice.