Apologia della Apologia  



Indice

Libro I - fr. I - fr. II - fr. III - fr. IV - fr. V -

Libro II
- fr. VI - fr. VII - fr. VIII - fr. IX - fr. X - fr. XI - fr. XII - fr. XIII - fr. XIV - fr. XV

Libro III
- fr. XVI - fr. XVII - fr. XVIII - fr. XIX - fr. XX



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Libro I
1. Nel proemio
a. Introduzione

1.
Quale contributo potrebbe dare alla confutazione di quelle che egli ritiene essere dottrine errate e a dar fondamento alla verità di ciò che si ricerca, un’assurda invenzione di figure retoriche, all’interno del discorso, e il collocarle in un ordine insolito e suo soltanto e “la violenza oggetto dell’impegno” e, viceversa, “l’impegno oggetto della violenza”, ottenuto con gran fatica e senza nessuna rispondenza con gli argomenti precedenti? (CE I 15)

2. Tali, infatti, sono, assieme a molte altre cose del genere, le modulazioni dei loro proemi, i versi sotadei, inerti e snervati, che, a mio parere, nemmeno si possono recitare mantenendo un atteggiamento poato, ma vengono cantati a tempo, battendo il ritmo e schioccando con suono stridulo le dita; e così pure il dire che “non ci sarà bisogno di altre parole e di ulteriori fatiche”. (CE I 17)
3. Subito nel proemio, come si vanta, Eunomio propone di essere il difensore della verità e, insultando la mancanza di fede dei suoi avversari, dice che “l’odio profondo e indelebile è penetrato in essi”, e che egli prova orgoglio per quelle cose che recentemente sono state decise su di lui. Non aggiunge, tuttavia, quali siano queste cose. Dice solo che si è emesso un giudizio a proposito di questioni dubbie e che si tratta di un giusto giudizio, che ha ridotto a più miti consigli coloro che si erano imbaldanziti non secondo giustizia. Ed egli dice proprio così, con la sua viva voce, intonando la famosa armonia lidia: “E da un giusto giudizio sono stati ridotti a più miti consigli coloro che si erano imbaldonziti non secondo giustizia”. Tale giudizio egli lo ha definito “interdizione dei ribelli” (non so cosa volesse dire con la parola “interdizione”) – ebbene, questa e tutte le altre vanità del genere io le ometterò nel mio parlare, perché si tratta di una massa di vane parole, che non porta nessuna utilità. (CE I 22)
4. Ma se uno vuole che anche il nostro parlare si opponga al discorso di Eunomio seguendo la successione degli argomenti, ci dica che guadagno faremmo e che vantaggio avrebbe l’ascoltatore, se io risolvessi l’indovinello e l’enigma del titolo, che, alla maniera della Sfinge della tragedia, egli ci propone subito agl’inizi, vale a dire quella inaudita Apologia in difesa della Apologia, esponendo tutte le chiacchiere che la riguardano e la lunga spiegazione del suo sogno. (CE I 24)

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b. Storia
b. 1. Intorno al Concilio di Ancira (358)

