Apologia




[Parte I: Introduzione]
1. Sappiamo che il denigrare e calunniare qualcuno con lingua sfrenata e mente stolta è opera di uomini malvagi e attaccabrighe, mentre il tentativo di chi, avendo cattiva fama in conseguenza di una calunnia, cerca con tutto il proprio ardore di eliminare con le prove la menzogna è opera di uomini saggi e che tengono in gran conto insieme al loro bene personale la sicurezza della gente. Ci auguravamo, conoscendo entrambe le situazioni per sentito dire, di non avere mai nulla a che fare con la prima e di evitare l’esperienza della seconda. Purtroppo le cose non sono andate come pensavamo: alcuni uomini malvagi e tali che non esiste cosa che si vergognino a dire o a fare si sono adoperati scaltramente e in molti modi sia con le parole sia con i fatti per diffondere contro di noi un’accusa priva di fondamento, accusa che è causa di dolore per noi e motivo di danno per coloro che le credono. Per questo motivo e per il fatto che i più semplici valutano la verità in base alle accuse degli avversari accettando acriticamente le calunnie diffuse sul nostro conto, abbiamo pensato che fosse utile sia per un apologia di noi stessi sia per la sicurezza di coloro che accettano le cose che vengono dette senza verificarle, confessare a voi per iscritto ciò in cui crediamo.
Attraverso questa confessione speriamo di poter in qualche modo respingere la diffamazione che si è impadronita di noi e di poter rendere per il futuro meno audaci i malvagi e più sicuri coloro che sono troppo condiscendenti, dopo aver spiegato agli uni che dire le menzogne è un errore e agli altri che credere ad esse è un rischio, essendo mostrata insieme alla verità che è in noi la punizione che spetta ad entrambi. Infatti la comunanza nella menzogna rende per entrambi comune il castigo.

2. Chiediamo prima di tutto sia a voi che ascolterete adesso sia a voi che leggerete in seguito, di non voler distinguere la menzogna dalla verità in base al numero, dando la preferenza alla maggioranza, e di non lasciare ottenebrare la vostra mente badando alle cariche prestigiose o alla vanteria di alcuni. Vi chiediamo inoltre di non chiudere le orecchie a chi è giunto per ultimo dando vantaggio alla schiera di chi ci ha preceduto. Preferite piuttosto l’insegnamento del nostro Salvatore Gesù Cristo a ogni quantità di uomini, a ogni ambizione o rivalità, relazione e parentela e, per dirla in breve, a tutto quello che è solito oscurare i criteri dell’animo e giudicate le cose che vengono dette con benevolenza verso la verità. Infatti ciò che più contribuisce al discernimento della verità è la familiarità con essa.

3. Inoltre non adiratevi con noi se, avendo tralasciato vanità e paura e avendo invece preferito l’impunità per il futuro al benessere e alla sicurezza nel presente, abbiamo pensato che la minaccia che incombe sugli empi sia più temibile di ogni sofferenza terrena e morte temporale e se pertanto esponiamo la verità spoglia di ogni velo. Né infatti, per parlare come l’Apostolo, “le sofferenze del tempo presente possono essere paragonate alla gloria che dovrà essere rivelata” (Rm 8,18), né il mondo intero regge il confronto con il godimento e il potere, equo compenso dell’anima propria di ciascuno, dato che le cose attese per quanto riguarda sia il godimento sia la punizione superano di gran lunga in entrambi i casi le cose presenti.

4. Ma per non allungare oltre misura il discorso soffermandoci troppo su questi argomenti, passiamo subito alla confessione stessa della fede, grazie alla quale la comprensione del nostro pensiero potrà risultare agevole e facile per coloro che lo vogliono. È necessario forse che coloro che trattano questi argomenti e rendono conto della propria opinione non si espongano senza precauzione ai giudizi della moltitudine e, presentando innanzitutto come una sorta di norma e di regola la pia tradizione dei Padri che ha predominato fin da principio, consentano di usare questo rigoroso criterio per valutare ciò che viene detto.

5. Crediamo in un solo Dio Padre onnipotente “dal quale derivano tutte le cose” (1Cor 8,6). E in un solo Figlio Unigenito di Dio, Dio Verbo, il nostro Signore Gesù Cristo “per mezzo del quale esistono tutte le cose” (1Cor 8,6). E in un solo Spirito Santo, il Paraclito, nel quale è distribuita a ciascuno dei santi una parte di tutta la grazia secondo una giusta proporzione per il bene comune.

6. La professione di fede più semplice e comune a tutti coloro a cui sta a cuore sembrare o essere cristiani, per dire subito l’essenziale, è dunque questa, tralasciati gli elementi secondari di cui riteniamo superflua la menzione per il fatto di essere fino ad ora incontestati. Per quanto ci riguarda, se potessimo vedere che necessariamente coloro che hanno sentito i termini una volta conservano senza deformazioni insieme alle parole il loro vero significato, o se vedessimo che coloro che ci hanno accusato di empietà dopo questa confessione ci assolvono dalle accuse, essendo il loro pensiero libero da ogni malvagio sospetto nei nostri confronti, porremmo a questo punto fine ai nostri discorsi, dato che la confessione ci garantirebbe una sicura tranquillità. Ma questa non è sufficiente per confermare la verità a persone che per malevolenza o per qualche altra perversità di pensiero cercano di deformarne e di corromperne il senso –infatti né il libico Sabellio né il gallo Marcello né Fotino o qualcun altro di quelli che furono animati dalla loro stessa follia sarebbero stati esclusi dalle assemblee sacerdotali, dalla partecipazione ai misteri e dalle cerchie ecclesiastiche –e non basta a noi per confutare le accuse che ci sono state rivolte, ma abbiamo bisogno di discorsi più precisi per spiegare il nostro pensiero. Per questo motivo cercheremo, per quanto possiamo, di portare alla luce del sole l'opinione che noi stessi ci troviamo ad avere su questi argomenti, o presentando prima la lettera e rivelando poi il senso, o adattando i termini alle idee già esposte, dato che l’inversione di questo ordine non pregiudica in alcun modo la verità. Le stesse argomentazioni, infatti, sono senza dubbio a noi sufficienti sia per la nostra apologia sia per la confutazione di coloro che ci hanno accusato.


[Parte II: Dio è unico e ingenerato]

7. Conformemente sia alla nozione naturale sia all’insegnamento dei Padri abbiamo dunque ammesso nella nostra confessione che Dio è uno solo e che non è derivato né da se stesso né da un altro. Infatti entrambe queste ipotesi sono ugualmente impossibili, poiché in verità ciò che produce deve esistere prima di ciò che deriva da lui e ciò che è prodotto deve seguire ciò che produce. Non è poi possibile che una cosa sia anteriore o posteriore a se stessa né che ci sia stata qualche altra cosa prima di Dio, perché altrimenti questa avrebbe avuto la dignità della divinità al posto di quella che è venuta per seconda. Se si potesse dire realmente di un essere che è generato da un altro, questo si troverebbe allora tra gli esseri generati e giustamente sarebbe annoverato tra quelli generati da Dio. Se quindi è stato dimostrato che egli non esiste prima di se stesso e che nient’altro esiste prima di lui, ma che egli stesso è preesistente a tutte le cose, ne consegue per lui la definizione di ingenerato; anzi è egli stesso sostanza ingenerata. Forse ad alcuni sembrerà inutile e superflui comprovare, come se fossero dubbie, cose su cui molti sono d’accordo. Tuttavia, a causa di coloro che ritengono saggio combattere contro l’evidenza o che sono pronti a biasimare e calunniare, abbiamo bisogno di una indagine più precisa.

8. Quando diciamo ingenerato, non pensiamo di dover onorare Dio soltanto di nome, secondo un concetto umano, ma di dover pagare in verità a Dio il debito più imprescrittibile di tutti: la confessione che egli è ciò che è (Es 3,14). Infatti le cose dette concettualmente, dato che devono la loro esistenza alle sole parole e all’atto della loro enunciazione, per natura svaniscono insieme ai suoni della voce. Dio invece, sia che si taccia sia che si parli, sia che si consideri la realtà già giunta all’esistenza sia che si pensi a quando non esisteva ancora, era ed è ingenerato. Ma certamente non è ingenerato secondo la privazione, se le privazioni sono in effetti privazioni di attribuiti naturali e sono seconde in rapporto ai possessi. Né Dio aveva una genesi secondo natura né avendola all’inizio poi è diventato ingenerato dopo esserne stato privato. In effetti è una enorme empietà, in quanto cosa deleteria per la vera idea de Dio e per la sua perfezione, ma più ancora per il pensiero di coloro che hanno fatto questa trovata, dire in poche parole che Dio è stato privato di qualche cosa, ovvero di uno degli elementi presenti in lui per natura. Nessun uomo di buon senso, infatti, potrebbe dire che qualcuno è stato privato di una delle cose che prima non aveva. Se dunque l’ingenerato non è tale né secondo concetto né secondo privazione, come ha dimostrato il ragionamento esposto, né in parte –infatti Dio è indivisibile–, né come cosa estranea in lui –infatti è semplice e non composto–, né come cosa estranea accanto a lui –infatti è egli stesso il solo ed unico ingenerato–, esso stesso sarebbe sostanza ingenerata.

9. Essendo ingenerato, secondo la dimostrazione precedente, Dio non potrebbe mai ammettere generazione al punto da rendere partecipe della propria natura il generato e potrebbe evitare ogni confronto e comunanza con un altro, potrebbe farlo sia mediante separazione e divisione sia mediante confronto. Qualunque di queste due ipotesi si formuli, il ragionamento conterrà molte assurdità o piuttosto molte bestemmie, dato che, se Dio si dividesse e ripartisse, non sarebbe più ingenerato, diventando in conseguenza della divisione ciò che prima non era. Ma in realtà egli non sarebbe neppure più incorruttibile, poiché la spartizione rovina la dignità dell’incorruttibilità. Se invece ammettesse il confronto con un altro, non essendoci possibilità di confronto tra cose che non hanno nulla in comune, allora sarà messa in comune la dignità della sostanza. Se è così, accadrà lo stesso anche per il nome, al punto che necessariamente coloro che sono obbligati da questo ragionamento o che vogliono conservare incomunicabile la denominazione devono mantenere incomunicabile insieme a questa anche la sostanza, oppure coloro che cercano di rendere partecipe di questa qualche cosa devono renderla partecipe della denominazione così come della sostanza. Infatti l’onore che si aspettano sarebbe zoppicante, dal momento che procurerebbe ad una delle due parti un favore insufficiente e, inoltre, sottilizzando intorno alla denominazione, creerebbero una differenza che non merita neppure che se ne parli, se soltanto di nome l’uno è superiore e l’altro inferiore. Se quindi la logica delle argomentazioni li costringe a rendere comune lo stesso termine, facciano qualcosa che dà più onore rendendo comune anche l’uguaglianza, poiché non si trova nulla sulla cui base possano stabilire la superiorità.

10. Certamente non potrebbero dire che la sostanza è comune ad entrambi, ma che in base all’ordine e alle priorità di tempo l’uno è primo e l’altro secondo. Perché una cosa sia superiore bisogna infatti che la causa della superiorità appartenga ad essa, mentre alla sostanza di Dio non sono legati né tempo né secolo né ordine. L’ordine è secondo rispetto a chi lo fissa, ma nulla di ciò che è in Dio è stato fissato da un altro. Il tempo è un indefinibile movimento degli astri, ma l’esistenza degli astri è posteriore non soltanto alla sostanza ingenerata e a tutti gli esseri spirituali, ma anche ai corpi primi. Che cosa bisogna poi aggiungere riguardo ai secoli, quando la Scrittura afferma chiaramente che dio esiste prima dei secoli e i ragionamenti comuni lo confermano? Infatti non è soltanto empio, ma anche perfettamente ridicolo che quelli che hanno ammesso un solo ingenerato dicano che qualche altra cosa esiste prima di questo o contemporaneamente a lui. Se qualche cosa esistesse prima, questa potrebbe essere detta giustamente ingenerata, non la seconda. Se qualcosa esistesse contemporaneamente, la comunanza di coesistenza di ciascuno con l’altro priverà Dio del fatto di essere solo e unico e di essere ingenerato, come se essi introducessero con la sostanza una sorta di distribuzione e di delimitazione fra entrambi, e inoltre una composizione e la causa della composizione.

11. Ma certamente non è neppure possibile che esista in questa sostanza qualche cosa, come ad esempio forma o massa e grandezza, per il fatto che Dio è completamente libero da composizione. Se invece non è lecito –né potrebbe mai diventarlo– pensare che qualcuna di queste cose e delle altre dello stesso genere si trovi combinata con la sua sostanza, quale ragionamento permetterà ancora di assimilare la sostanza generata all’ingenerata? La somiglianza o il confronto o la comunanza secondo la sostanza non permettono infatti alcuna superiorità o differenza, ma comportano, chiaramente l’uguaglianza e con questa uguaglianza mostrano che colui che è assimilato o confrontato è ingenerato. Nessuno è così stolto e audace nell’empietà da affermare che il Figlio è uguale al Padre, dato che il Signore stesso ha detto esplicitamente: “Il Padre che mi ha mandato è più grande di me”, o al punto da unire l’uno all’altro questi due nomi, dato che ciascuno tira a sé in senso contrario e non ammette la comunanza con l’altro. Se infatti è ingenerato non è Figlio e se è Figlio non è ingenerato.
Ma, pur essendo di più i punti che sono stati tralasciati, ritengo che, per dimostrare che il Dio dell’universo è unico, ingenerato e incomparabile, possano bastare anche le cose dette.


[Parte III: Il Figlio è essere generato e creatura]

12. Per dimostrare che anche il Figlio è unico –infatti è unigenito– sarebbe stato possibile non avere preoccupazioni e noie se avessimo presentato come prova le parole con cui i santi chiamano il Figlio “essere generato e creatura”, mostrando così attraverso le differenze dei nomi anche la diversità della sostanza. Tuttavia, a causa di coloro che suppongono corporale la generazione e inciampano nelle omonimie, è forse necessario parlare brevemente anche di questi argomenti. Chiamiamo dunque il Figlio “essere generato” secondo l’insegnamento delle Scritture, senza pensare che la sostanza sia una cosa e il significato una cosa diversa da essa, ma ritenendo che essa sia l’essenza che è significata dal nome, poiché la denominazione esprime veramente la sostanza. Pensiamo poi che quest’ultima è stata generata quando, prima della propria costituzione, non esisteva, ma che, una volta generata è esistita prima di tutte le cose per decisione di Dio Padre.

13. Se a qualcuno ciò che è stato detto sembra audace, esamini in se stesso se è vero o falso. Infatti nel primo caso secondo il suo giudizio l’audacia sarà esente da ogni rimprovero, dato che nessuna verità detta opportunamente e con misura può essere messa sotto accusa. Se invece quanto detto risulta falso, allora sarà assolutamente inevitabile ritenere vero il contrario di queste opinioni, e cioè che il Figlio è stato generato quando già esisteva, cosa che costituirebbe il colmo non solo dell’assurdità o della bestemmia, ma anche di ogni stupidità. Che bisogno ha infatti di generazione chi già esiste, a meno che non sia trasformato in un’altra cosa conformemente alla natura dei corpi animati e inanimati di cui si potrebbe dire in verità che vengono ad essere, dal momento che anche se già esistono non sono ciò che diventeranno? Né infatti il seme è uomo né la pietra è casa, ma diventano l’uno uomo e l’altra casa. Se ciascuno di questi, a cui è in ogni caso estremamente empio paragonare la generazione del Figlio, diventa ciò che prima non era –infatti non diventa quello che era già– quale rimedio accetterà colui che dice che il Figlio è stato generato quando già esisteva? Se infatti esisteva prima della generazione, era ingenerato.

