testi


indice

0. Introduzione

1. Origenes

2. Agostino

3. "E senza parabole non predicava loro"

4. Testi biblici sulla ricchezza e la povertà

5. Commenti patristici

 


0. Introduzione

1. ... voi siete una lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne. (2Cor 3,3).

2. Ma voi non vi fate chiamare "Rabbì"; perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. (Mt 23,8-9).

3. Vi scrivo queste cose non per farvi vergognare, ma per ammonirvi come miei cari figli. Poiché anche se aveste diecimila precettori in Cristo, non avete però molti padri; perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo. (1Cor 4,14-15).

4. Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome. (Ef 3,14-15).

5. Tutta la moltitudine dei pagani e dei giudei abitanti a Smirne con furore incontenibile e a gran voce gridò: "Questo è il maestro d’Asia, il padre dei cristiani, il distruttore dei nostri dèi che insegna a molti". (Martirio di Policarpo, 12,2).

6. Il termine figlio (filius) può essere inteso in modi diversi... Si può dunque parlare di figlio o per natura oppure a causa dell’insegnamento ricevuto. Infatti chi è stato tirato su (edoctus) da un altro mediante la parola viene considerato figlio del suo insegnante e quest’ultimo viene ritenuto suo padre. (Ireneo, Adversus haereses, IV 41,2).

7. [I Padri sono] coloro che, vivendo, insegnando e rimanendo con santità, sapienza e fedeltà in comunione di fede con la Chiesa cattolica, meritarono o di morire fedelmente in Cristo oppure di essere uccisi gioiosamente per Lui. (Vincenzo de Lérins, Commonitorium, 28)

 


1. Origenes

1. È tramandato ancora che le Scritture sono state composte per opera dello Spirito di Dio (2Tm 3,16) e contengono non quel solo significato che è manifesto, ma anche un altro che sfugge ai più. Infatti ciò che è scritto è figura di misteri e immagine di realtà divine (Eb 5,8; 10,1). Su questo punto una sola è la convinzione di tutta la Chiesa: che tutta la legge è spirituale (Rm 7,14) ma ciò che la legge vuole spiritualmente significare non è noto a tutti, ma soltanto a coloro cui nella parola di sapienza o scienza (1Cor 12,8) è stata donata la grazia dello Spirito santo. (De Principiis, praef. 8).

2. Bisogna però riconoscere che il carattere divino degli scritti profetici e il significato spirituale della legge di Mosè si sono rivelati con la venuta di Cristo [...] la luce contenuta nella legge di Mosè, coperta da un velo, risplendette alla venuta di Gesù, poiché fu tolto il velo, e subito si è potuto avere conoscenza dei beni di cui l’espressione letterale conteneva l’ombra (2Cor 3,15; Eb 10,1). (De Principiis, IV 1,6).

3. Il motivo per cui tutti costoro che abbiamo ricordato hanno concezioni sbagliate empie e volgari della divinità non deriva da altro che da incapacità di interpretare spiritualmente la scrittura, che viene accolta soltanto secondo il senso letterale. Perciò a quanti sono convinti che i libri sacri non sono stati scritti da uomini ma sono stati composti e sono giunti a noi per ispirazione dello Spirito santo per volere del Padre di tutti e per opera di Gesù Cristo, noi dobbiamo esporre quel che ci pare il criterio d’interpretazione, attenendoci alla norma della chiesa celeste di Gesù Cristo secondo la successione degli apostoli. (De Principiis, IV 2,2).

4. Ecco quel che a noi sembra il criterio secondo il quale ci si deve dedicare alle scritture e comprenderne il significato, un criterio ricavato dalle stesse parole della scrittura. Nei Proverbi di Salomone troviamo questo precetto sui pensieri divini affidati allo scritto: "Nota questi concetti tre volte nel tuo animo e nella tua mente, per rispondere parole di verità a quelli che ti pongono questioni" (Prov 22,20). Perciò tre volte bisogna notare nella propria anima i concetti delle sacre scritture: così il semplice trova edificazione, per così dire, nella carne della scrittura –indichiamo così il senso che è più alla mano–; colui che ha un poco progredito trova edificazione nell’anima della scrittura; i perfetti [...] trovano edificazione nella legge spirituale, che contiene l’ombra dei beni futuri (Rm 7,14; Eb 10,1). Come infatti l’uomo è formato da corpo anima e spirito, lo stesso dobbiamo pensare della scrittura che Dio ha stabilito di dare per salvezza degli uomini. (De Principiis, IV 2,4).

5. Lo scopo cui mirava lo Spirito quando illuminava, per volere della provvidenza divina e per opera della Parola che era in principio presso Dio, i ministri della verità, profeti e apostoli, riguardava primariamente gli ineffabili misteri della condizione umana [...] affinché colui che fosse in condizione di ricevere l’insegnamento, esaminando e applicandosi alle profondità del senso delle parole, potesse diventare partecipe di tutto l’insegnamento riguardante la volontà divina. Ma in considerazione del fatto che le anime non possono attingere la perfezione se non hanno conoscenza profonda ed esatta di Dio, in primo luogo è stata disposta come essenziale la conoscenza di Dio e del suo Unigenito [...]. Conseguentemente, in quanto si tratta di realtà affini, dobbiamo ricevere gli insegnamenti divini sugli altri esseri intellettuali [...]; dobbiamo imparare a conoscere le differenza fra le anime e di dove queste differenze derivino, che cosa sia il mondo e perché sia stato creato, e ancora da dove derivi tutto questo male che sta sulla terra e se esso non sia limitato solo alla terra ma si trovi anche altrove. (De Principiis, IV 2,7).

6. Per cominciare a interpretare i salmi esporremo una bella tradizione trasmessaci da un Ebreo concernente, globalmente, tutta la Scrittura. Egli affermava che tutta la Scrittura divinamente ispirata, a causa dell’oscurità che è in essa, è simile a molte stanze chiuse a chiave in un unico palazzo: a ciascuna stanza è apposta una chiave, ma non quella che le corrisponde; e così le chiavi sono state disseminate per le stanze senza che nessuna si addica a quella a cui è apposta. E’ allora un gran lavoro trovare le chiavi e adattarle alle stanze che si possono aprire, e per conseguenza è un gran lavoro comprendere le Scritture che sono oscure, non prendendo altrove i punti di partenza per comprenderle se non tra di esse che hanno reciprocamente, in se stesse, sparso il loro principio interpretativo. E io penso che anche Paolo suggerisce un metodo d’approccio simile per la comprensione delle parole divine quando dice: Questo noi lo esprimiamo non con le parole che insegna la sapienza umana, ma con le parole che insegna lo Spirito, accostando le cose spirituali alle cose spirituali (1Cor 2,13). (Philocalia, 2).


2. Agostino

1. Ogni ricerca sulla Scrittura poggia su due tematiche: come trovare ciò che occorre comprendere e come esporre ciò che si è compreso. Tratteremo quindi prima di come trovare e poi di come esporre. (De doctrina christiana, I 1,1).

2. Il nocciolo di tutto ciò che abbiamo detto da quando abbiamo iniziato a trattare delle " cose " è questo: comprendere come la pienezza e il fine della legge e di tutte le divine Scritture è l'amore (cf. Rm 13,10; 1Tm 1,5) per la cosa di cui ci si ordina di godere e per la cosa che insieme con noi può godere dell'oggetto che amiamo; quanto invece all'amore verso noi stessi, non c'è bisogno di precetti. Ebbene, affinché conoscessimo e compissimo tutto questo, dalla divina Provvidenza è stata costituita, per la nostra salvezza, tutta la presente economia temporale, della quale noi dobbiamo servirci non con un amore e gusto che in essa, per così dire, si arresti ma piuttosto che sia transitorio. Deve esserci come una via, come un veicolo di qualsiasi genere, o come un qualsiasi altro mezzo di trasporto, o qualunque altro oggetto, chiamatelo come vi pare meglio. Basta che s'intenda questo: le cose che ci portano dobbiamo amarle in vista di colui al quale siamo portati. (De doctrina christiana, I 35,39).

3. Chiunque pertanto crede di aver capito le divine Scritture o una qualsiasi parte delle medesime, se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l'edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite (cf. 1Cor 8,1-2). C'è poi colui che dalle Scritture riesce a ricavare un'idea utile a costruire l'edificio della carità. Se tuttavia risulterà che non riferisce il senso inteso in quel passo dall'autore di quel determinato libro, il suo errore non è che rechi gran danno né assolutamente lo si può chiamare menzogna. In chi mentisce viceversa c'è la volontà di dire il falso, per cui troviamo molti che vogliono mentire ma nessuno che desideri essere ingannato. Se pertanto uno dice menzogne scientemente e un altro le subisce inconsciamente, in un solo e identico fatto appare assai chiaramente che colui che viene ingannato è migliore di colui che dice menzogne (cf. 1Pt 3,17). È meglio infatti subire l'iniquità anziché commetterla. Orbene, chi mentisce commette una iniquità; e se a qualcuno talvolta sembrerà che ci sia una menzogna utile, potrà anche sembrargli che qualche volta ci sia una iniquità utile. Nessun mentitore infatti, quando proferisce menzogne, rispetta la fedeltà. Egli certo esige che colui al quale mentisce gli si conservi fedele, ma lui, dicendo menzogne, non conserva la fedeltà all'altro. Ora ogni fedifrago è un iniquo. E quindi, concludendo, o qualche volta l'iniquità è vantaggiosa - la qual cosa è sempre impossibile - o la menzogna è sempre svantaggiosa. (De doctrina christiana, I 36,40).

4. Chi nelle Scritture la pensa diversamente da quel che pensava l'autore, siccome le Scritture non dicono il falso, è il lettore ad ingannarsi. Tuttavia, come avevo iniziato a dire, se si inganna scegliendo una interpretazione per la quale cresce nella carità - che è il fine della legge (cf. 1Tm 1,5) - si sbaglia come colui che per errore lascia la via ma, continuando il cammino per i campi, arriva ugualmente alla mèta dove conduceva quella strada. Lo si deve tuttavia correggere e gli si deve dimostrare quanto sia vantaggioso non abbandonare la via, sicché non succeda che con l'abitudine di andare fuori strada si trovi costretto a percorrere vie traverse o sentieri devianti. (De doctrina christiana, I 36,41).

5. Quando dunque l'uomo è sorretto dalla fede, dalla speranza e dalla carità e ritiene tenacemente queste virtù, non ha bisogno delle Scritture se non per istruire gli altri. E di fatto molti vivono nel deserto senza libri, illuminati da queste tre virtù. Per costoro credo che si sia già realizzato quel che è stato detto: Si tratti di profezie, queste diverranno inutili; di lingue, queste cesseranno; di scienza, questa diverrà inutile (1Cor 13,8). Con tale struttura si è elevata in loro una tal mole di fede, di speranza e carità che, conseguito in qualche modo quel che è perfetto, non ricercano più ciò che è parziale (cf. 1Cor 13,10): perfetto dico quanto si può conseguire nella vita presente. Difatti, in confronto con la vita futura nessun giusto o santo può dire di avere raggiunto al presente una vita perfetta. Perciò dice: Restano la fede, la speranza e la carità, queste tre virtù; ma di esse la più grande è la carità (1Cor 13,13), nel senso che quando si sarà raggiunta la vita eterna, mentre le due prime spariscono, la carità rimane, si accresce e diventa più certa. (De doctrina christiana, I 39, 43).

6. Ne segue che quando uno avrà conosciuto che fine del precetto è la carità originata da cuore puro, coscienza buona e fede sicura (1Tm 1,5), se riferirà a queste tre esigenze la comprensione delle divine Scritture può accostarsi tranquillamente alla esposizione di quei libri. Menzionando infatti la carità, vi aggiungeva: da cuore puro, perché non si amasse altro all'infuori di ciò che si deve amare. Il richiamo alla coscienza buona ve lo aggiungeva in vista della speranza. Difatti, se uno ha il rimorso di una coscienza cattiva, dispera di poter raggiungere ciò che crede e che ama. In terzo luogo parla di fede sincera. Se infatti la nostra fede sarà esente da falsità, non amiamo ciò che non si deve amare e, vivendo rettamente, speriamo ciò che in nessun modo delude la nostra speranza. Pertanto delle cose che costituiscono il contenuto della fede ho voluto dirne quanto ritenevo fosse sufficiente, dati i limiti di tempo, perché se n'è parlato molto in altri volumi scritti tanto da noi come da altri. Sia questo dunque l'epilogo di questo libro. In quello che segue parleremo dei segni, nella misura che il Signore ci vorrà donare. (De doctrina christiana, I 40,44).

7. Scrivendo delle cose, premisi l'avvertimento di non badare se non a ciò che esse sono in se stesse e non al fatto se significhino o meno qualche altro oggetto diverso da sé. Viceversa, parlando dei segni dico che bisogna considerare non ciò che sono in sé ma piuttosto il fatto che sono segni, cioè che significano qualcosa. Difatti il segno è una cosa che, oltre all'immagine che trasmette ai sensi di se stesso, fa venire in mente, con la sua presenza, qualcos'altro [diverso da sé]. Vedendo, ad esempio, delle impronte pensiamo che vi sia passato un animale di cui quelle sono appunto le orme; visto il fumo conosciamo che sotto c'è il fuoco; udita la voce di un essere animato, ne discerniamo lo stato d'animo; suonando la tromba, i soldati sono addestrati a discernere se occorra avanzare o retrocedere o fare qualche altra mossa richiesta dalla battaglia. (De doctrina christiana, II 1,1).

8. Dei segni, peraltro, alcuni sono naturali, altri intenzionali. Sono naturali quelli che, senza intervento di volontà umana né di intenzione volta a renderli significanti, di per se stessi fanno conoscere, oltre che se stessi, qualche altra cosa. Così il fumo richiama il fuoco. Fa ciò infatti non perché vuole significare [il fuoco] ma, per la riflessione o la nozione delle cose che noi abbiamo esperimentate, conosciamo che lì deve celarsi anche il fuoco dove si fa vedere solamente il fumo. (De doctrina christiana, II 1,2).

9. Segni intenzionali sono quelli che gli esseri viventi si scambiano per indicare, quanto è loro consentito, i moti del loro animo, si tratti di sentimenti o di concetti. Nessun altro motivo abbiamo noi di significare, cioè di emettere segni, se non quello di palesare o trasmettere nell'animo altrui ciò che passa nell'animo di colui che dà il segno. Abbiamo stabilito di considerare ed esporre questa categoria di segni per quanto si riferisce agli uomini, poiché anche i segni dati da Dio che sono contenuti nelle sante Scritture sono stati resi manifesti a noi tramite gli uomini che li hanno scritti. (De doctrina christiana, II 2,3).

10. Quelli che leggono la Scrittura a cuor leggero vengono tratti in inganno dalle sue molte e svariate oscurità e ambiguità, e prendono una cosa per un'altra. In certi passi non riescono a trovare nemmeno la materia per false congetture: tanta è l'oscurità con cui alcune cose sono state dette che le si debbono ritenere coperte da densissime tenebre. Tutto questo non dubito che sia avvenuto per una disposizione divina, affinché con la fatica fosse domata la superbia umana e l'intelletto fosse sottratto alla noia, dal momento che il più delle volte le cose che esso scopre facilmente le considera di poco conto. (De doctrina christiana, II 6,7).