14. Ma da molto tempo è stato giustamente riconosciuto che nessun’altra cosa è ingenerata tranne Dio. Ritrattino dunque questa ammissione, introducendo un altro ingenerato, oppure, se si mantengono su queste posizioni, rifiutino di dire che il Figlio è stato generato quando già esisteva, poiché la denominazione di Figlio e di essere generato non si accorda affatto con quella di ingenerato. Subentrerebbe in effetti una totale confusione di parole e di cose se, mentre la sostanza è una sola ed è chiamata ingenerata, se ne introducesse nel ragionamento ancora un’altra e poi questa venisse chiamata generata. Inoltre, dato che secondo loro il Figlio non è stato generato e il Padre non ha generato, queste sarebbero solo parole, se il Figlio esisteva senza essere stato generato. A meno che qualcuno, cercando, come si dice, di curare il male con il male, e per di più un male minore con uno più grande, non abbia escogitato una generazione per accrescimento o per mutamento. In tal caso oltre a tutte le altre cose non avrebbe pensato correttamente neppure quest’ultima, poiché, se l’ingenerato crescesse in qualche cosa, lo farebbe tramite aggiunta di qualche elemento esterno. Da dove verrebbe dunque questa aggiunta, a meno che non supponiamo l’esistenza di un altro essere? Ma se le cose stanno così, è necessario pensare a molti esseri che esistono e che sono ingenerati per il completamento di uno solo. Se invece l’accrescimento proviene dal non essere, è meglio ammettere che ogni non essere è stato generato per decisione di colui che l’ha condotto all’essere o dire che la sua sostanza è composta di essere e non essere? Inoltre, se mutasse, non essendoci nulla in cui possa trasformarsi, necessariamente si trasformerebbe in non essere. E non è una sciocchezza, per non dire una empietà, affermare che l’essere è passato nel non essere? Bisogna, una volta eliminata questa smisurata sciocchezza, o piuttosto questa follia, accogliere saggiamente la verità.

15. Ma costoro che sono responsabili di queste assurdità e di altre molto più numerose, non capiscono che non hanno il diritto di accusare noi di audacia e che invece sono loro a meritare giustamente l’accusa di empietà. Per quanto ci riguarda, noi rimaniamo fedeli alle cose esposte anticamente dai santi e ora da noi stessi: dato che la sostanza di Dio non ammette generazione in quanto ingenerata, né divisione o ripartizione in quanto incorruttibile e dato che non ne esiste nessun’altra che serva da sostrato per la generazione del Figlio, diciamo che il Figlio è stato generato quando non esisteva, senza rendere la sostanza dell’Unigenito comune agli esseri venuti dal nulla, poiché ciò che non è non è sostanza.
Mentre in base alla decisione del creatore determiniamo per tutti gli esseri quello che li differenzia, a lui attribuiamo una superiorità tanto grande quanto è quella che il creatore deve avere sulle proprie creature. Infatti riconosciamo che, come dice il beato Giovanni, “tutto è stato creato tramite lui” (Gv 1,3), dal momento che la sua potenza creatrice è stata generata da principio insieme a lui, in modo tale che egli è il Dio unigenito di tutti gli esseri che sono stati generati dopo di lui e tramite lui. Infatti egli solo generato e creato dalla potenza dell’ingenerato, è diventato il ministro più perfetto per compiere ogni opera e decisione del Padre.

16. Se per il fatto che sono chiamati Padre e Figlio bisogna pensare a una generazione umana e corporale e se partendo dalle nascite che avvengono tra gli uomini dobbiamo sottomettere Dio alle denominazioni dell’unione e alle passioni, allora, poiché Dio è anche artefice, bisogna supporre una materia per la creazione degli esseri creati dalla sua arte secondo l’errore dei Greci. Infatti l’uomo che genera dalla propria sostanza non potrebbe creare niente senza materia. Se rifiutassero questo punto, non curandosi affatto del significato letterale dei nomi, e se, salvaguardando la nozione che cerca di circoscrivere Dio, attribuissero alla sua sola potenza l’attività creatrice, come troverebbe posto in Dio la passione dell’unione a causa dell’appellativo di Padre? Quale uomo di buon senso infatti non ammetterebbe che tra i nomi alcuni hanno in comune solo l’articolazione e l’enunciazione e non invece il significato? Ad esempio “occhio” si usa in riferimento sia all’uomo sia a Dio, ma nel primo indica un organo, mentre nel secondo significa ora sostegno e difesa dei giusti ora conoscenza delle azioni compiute.

17. D’altra parte, molti nomi, diversi per la loro pronuncia, hanno lo stesso significato, come ad esempio “IO SONO” (Es 3,14) e “un solo vero Dio” (Gv 17,3). Quindi né quando si dice “Padre” bisogna pensare che la sua attività è comune a quella degli uomini, immaginando in entrambi i casi insieme a questa flusso o passione, dato che l’una è senza passione, mentre l’altra ha luogo con la passione, né quando si dice “Spirito” questo ha la natura comune con gli altri esseri chiamati spiriti. In tutte le cose salvaguardiamo l’analogia e, sentendo dire che il Figlio è creatura, non indignamoci, come se la comunanza dei nomi rendesse del tutto comune anche la sostanza. Egli infatti è l’essere generato e la creatura dell’ingenerato e dell’increato, mentre il cielo, gli angeli e ogni altra creatura esistente sono creature di questa creatura, fatte tramite lui per ordine del Padre (Gv 1,3). Così sarebbe salvaguardata la veridicità delle Scritture che chiamano il Figlio “creatura” e “essere generato” e noi non abbandoneremo il ragionamenti assennati, non attribuendo parti a Dio e non ponendo la sua propria sostanza alla base di una generazione né alcuna materia alla base di una creazione. Da lì deriva infatti naturalmente la differenza dei nomi.