11. In tutti questi Libri le persone animate dal timore di Dio e divenute miti in virtù della religione cercano la volontà di Dio. Ora, riguardo a questo lavoro di ricerca, a volte faticosa, la prima esigenza da rispettare è, come dicevamo, prendere conoscenza di questi libri anche se non si giunge ancora a comprenderli. Se ne dovrà comunque farne lettura, per impararli a memoria o almeno non essere del tutto nell'ignoranza. In seguito si debbono ricercare con più acume e diligenza le cose che in tali libri sono esposte in forma più chiara, si tratti di norme di vita o di princìpi di fede. Ognuno ne troverà tanto di più quanto più è dotato di penetrazione. In concreto, fra le cose che nella Scrittura sono dette in modo palese ci sono tutte quelle che hanno per contenuto la fede e la condotta di vita, cioè la speranza e la carità, di cui abbiamo trattato nel libro precedente. Giunti a questo stadio, quando cioè si è acquistata una certa familiarità con la lingua propria delle Sacre Scritture, bisogna inoltrarsi a scoprire ed esaminare ciò che in esse vi è di oscuro. Per illustrare le espressioni più oscure si prenderanno esempi dai passi più accessibili, di modo che le testimonianze dei passi certi, anche se limitate di numero, tolgano il dubbio ai passi incerti. In questo lavoro giova moltissimo la memoria, la quale, se manca, non possiamo fornirla noi a forza di regole. (De doctrina christiana, II 9,14).

12. Il contenuto della Scrittura non lo si comprende per due motivi: perché è nascosto o in segni sconosciuti o in segni ambigui. I segni poi sono o propri o traslati. Si chiamano segni propri quelli che si usano per significare quelle cose per cui sono stati inventati. Così quando diciamo "bue" vi intendiamo quell'animale che ogni uomo che parli latino designa, come noi, con questo nome. Sono segni traslati quelli nei quali le cose che significhiamo col termine proprio vengono usate per significare qualcos'altro. Così quando diciamo "bue", con queste due sillabe vi intendiamo quell'animale che di solito va sotto questo nome ma con quell'animale a sua volta intendiamo l'Evangelista cui allude la Scrittura, secondo l'interpretazione dell'Apostolo, che dice: Non metterai la museruola al bue che trebbia (1Cor 9,9). (De doctrina christiana, II 10,15).

13. La persona timorata di Dio cerca diligentemente nelle Sacre Scritture la volontà divina. Mansueto nella sua pietà, non ama i litigi; fornito della conoscenza delle lingue, non rimane incastrato in parole e locuzioni sconosciute; fornito anche della conoscenza di certe cose necessarie, non ignora la forza e l'indole delle medesime quando vengono usate come paragone. Si lascia anche aiutare dall'esattezza dei codici ottenuta mediante una solerte diligenza nella loro emendazione. Chi è così equipaggiato venga pure ad esaminare e risolvere i passi ambigui della Scrittura. Per non essere tratto in inganno da segni ambigui, per quanto possibile, si lascerà equipaggiare anche da noi. Potrà, è vero, succedere che egli, o per l'acutezza del suo ingegno o per la lucidità derivatagli da un'illuminazione superiore, derida come puerili le vie che nelle presenti pagine gli vogliamo mostrare. Tuttavia, come avevo cominciato a dire, nella misura che può essere istruito da noi, colui che si trova in quello stato d'animo che gli consenta di ricevere il nostro ammaestramento sappia che la Scrittura può presentare ambiguità sia nelle parole proprie sia in quelle traslate. Di queste due specie di linguaggio abbiamo già trattato nel secondo libro. (De doctrina christiana, III 1,1).

14. Viceversa le ambiguità in fatto di parole traslate, di cui dobbiamo parlare d'ora in poi, postulano una cura e diligenza non ordinarie. E prima di tutto occorre stare attenti per non prendere alla lettera un'espressione figurata. A questo infatti dice riferimento il detto dell'Apostolo: La lettera uccide, lo spirito dà vita (2Cor 3,6). In realtà, se quanto detto figuratamente lo si prende come detto in senso proprio, si è uomini dai gusti carnali. [...] Chi infatti segue la lettera prende la parola traslata in senso proprio, e non è capace di riferire il significato di un termine proprio ad un altro significato. [...] Finalmente è una grande schiavitù dello spirito, che immiserisce l'uomo, prendere i segni in luogo delle cose e non poter elevare gli occhi della mente al di sopra delle creature corporee per attingere la luce eterna. (De doctrina christiana, III 5,9).

15. La locuzione che in termini precettivi proibisce il libertinaggio o il delitto o comanda un atto utile o benefico non è figurata. È invece figurata quando sembra comandare la scostumatezza o il delitto o proibire un atto utile o benefico. Dice: Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non ne berrete il sangue, non avrete in voi la vita (Gv 6,54). (De doctrina christiana, III 16,24).


3. "E senza parabole non predicava loro"

1. E senza parabole non parlava loro: non nel senso che non si espresse mai in linguaggio proprio ma in quanto in ogni discorso, o quasi, la spiegazione stessa comprende elementi parabolici, anche se non mancano parti dove è usato il senso proprio. Ne segue che s’incontrano spesso discorsi interi composti di sole parabole, mentre non se ne trova nessuno espresso totalmente in linguaggio proprio. Parlo dei discorsi completi, cioè quelli nei quali il Signore comincia a parlare partendo da un’occasione che gli si presenta e conclude esponendo tutto ciò che ad essa si riferisce, per passare poi ad un altro argomento. Da notare in proposito che talvolta un evangelista collega fra loro cose che un altro riferisce essere state dette in altro tempo. Ciascuno di loro infatti ordinò il racconto che intendeva comporre non secondo l’ordine reale dei fatti ma piuttosto come gli era consentito dal ricordo che ne serbava. (Agostino, Quaestioni su Mt, 14)

2. Avete capito tutte queste cose? Gli rispondono: Sì. Replicò loro: Perciò ogni scriba istruito sul regno dei cieli è simile a un padrone di casa che dal suo tesoro tira fuori cose nuove e cose vecchie. Ci si chiede se con questa conclusione abbia o no voluto spiegare che cosa intendeva chiamare col nome di tesoro nascosto nel campo (cf. Mt 13,44). Con esso infatti ci si intendono le sacre Scritture, raccolte in quelli che si chiamano i due Testamenti, il Nuovo e il Vecchio, conforme sembra abbia egli voluto designare in quella spada doppiamente tagliente (cf. Apc 1,16) di cui si parla nell’altro evangelista. Bisogna però tener presente che egli aveva parlato in parabole e che, avendo chiesto ai discepoli se le avessero capite, essi avevano risposto di sì. In tal caso con quest’ultima immagine, quella del padrone di casa che dal suo tesoro tira fuori cose nuove e cose vecchie, volle forse mostrare che nella Chiesa deve ritenersi dotto colui che comprende anche le Scritture antiche, spiegate per mezzo di parabole, ricavando norme di vita attraverso queste nuove forme. È quel che faceva lo stesso nostro Signore quando illustrava mediante parabole. È vero infatti che Cristo è il fine (cf. Rm 10,4) di tutte le realtà del Vecchio Testamento e che in lui esse sono giunte a compimento; tuttavia egli, nel quale tutto si compiva e palesava, seguitò a parlare in parabole finché la sua Passione non squarciò il velo (cf. Mt 27,51), sicché non restò nulla di occulto che non fosse rivelato (cf. Mt 10,26). A molto maggior ragione dobbiamo ritenere che erano celate dal velo della parabola tutte quelle cose che furono scritte molto tempo prima sul suo conto affinché fosse apprezzato il grande mistero della salvezza. Tali cose i giudei seguitano ancora a prenderle alla lettera e non hanno mai voluto istruirsi sul Regno dei cieli né passare a Cristo, perché fosse tolto il velo posto sopra il loro cuore (cf. 2Cor 3,15-16). (Agostino, Quaestioni su Mt, 15).

3. Voi sapete però che quei tre elementi ricordati ieri, nei quali non si sviluppò bene il seme, cioè la strada, il terreno sassoso e quello pieno di spine, sono la stessa zizzania. Ma nell'altra parabola essi hanno preso un nome diverso. Poiché quando si espongono dei paragoni o non si esprime il senso proprio per mezzo di essi o non si denota la realtà ma la somiglianza d'una realtà. So che pochi hanno capito quanto ho detto, ma noi parliamo per tutti. Nella realtà visibile la strada è la strada, il terreno sassoso è un terreno pieno di sassi, un terreno pieno di spine è un terreno pieno di spine; sono ciò che sono perché essi sono nominati in senso proprio. Nelle parabole invece e nei paragoni un'unica realtà può essere chiamata con molti nomi. Non sarebbe quindi illogico che io dicessi: "La strada, il terreno sassoso, quello pieno di spine sono i cattivi cristiani; essi sono anche la zizzania ". Cristo non è forse un agnello, non è forse anche un leone? In mezzo alle belve e al bestiame chi è agnello è agnello, chi è leone è leone, ma Cristo è l'una e l'altra cosa. Ciascuno degli animali preso singolarmente ha un senso proprio; questi due invece denotano l'una e l'altra cosa per via di paragone. Più frequentemente accade che a causa di una similitudine vengono chiamate con un sol nome realtà molto differenti tra loro. Orbene, che v'è di più differente tra loro che Cristo e il diavolo? Eppure è chiamato leone sia Cristo che il diavolo. Cristo è un leone: Ha vinto il leone della tribù di Giuda (Apc 5,5). È leone il diavolo: Non sapete che il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente, va in giro in cerca di chi divorare? (1Pt 5,8). È dunque sia leone quello che questo: l'uno leone a causa della fortezza, l'altro leone per la sua ferocia; il primo è leone per vincere, il secondo è leone per nuocere. Lo stesso diavolo è serpente, il serpente antico (cf. Apc 12,9); ci è stato forse comandato d'imitare il diavolo quando il nostro pastore ci dice: Siate semplici come colombe, astuti come serpenti (Mt 10,16)? (Agostino, Discorsi, 73,2).

4. A questo proposito è da ricordare che alcune parabole del Signore si basano sulla similitudine. Tale è la parabola di quel servo al quale il padrone condonò tutto quello che, fatti i conti, risultò essergli dovuto, mentre lui non volle concedere nemmeno una piccola dilazione al compagno di servizio (cf. Mt 18,23-35). [...] E così tantissime altre, nelle quali per la somiglianza delle situazioni si ricava la comprensione del senso per cui sono state proposte: esse lo insinuano e noi lo si va a ricercare. Altre volte invece la parabola dimostra qualcosa in forza della dissomiglianza. Così le parole: Se Dio veste così l’erba del campo che oggi c’è e domani viene gettata nel forno, quanto più vestirà voi, gente di poca fede? (Mt 6,30). [...] Pertanto la prima categoria [di parabole] può completarsi con parole come queste: Come nella parabola così nei fatti. La seconda categoria al contrario: Se nella parabola avvenne così, quanto più nei fatti; ovvero: Se non si approva la parabola, quanto meno la realtà. Ma questi rapporti a volte sono presentati in maniera oscura, mentre altre volte in maniera palese. (Agostino, Questioni sui vangeli, II 45,1).