18. Se Dio quando genera non rende partecipe il generato della sua propria natura come avviene agli uomini –infatti è ingenerato– e se quando crea non ha bisogno di alcuna materia –infatti è autosufficiente e potente–, rifiutare che il Figlio sia una creatura è del tutto assurdo. Istruiti grazie a queste argomentazioni e ad altre simili essi non dovrebbero cercare una equivalenza completa tra i significati e i nomi né tentare di cambiare quelli quando questi sono cambiati. Badando alle nozioni dei sostrati, dovrebbero invece adattare di conseguenza le denominazioni, poiché la natura delle cose non corrisponde ai suoni, ma il potere dei nomi si adatta alle cose secondo il loro valore.
Qualcuno potrebbe biasimare non meno anche coloro che sono convinti che il Figlio è essere generato e creatura e che sono d’accordo sul fatto che Dio è ingenerato e increato, ma contraddicono le ammissioni precedenti con l’aggiunta di considerazioni ulteriori e introducendo la somiglianza secondo la sostanza. Costoro, se avessero avuto qualche preoccupazione per la verità, avrebbero dovuto riconoscere che se i nomi sono diversi, sono diverse anche le sostanze. Infatti così e solamente così essi conserverebbero il giusto ordine, rendendo a ciascuna di queste due sostanze il riconoscimento che le spetta. se invece non tengono la verità in alcun conto, dovrebbero almeno conservare la coerenza del loro proprio pensiero e rinunciando alla natura identica non dovrebbero privarla della denominazione appropriata, dato che abbiamo dimostrato con tutto quello che precede che le denominazioni sono indicative delle sostanze stesse.

19. Qualcuno, spinto alla contraddizione, potrebbe forse dire che, se bisogna prestare attenzione ai nomi e attraverso questi lasciarsi condurre alle nozioni dei sostrati, in quanto ingenerato e generato diciamo che sono diversi, mentre in quanto luce e luce, vita e vita, potenza e potenza diciamo che sono simili. A costui, senza servirci di un bastone come risposta alla sua domanda secondo le parole dell’elogiatore di Diogene –infatti il cinismo è ben lontano dal cristianesimo–, ma emulando il beato Paolo che afferma che bisogna istruire agli avversari con molta magnanimità (2Tim 2,25), replichiamo che l’uno è una luce ingenerata e l’altro una luce generata. Usato in riferimento all’ingenerato, il termine “luce” significa forse altro rispetto al termine “ingenerato” oppure sono entrambi la stessa cosa? Se infatti sono due cose diverse, è evidente che ciò che è costituito dall’una e dall’altra è composto, ma un essere composto non è ingenerato. Se invece sono la stessa cosa, quanta differenza c’è tra l’ingenerato e il generato, altrettanta deve esserci tra la luce e la luce, la vita e la vita, la potenza e la potenza, infatti la stessa regola e la stessa norma valgono per la risoluzione di tutti i casi del genere. Se quindi tutto quello che è detto per indicare la sostanza del Padre equivale all’ingenerato secondo il potere del significato per il fatto che è indivisibile e non composto, in base al medesimo ragionamento anche quello che è detto dell’Unigenito è la stessa cosa dell’essere generato. Ma se anche loro stessi dicono che queste realtà sono diverse, quale ragionamento permetterà ancora di introdurre la somiglianza della sostanza o di stabilire per uno la superiorità per ordine di grandezza, dal momento che sono stati eliminati massa, tempo e gli altri dati di questo genere e che la sostanza è semplice ed unica e concepita come tale?

20. Prima di tutto ci sembra che coloro che hanno osato paragonare la sostanza indipendente, superiore a ogni causa e libera da ogni legge a quella generata e sottoposta alle leggi paterne, non abbiano assolutamente preso in considerazione la natura dell’universo oppure formulino i loro giudizi su questi argomenti con un pensiero non puro. Per scoprire quello che cerchiamo abbiamo infatti a disposizione due strade: percorrendo la prima esaminiamo le sostanze stesse e formuliamo di ciascuno un giudizio secondo un ragionamento puro riguardo ad esse mentre la seconda consiste nell’esame dell’attività che noi valutiamo a partire delle opere create e dagli effetti. di queste due strade nessuna è in grado di mostrare la somiglianza della sostanza.
Se qualcuno iniziasse la ricerca a partire dalle sostanze, troverebbe che quella sostanza che non ammette assolutamente dominio e origine sopra di sé e che forma a queste nozioni l’intelligenza che si accosta ad esse con animo ben disposto, ordina di respingere il più lontano possibile, per una legge di natura, il confronto con altra cosa e permette di pensare anche la sua attività come conforme e adatta alla dignità di questa sostanza. D’altra parte, se qualcuno, iniziando il suo esame dalle opere create, da queste si elevasse poi alle sostanze, scoprendo che il Figlio è una creatura dell’ingenerato e il Paraclito lo è dell’Unigenito, ed essendo convinto, in base alla superiorità dell’Unigenito, della differenza dell’attività, troverebbe anche la prova incontestabile della diversità della sostanza. Questo per non dire in terzo luogo che colui che opera per suo potere è di gran lunga diverso da colui che agisce sotto l’autorità paterna e che ammette di non fare nulla da solo (Gv 5,19): è la stessa differenza presente tra colui che è adorato e colui che adora.