5. Non meravigliarti se, parlando del regno, ha menzionato il granello di senape e il lievito, perché parlava a uomini rozzi e ignoranti, che avevano bisogno di essere istruiti con queste immagini. Erano così sprovveduti che, anche dopo tutti questi accorgimenti, avevano bisogno di molte spiegazioni. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 46,2).

6. La folla non ha un solo e identico pensiero; in ognuno c’è una diversa volontà. Ecco perché egli si rivolge alla folla con molte parabole, affinché ognuno riceva il suo particolare insegnamento a seconda del suo particolare sentire. Va osservato che Gesù non parla alla folla sempre in parabole, ma lo fa spesso. Se parlasse sempre in parabole, la folla non ne ricaverebbe troppo giovamento. Egli mescola chiari insegnamenti a oscure parole, affinché ciò che gli ascoltatori comprendono li spinga (provocentur) a cercar d’intendere ciò che non capiscono. (Girolamo, Commento in Matteo, 13,3).

7. Marco dice: "Annunziava loro la parola con parabole come erano capaci di capire" (Mc 4,33). Poi per mostrare che non introduceva nessuna novità, presenta il profeta che preannunzia questo metodo di insegnamento. E per farci conoscere l’intenzione di Cristo, che parlava in questo modo non perché essi fossero nell’ignoranza, ma per spingerli a fare domande, ha aggiunto: "e non parlava ad essa se non in parabole"; eppure ha detto molte cose non in parabole, ma allora no. Tuttavia nessuno lo interrogò; eppure spesso interrogavano i profeti come Ezechiele e molti altri, ma costoro non facevano niente di simile. Nondimeno quanto era stato loro detto era capace di metterli in agitazione e di sollecitarli a fare domande, perché le parabole minacciavano una grandissima punizione; ma tuttavia non si smossero neppure così. Perciò li lasciò perdere e se ne andò. "Allora", dice, "Gesù lasciò la folla e se ne andò a casa sua" (Mt 13, 36). Non lo segue nessuno degli scribi, per cui è chiaro che lo seguivano per nessun altro motivo se non per coglierlo in fallo. Poiché non compressero le sue parole, allora li lasciò. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 47,1).

8. "Molti profeti e molti giusti desiderarono vedere ciò che voi vedete e non lo videro; udire ciò che voi udite e non lo udirono..." Abramo vide (cf. Gv 8,56), ma confusamente, non nella realtà; voi apostoli invece lo avete presente, tra voi è il vostro Signore, lo potete liberamente interrogare, mettervi a tavola con lui. (Girolamo, Commento in Matteo, 13,17).

9. Stando seduto là (sulla barca), parla in parabole. "Allora", dice, "parlò loro molto in parabole" (Mt13,3). Eppure sul monte non fece così, né strutturò il discorso con tante parabole, perché allora c’erano soltanto la folla e un popolo semplice, mentre qui c’erano anche scribi e farisei. Osserva quale parabola dice per prima e come Matteo le presenti secondo un ordine logico. Quale dice per prima? Quella che occorreva dire prima di tutte, che rendeva l’ascoltatore più attento. Poiché infatti si accingeva a parlare in modo enigmatico, desta l’animo degli uditori innanzitutto mediante questa parabola. [...] Non soltanto per questo motivo parla in parabole, ma per rendere anche più vivace il suo discorso, imprimerlo meglio nella loro memoria e mettere le cose sotto i loro occhi. Così fanno anche i profeti. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 44,2).

10. "Quel giorno Gesù, uscito di casa, sedeva in riva al mare. E si andò radunando intorno a lui una folla così grande, che egli fu costretto a salire su una barca e vi si pose a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia." (Mt 13,1-2) Il popolo non poteva essere introdotto nella casa di Gesù, né esser presente dove gli apostoli udivano i misteri; per questo il Signore misericordioso e compassionevole esce dalla casa sua e siede presso il mare di questo secolo, in modo che le folle gli si possano stringere intorno e, stando sulla riva, possano ascoltare le cose che non erano degne di udire stando in casa. Gesù sale sulla barca e vi prende posto, le onde percuotono l’imbarcazione su cui egli sta, sicuro nella sua maestà, e infine comanda di accostare la barca alla riva. Il popolo, senza correre nessun rischio, senza essere circondato dalle tentazioni che non potrebbe sopportare, se ne sta fermo sulla spiaggia, per ascoltare le sue parole. (Girolamo, Commento in Matteo, 13,1-2).

11. Ma perché poi, dopo che si furono allontanati, parla in parabole anche a loro? Le sue parole li resero più intelligenti in modo da comprendere. Del resto in seguito dice loro: "Avete compreso tutte queste cose? Gli rispondono: Sì, Signore." (Mt 13,51) Così la parabola, tra gli altri, ottenne anche questo risultato, di renderli più perspicaci. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 47,2).

12. Non venirmi a dire che parlava in modo oscuro; potevano andare da lui e interrogarlo, come i discepoli, ma non vollero, perché erano negligenti e inerti. Che dico, non vollero? Agivano anche in modo contrario, perché non solo non credevano, non solo non ascoltavano, ma anche combattevano ed erano assai ostili nei confronti di quanto veniva loro detto; presenta il profeta muovere questa accusa, con il dire: erano maldisposti ad ascoltare. Ma quegli altri non erano così, perciò li proclamava beati. (Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo, 45,2).

13. Il sole espande la sua luce, con la quale da calore, me lo fa secondo la diversa disposizione dei corpi, ed è così che a un corpo lo scioglie a un altro lo indurisce, perché scioglie la cera ed indurisce l’argilla. In questa maniera grazie a una sola opera divina i cattivi peggiorano per la loro cattiveria; i buoni, in vece, diventano migliori. (Girolamo, Epistole, 120, 10, c. 1000).

14. Per questo il Padre ha rivelato il Figlio, per manifestarsi a tutti per mezzo di lui [...] e per chiudere giustamente, nella tenebra che si sono scelti da sé, quelli che non credono e per questo fuggono la sua luce. (Ireneo, Adversus haereses, IV 6,5).

15. Così un solo e medesimo Signore procura l’accecamento a quelli che non credono e non fanno alcun conto di lui –come fa il sole, la sua creatura, a quelli che per una certa debolezza degli occhi non possono guardare la sua luce–, ma a quelli che credono e lo seguono dà una più piena e più grande illuminazione della mente. (Ireneo, Adversus haereses, IV 29,1).

16. Queste parole sono rivolte a coloro che stanno sulla riva e non sono uniti a Gesù e vengono impediti dall’ascoltare chiaramente la parola sua dal rumore delle onde. Per loro si compie la citata profezia di Isaia: "Ascolterete, ma non capirete; guarderete, ma non vedrete." Queste parole sono rivolte alla folla che rimane sulla riva e non è degna di ascoltare le parole del Signore. Avviciniamoci anche noi, insieme coi discepoli, a Gesù, e preghiamolo di spiegarci la sua parabola, per evitare di assomigliare alla folla che invano possiede occhi e orecchi. (Il Signore) spiega il motivo per cui, guardando, non vedono, e ascoltando, non odono. Perché si è intorpidito il cuore di questo popolo, e sono divenuti duri di orecchi. E, per evitare che si possa pensare che l’intorpidimento del cuore e l’indurirsi degli orecchi siano dovute alla natura e non alla volontà, aggiunge: "... e hanno chiuso i loro occhi, affinché non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi, e non comprendano con il cuore, e non si convertano e io non li guarisca." (Mt 13,15). In parabole e oscuramente ascoltano dunque coloro i quali, avendo gli occhi chiusi, non vogliono vedere la verità. (Girolamo, Commento in Matteo, 13,13-15)

17. Devo decisamente mettere in chiaro anche questo: non c’è alcun altro che possa parlare in modo adeguato di questa parabola se non chi ha affermato con verità: "Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo." Ma chi è che ha riconosciuto il pensiero di Cristo che è in questa parabola, se non colui che si è affidato al Paraclito, del quale il Salvatore dice: "Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto"? Se non è infatti il Paraclito a insegnare tutto quello che disse Gesù [...] nulla potrà dirsi che sia degno di Gesù. E se tutti coloro che leggono il vangelo di Giovanni si mettessero alla ricerca di queste dichiarazioni sul Paraclito espresse dalla voce di Gesù, non darebbero retta, alcuni, come se fossero il Paraclito a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche [...] sì da chiamare gli spiriti menzogneri e i demoni col grande nome del Paraclito, che il Salvatore ha promesso agli apostoli e a chi è simile a loro. (Origene, Commento a Matteo, XV 30)

18. Occorre avere il coraggio di dire che i vangeli siano la primizia di tutte le Scritture, e che il vangelo secondo Giovanni sia la primizia dei Vangeli, i cui pensiero nessuno sia in grado di cogliere, se non dopo aver appoggiato il proprio capo sul petto di Gesù e aver assunto da Gesù, nato da Maria, Maria stessa come madre propria. (Origene, Commento al vangelo di Giovanni, I IV 23).


4. Testi biblici sulla ricchezza e la povertà

1. Mc 10,17-21 - Il giovane ricco (= Mt 19:16-29; Lu 18:18-30)

17 Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»

18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio.

19 Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"».

20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù».

21 Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».

22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni.

23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!»

24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!

25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».

26 Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?»

27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

28 Pietro gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito».

29 Gesù rispose: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo,

30 il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.

31 Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi».

 

2. Luca 12,16-21

16 E disse loro questa parabola:

«La campagna di un uomo ricco fruttò abbondantemente;

17 egli ragionava così, fra sé: "Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti?" E disse:

18 "Questo farò: demolirò i miei granai, ne costruirò altri più grandi, vi raccoglierò tutto il mio grano e i miei beni,

19 e dirò all'anima mia: 'Anima, tu hai molti beni ammassati per molti anni; ripòsati, mangia, bevi, divèrtiti'".

20 Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa l'anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?"

21 Così è di chi accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio».

 

3. Atti 4,32-35 - I credenti di Gerusalemme mettono in comune i loro beni

32 La moltitudine di quelli che avevano creduto era d'un sol cuore e di un'anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra di loro.

33 Gli apostoli, con grande potenza, rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù; e grande grazia era sopra tutti loro.

34 Infatti non c'era nessun bisognoso tra di loro; perché tutti quelli che possedevano poderi o case li vendevano, portavano l'importo delle cose vendute,

35 e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi, veniva distribuito a ciascuno, secondo il bisogno.