21. Se dunque ritengono che non è per nulla assurdo rendere ugualmente partecipi entrambi di queste stesse cose, ovvero della sostanza, dell’attività, della potenza e del nome, avendo eliminato le differenze delle parole e delle cose, dicano chiaramente che ci sono due ingenerati. Se questo è chiaramente empio, essi non cerchino di stabilire, nascondendosi dietro la parola “somiglianza”, ciò che tutti riconoscono essere un’empietà. Ma per non dare l’impressione di fare violenza alla verità con le nostre invenzioni e i nostri ragionamenti, come vuole la calunnia diffusa sul nostro conto e che ha trovato largo seguito, dimostreremo queste cose a partire delle Scritture stesse. La Legge e i profeti annunciano un solo Dio. Il Salvatore stesso confessa che questo Dio è il Dio anche dell’Unigenito: “Vado infatti” –dice– “dal mio Dio e vostro Dio” (Gv 20,17). Un solo Dio è vero (Gv 17,3), uno solo è saggio (Rm 16,27), uno solo è buono (Mt 19,17), uno solo è potente (1Tim 6,15), uno solo possiede l’immortalità (1Tim 6,16). Nessuno rimanga turbato né permetta che il suo pensiero sia sconvolto, dal momento che noi non ci serviamo delle cose dette per negare la divinità dell’Unigenito o la sua saggezza o la sua immortalità o la sua bontà, ma per distinguere la superiorità del Padre. Infatti professiamo un Dio Unigenito, nostro Signore Gesù, incorruttibile e immortale, saggio, buono. Ma della sua formazione stessa e di tutto ciò che è dichiariamo causa il Padre, egli che non ha causa della sua propria sostanza o bontà in quanto ingenerato. A questa concezione ci portano le argomentazioni precedentemente esposte.

22. Se pertanto c’è un solo Dio vero (Gv 17,3) e saggio (Rm 16,27), poiché egli è ingenerato, il Figlio Unigenito, poiché egli solo è progenie dell’ingenerato, non potrebbe essere una realtà unica, se la sua natura fosse resa comune a un altro per somiglianza. Bisogna quindi rifiutare la somiglianza secondo la sostanza, accettare invece la somiglianza del Figlio con il Padre secondo la ragione appropriata e ricondurre veramente la causa e l’origine dell’universo a un solo e unico essere, essendo il Figlio chiaramente subordinato al Padre. Bisogna poi purificare accuratamente l’idea che abbiamo di questi e ritenere non umano, ma agevole e divino il modo di operare. Non dobbiamo giudicare questa attività una divisione o un movimento della sostanza, come è inevitabile che pensino coloro che si lasciano abbindolare dai sofismi dei Greci, dato che essi unificano l’attività e la sostanza e per questo dichiarano che il mondo coesiste con Dio, non evitando per nulla di più in conseguenza di ciò l’assurdità. Bisognerebbe infatti che essi dopo aver preso in considerazione la cessazione della creazione non rifiutassero affatto il suo inizio, poiché niente potrebbe arrivare ad una fine senza partire da un inizio.

23. Ma lascino perdere costoro che non hanno osservato con occhi sani la differenza degli esseri e non sono stati giudici giusti di tali questioni, dal momento che a causa della loro malevolenza la giustizia nasconde loro la verità. Noi, giudicando l’attività a partire dalle opere secondo le cose dette poco sopra, pensiamo che non sia prudente dover unificare questa con la sostanza, dato che sappiamo che l’una è priva di inizio, semplice e senza fine, mentre l’attività non è senza inizio –altrimenti infatti anche l’opera sarebbe priva di inizio–, e non è senza fine, poiché non è possibile che quando le opere sono cessare l’attività non cessi. È infatti troppo puerile e proprio di una mente infantile dire che l’attività è ingenerata e senza fine stabilendo che è la stessa cosa della sostanza, dal momento che nessuna opera può essere fatta senza una generazione né senza una fine. In conseguenza di ciò, delle due cose soltanto una può accadere e quindi o l’attività di Dio è inoperante oppure l’opera è ingenerata. Ma se ciascuna di queste due ipotesi è considerata unanimemente assurda, corretta è la possibilità che rimane: poiché le opere hanno un inizio, l’attività non è priva di inizio e poiché hanno una fine, non è senza fine. Non bisogna dunque ridurre all’unità l’attività e la sostanza dando retta alle opinioni degli altri non confermate da alcuna indagine, ma occorre pensare che la volontà è l’attività più vera e più conveniente a Dio. Questa volontà basta a fare in modo che tutte le cose esistano e si conservino, così come testimonia anche la voce profetica: “Tutto quello che ha voluto, l’ha fatto” (Sal 113,11). Infatti non ha bisogno di nulla per costituire le cose che vuole, ma nello stesso tempo vuole e viene ad esistere ciò che ha voluto.

24. Se quindi questo ragionamento ha dimostrato che la volontà è attività e che l’attività non è sostanza e se l’Unigenito è sottomesso alla volontà del Padre, il Figlio conserva necessariamente la somiglianza non rispetto alla sostanza, ma rispetto all’attività che è anche volontà. Lasciandoci guidare da queste conclusioni, bisogna salvaguardare il vero significato della parola “immagine”. Lo stesso beato Paolo lo ha spiegato dicendo: “Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui sono state create tutte le cose, sia quella che sono in cielo sia quelle che sono sulla terra, visibili e invisibili (Col 1,15-16). Per questo motivo è immagine. ma tutto quello che è stato creato in lui, compreso il primogenito, non indica la sostanza ingenerata –infatti la sostanza non ha alcun rapporto con queste cose–, ma l’attività per mezzo della quale esiste il Figlio in cui sono tutte le cose. Il vocabolo “immagine” potrebbe riferire la somiglianza non alla sostanza, ma all’attività che si trova senza generazione del primogenito e delle cose create in lui. Chi infatti conoscendo lo stesso Unigenito e considerando tutto quello che è stato fatto per mezzo suo (Gv 1,3), non ammetterebbe che in lui è contemplata tutta la potenza del Padre? Guardando a ciò il beatissimo Paolo non dice “per mezzo di lui”, ma “in lui” (Col 1,16), pur aggiungendo la parola “primogenito” (Col 1,15), affinché anche lui sia compreso tra le cose fatte per mezzo suo e faccia conoscere l’attività del Padre a tutti coloro che possono comprendere queste cose.
Diciamo quindi immagine non paragonando l’essere generato all’ingenerato –infatti ciò è inappropriato e impossibile per tutti–, ma paragonando il Figlio unigenito e primogenito al Padre, dato che l’appellativo di Figlio mostra la sua sostanza e quello di Padre l’attività di colui che lo ha generato. Se qualcuno per spirito di contraddizione non presta attenzione alle cose che sono state dette, rimanendo sulle sue posizioni, e costringe la denominazione di Padre ad essere indicativa della sostanza, renda allora partecipe dello stesso vocabolo anche il Figlio che prima ha voluto rendere partecipe anche della stessa sostanza, anzi dia tutti e due gli appellativi ad entrambi, dando cioè al Padre l’appellativo di Figlio e al Figlio quello di Padre. La somiglianza della sostanza costringerà infatti quelli che hanno questa opinione su di loro a chiamarli con gli stessi appellativi.


[Parte IV: Il Figlio è essere generato e creatura]

25. Ma se riguardo all’Unigenito sono per noi sufficienti tutte queste argomentazioni, ora per concludere sarebbe coerente parlare anche del Paraclito. Noi, senza seguire le opinioni dei più, non confermate da alcuna indagine, ma salvaguardando sotto tutti gli aspetti l’insegnamento dei santi da cui abbiamo appreso che egli è terzo per dignità e ordine, crediamo che egli sia terzo anche per quanto riguarda la natura. Non c’è scambio tra le dignità e le nature, a differenza di quanto accade tra gli uomini, dove i mutamenti sono dovuti a vicende politiche, e l’ordine di creazione non cambia in contraddizione con le sostanze, ma rimane in accordo con le nature, in modo che il primo nell’ordine non è secondo per la natura e il primo per natura non ottiene il secondo o terzo posto. Se dunque questo è l’ottimo ordine della creazione degli esseri intelligibili, lo spirito Santo che è terzo nell’ordine non potrebbe essere primo per quanto riguarda la natura, come è il caso di Dio Padre. Infatti in verità sarebbe assurdo e singolare che lo stesso occupasse ora il primo, ora il terzo posto e che entrambi fossero un solo essere, quello che è adorato e quello in cui si adora, secondo quanto dice il Signore: “Dio è Spirito, e coloro che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24). Lo Spirito non è neppure lo stesso essere dell’Unigenito. Altrimenti infatti non sarebbe stato enumerato in seguito a questo come avente una sua propria ipostasi, poiché a questo proposito è sufficiente la parola del Salvatore con cui ha detto chiaramente che è un altro colui che sarà inviato per far ricordare gli apostoli e istruirli (Gv 14,16.26). Inoltre non c’è un secondo per numero accanto al Padre e che sia ingenerato –infatti c’è un solo e unico ingenerato “dal quale tutto è venuto” (1Cor 8,6)– così come non c’è un altro accanto al Figlio e che sia un essere generato –infatti uno solo è anche l’Unigenito nostro Signore “per mezzo del quale tutto esiste" (1Cor 8,6), come dice l’Apostolo–, ma c’è un terzo per natura e per ordine, originato per comando del Padre e tramite l’attività del Figlio, onorato al terzo posto come la prima creatura dell’Unigenito, la più grande di tutte e la sola che sia tale; mancante della divinità e della potenza demiurgica, egli è invece pieno della potenza di santificazione e di istruzione.