 

4. 2Corinzi 8,12-15

12 La buona volontà, quando c'è, è gradita in ragione di quello che uno possiede e non di quello che non ha.

13 Infatti non si tratta di mettere voi nel bisogno per dare sollievo agli altri, ma di seguire un principio di uguaglianza;

14 nelle attuali circostanze, la vostra abbondanza serve a supplire al loro bisogno, perché la loro abbondanza supplisca altresì al vostro bisogno, affinché ci sia uguaglianza, secondo quel che è scritto:

15 «Chi aveva raccolto molto non ne ebbe di troppo, e chi aveva raccolto poco, non ne ebbe troppo poco».

 


5. Commenti patristici

1. Galeno, medico e filosofo di Pergamo (muore a Roma nel 199), Liber de sententiis

La maggior parte della gente non è in grado di seguire una dimostrazione con un’attenzione sostenuta. Ecco perché c’è bisogno che si parli loro in parabole… E’ così che ai nostri giorni abbiamo visto questi uomini che vengono chiamati cristiani trarre la loro fede dalle parabole. Tuttavia, di tanto in tanto, essi si comportano da veri filosofi. Per dire il vero abbiamo sotto gli occhi il loro disprezzo della morte. Aggiungo che per una sorta di pudore aborriscono l’uso delle realtà veneree. Tra di essi vi sono sia donne sia uomini che per tutto il tempo della loro vita si sono astenuti dall’unione sessuale. Ve ne sono anche alcuni che, per la disciplina dell’anima e per una rigorosa applicazione, si sono avanzati tanto da non cederla per niente rispetto ai veri filosofi".

2. Pastore di Erma, Similitudine II

1. Mentre passeggiavo in campagna, mi soffermai ad osservare un olmo ed una vite, ed a riflettere su di essi e sui loro frutto, quando mi apparve il pastore e mi disse: "Che cosa stai pensando di questa vite e di questo olmo?". Gli risposi: "Penso, signore, che sono in perfetta armonia tra di loro". 2. Allora mi disse: "Queste due piante hanno la funzione di esempi per i servi di Dio". "Signore", gli chiesi, "vorrei capire bene ciò che dici a proposito degli esempi forniti da queste piante". 3. Mi disse: "La vite dà frutti, mentre l’olmo è un albero che non produce frutto. Ma la vite, se non si appoggia all’olmo, non può dare frutti abbondanti. Infatti se poggia sul terreno, non avendo il sostegno dell’olmo, marcisce. Invece se la vite si arrampica sull’olmo, dà frutto, per sé e per l’olmo. 4. Vedi bene, dunque, che anche l’olmo produce frutto, non meno della vite, anzi di più, giacché la vite, quando è sostenuta dall’olmo, produce frutto abbondante e buono, mentre quando poggia sul terreno lo produce in scarsa quantità e senza pregio. Dunque questa parabola riguarda i servi di Dio, il povero e il ricco". 5. "Come, signore?" domandai; "Spiegamelo". "Ascolta" mi disse. "Il ricco possiede degli averi, questo è ovvio, ma davanti a Dio è povero. Infatti, tutto preso dal pensiero delle sue ricchezze, prega poco il Signore e, quando lo fa, la sua preghiera è debole, vana e priva di forza davanti al Signore. Ma quando il povero viene rifocillato dal ricco e riceve il necessario, evidentemente il ricco confida che, se fa del bene al povero, potrà essere ricompensato da Dio per la sua buona azione; infatti egli comprende che la preghiera del povero è beata ed ha una grande capacità di giungere Dio. Pertanto il ricco fornisce al povero tutto il necessario, senza esitazione, 6. ed il povero, rifornito del necessario per vivere, rende grazie a Dio intercedendo per il suo benefattore. Come dunque il ricco si preoccupa per il povero, perché non gli manchi niente per tutta la vita, così da parte sua il povero prega per il ricco. 7. Entrambi dunque svolgono il loro compito. l’uno infatti agisce con la preghiera, in cui è ricco, e fa sì che il Signore conceda la giusta ricompensa; analogamente il ricco dona al povero senza esitare ciò che ha ricevuto dal Signore. Anche questo è un compito importante e gradito al Signore, perché il ricco dimostra di aver compreso il ruolo assegnatogli dal Signore nei confronti del povero e lo assolve con i doni ricevuti dal Signore: in questo modo egli compie il suo dovere e adempie rettamente il suo compito. 8 Agli occhi degli uomini l’olmo non pare fruttifero: essi non sanno e non capiscono che, quando c’è siccità, l’olmo, che ha acqua a sufficienza, nutre la vite, e la vite, avendo sempre acqua a disposizione, dà frutto in quantità doppia, per sé e per l’olmo. Così anche i poveri, quando intercedono per i ricchi presso il Signore con le loro preghiere, accrescono la loro ricchezza, e dal canto loro i ricchi, quando forniscono ai poveri il necessario, saziano le loro anime. 9. Pertanto sia gli uni che gli altri sono partecipi di un’opera di giustizia. E dunque tutti quelli che agiranno così non saranno abbandonati da Dio, ma saranno iscritti nel libro dei viventi. 10. Beati coloro che sono ricchi e capiscono che la loro ricchezza viene dal Signore. Quelli che capiranno ciò potranno anche compiere qualche buona azione".