[Parte V: Conclusione generale]

26. Ma per non scoraggiare coloro che ci ascoltano con la lunghezza del discorso, concentrando in breve tutta la forza di ciò che è stato detto, affermiamo che il Dio dell’universo è l’unico e solo vero Dio, ingenerato, senza principio, incomparabile, superiore a ogni causa e causa dell’esistenza di tutti gli esseri. Egli non ha costituito la creazione degli esseri a partire dalla comunanza con un altro e non ottiene il primo posto su tutte le cose per l’ordine né la parte migliore per confronto, ma è incomparabile data la superiorità della sua sostanza, della sua potenza e del suo potere. Egli ha generato e creato prima di tutte le cose il dio Unigenito, nostro Signore Gesù Cristo “per mezzo del quale tutto è stato fatto” (1Cor 8,6), immagine e impronta della sua propria potenza e attività, ma incomparabile secondo la sostanza con colui che ha generato e con lo Spirito Santo che è stato fatto tramite lui. al primo infatti è inferiore in quanto suo creatore. Del fatto che egli sia stato creato è un testimone degno di fede colui al quale il Signore stesso ha dichiarato che deve a Dio la sua conoscenza (Mt 16,17), Pietro che ha detto: “Tutta la casa di Israele sappi con certezza che Dio lo ha fatto Signore e Cristo” (At 22,36). E ancora un altro testimone di ciò è colui che ha parlato in nome del Signore dicendo: “Il Signore mi ha creato all’inizio delle sue vie” (Prv 8,22). Che egli abbia creato lo Spirito Santo lo testimoniano colui che ha detto: “C’è un solo dio da cui tutto viene e un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo del quale tutto esiste” (1Cor 8,6) e il beato Giovanni quando dice: “Tutto è stato fatto tramite lui e senza di lui non è stato fatto nulla (Gv 1,3). La conseguenza di quanto detto sarebbe o dire lo spirito ingenerato, cosa che è empia, o, se invece è stato creato, dire che è stato creato tramite lui. Infatti noi professiamo che solo il Figlio è stato generato dal Padre, subordinato alla sua sostanza e alla sua decisione. Egli stesso in effetti ammette di vivere a causa del Padre (Gv 6,57) e di non fare nulla da solo (Gv 5,19) e in verità diciamo che non è né consustanziale <né di sostanza simile>, dato che il primo termine indica generazione e spartizione della sostanza e il secondo uguaglianza.

27. Né il Padre è generato, né il Figlio è ingenerato, ma ciò che il Figlio è eternamente è ciò che egli è anche giustamente chiamato: essere generato, Figlio ubbidiente, ministro perfettissimo, che ha servito il Padre per ogni sua creazione e decisione, per la costituzione e il mantenimento di tutte le cose esistenti, per l’istituzione delle leggi presso gli uomini, per l’economia e tutta la provvidenza. Egli utilizza il Paraclito come un servitore per la santificazione, per l’istruzione e la confermazione dei credenti; è stato generato negli ultimi giorni dalla santa Vergine, si è comportato santamente sotto le leggi umane, è stato crocifisso, è morto, è risorto il terzo giorno, è asceso al cielo, deve venire a giudicare i vivi e i morti secondo una giusta retribuzione della fede e delle opere, regna nei secoli, la superiorità e la monarchia di dio essendo salva in tutte le cose e in tutti i tempi, lo Spirito Santo essendo chiaramente subordinato a Cristo con tutto l’universo e il Figlio stesso essendo subordinato a dio Padre in base all’insegnamento del beato Paolo che dice: “Quando infatti tutto gli sarà stato sottomesso, allora anche il Figlio stesso sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28).
Noi abbiamo dimostrato tutte queste cose chiaramente e più diffusamente nelle altre parti del nostro discorso e ora le abbiamo confessate a voi brevemente. Preghiamo quindi voi che siete presenti e tutti voi che avete in comune con noi gli stessi misteri di non temere il biasimo degli uomini, di non lasciarvi ingannare dai sofismi o sviare dalle lusinghe, ma di formulare un veritiero ed equo verdetto sulle questioni di cui abbiamo parlato, prevalendo chiaramente presso tutti la parte migliore. Vi chiediamo inoltre di fare in modo che la ragione abbia la meglio sugli attaccabrighe e di sfuggire a tutte le trappole e le insidie preparate contro gli uomini dal diavolo, che ha cura di spaventare o adescare i molti che non preferiscono l’utile al piacevole o che ritengono la realtà presente più sicura di quella futura.
Se invece la parte peggiore trionferà presso alcuni –che Dio faccia in modo che non si verifichi davvero ciò che sto dicendo–, dal momento che i più cospirano in direzione della menzogna, mentre si allontanano dalla verità e ritengono la sicurezza e la gloria presenti più importanti di ciò che è gradito a Dio ed è utile all’interesse pubblico, preghiamo almeno i nostri seguaci di conservare ferma e salda la fede in colui che l’ha donata a loro, aspettando il tribunale di Cristo nostro Salvatore, dove l’orgoglio, la vanagloria e la menzogna sono estirpati fino alla radice, dove coloro che vengono giudicati sono spogliati di ogni potere o segno di onore o adulazione, dove infine la moltitudine di persone e la ricchezza non hanno alcuna capacità di persuasione, anche se presso gli uomini godono di grande considerazione. Un buon numero di uomini celebri non ha lo stesso peso di un solo uomo povero, ma religioso, per intercedere presso il tribunale della verità. Infatti la religiosità di coloro che ritengono un guadagno perfino il morire, se avviene per questa causa (Fil 1,21), combatte dalla loro parte secondo un giusto scambio e Cristo, che da molto tempo e ancora adesso decide i premi delle loro battaglie, dà la vera libertà e il regno dei cieli a quelli che hanno disprezzata per la loro malvagità assegna punizioni inesorabili. Queste cose risultino a voi dette per quanto riguarda entrambe le parti e alla fine prevalga la parte migliore.


Traduzione di Antonella Negro.