5. Io credo, infatti, che la meschinità e la vacuità, che sono conservate solo dal libro de Eunomio, e la novità del titolo e la volgarità e la vanagloria dei racconti che egli fa su se stesso, muovano a noia qualunque lettore. Ad esempio, “le fatiche e i cimenti che divennero noti in tutta la terra e in tutto il mare e furono annunciati in tutto il mondo abitato”. (CE I 25)
6. E se io dovesi citare testualmente quella sua storia divinamente ispirata, vale a dire chi fu colui che “nel Ponto Eussino lo tormentò avendo il suo stesso nome”; quale fu la sua vita, quali i suoi studi; “come entrò in contrasto con l’uomo di Armenia per somiglianza di carattere e poi a quali patti si misero insieme e si riconciliarono, in modo da concordare a danno di quall’invincibile e grande per gloria, Aezio” (il suo maestro, Eunomio lo esalta con queste lodi); e ancora: “quali insidie e ostilità furono macchinate contro di lui, che fu portato in giudizio, accusato di essere famoso e superiore agli altri”. (CE I 27)
7. Sembrerebbe che anch’io soffrissi dello stesso male, cioè dell’occuparmi di vanità, sequendo passo passo la sua stupidaggine ed esaminando ogni cosa ad una ad una, è più precisamente quali servi egli dice “di aver lasciato in libertà e quali sarebbero stati i rapporti dei congiurati e la schiera dei prezzolati”; e che ci stanno a fare Monzio, Gallo, Domiziano, che si sono intrufolati nel contenuto del suo racconto, “e i testimoni menzogneri e l’imperatore irato e alcuni trasferiti in altra sede? (CE I 28)
8. Stia pur bene a Eunomio solamente, infetti, pronunciare le seguenti offese contro i sacerdoti di Dio: “Satelliti e armigeri e guardie del corpo pronte a colpire, segugi che non permettono a colui che sta nascosto di fuggire agli sguardi altrui”, e gli altri insulti analoghi, che egli non si vergogna a scrivere contro la canizie dei sacerdoti. (CE I 31)
9. Come, infatti, nelle scuole di eloquenza dei pagani, ove si impara ad essere pronti di lingua e di mente, vengono proposti ai ragazzini degli spunti per inveire contro un personaggio indeterminato, così il nostro scrittore assale, lancia in resta, le persone che ho ricordato e scatena contro di loro la sua lingua maldicente e, senza dire quali sarebbero state le loro opere di malvagità, diffonde sul loro conto delle paure e semplici offese gratuite, inventando qualunque insulto e mettendo insieme, nelle sue calunnie, delle espressioni incivili, come “un soldato dallo scuro mantello” e “santo e maledetto”, “pallido per il digiuno, ma spirante morte per il suo odio”, e un gran numero di volgarità analoghe. (CE I 32)
10. Poi confessa i motivi della sua irritazione: “perché”, dice, “quelli cercavano che molti non venissero irretiti nell’inganno” di costoro. E si adira anche perché loro non avevano avuto la possibilità di starsene dove volevano, ma per ordine di colui che allora comandava fu assegnata loro come sede la Frigia, affinché non facessero del male a molte altre persone con la loro sciagurata compagnia. E adiratosi per questi motivi, così scrive: “E la gravità delle prove e le sofferenze intollerabili e la nobile sopportazione dei dolori, l’aver dovuto mutare con la Frigia la terra che li aveva generati”. (CE I 33)

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b. 2. Sulla vita di Eunomio

11. Non erano un oltraggio, infatti, per uno che era nato ad Oltiseris quegli avvenimenti, che cancellavano la reputazione dei suoi padri e offendevano la dignità della sua stirpe? Queste circostanze, per le quali egli ora si adira, non le avrebbe scelte quell’illustre Prisco, chiamato con due nomi, il padre del di lui padre, dal quale gli derivano le splendide e gloriose storie della sua prosapia, vale a dire “la macina del mulino e il cuoio, e la razione di cibo che si dà agli schiavi” e la restante eredità di Chanaan. E per questi fatti bisognava che fossero insultati quelli “che avevano procurato ad essi la deportazione”. (CE I 34-35)
12. Sono d’accordo anch’io: si meritano davvero il loro biasimo i colpevoli di quei provvedimenti, se veramente lo sono alcuni o lo sono stati, perché “fu oscurata da questi fatti la conoscenza di quelli precedenti, e quindi vien cancellata la memoria delle azioni più nobili”, ed essa non permette che si indaghi sui fatti più antichi di quelli attuali, vale a dire: da quale dignità originaria i due derivarono, quale seguito ebbe la loro cita, dopo il tempo dei loro padri, che cosa di grande o di piccolo, tra tutto quello che si addice alle persone libere, essi erano consci di aver fatto; e poi “furono così conosciuti e celebrati da diventare noti anche agli imperatori”, come Eunomio si vanta nel suo scritto, e “tutte le autorità più alte si mossero per causa loro e le loro vicende furono divulgate per gran parte della terra abitata. (CE I 35)
13. Infatti, da quando ebbe cominciato a prender parte a quella sapienza segreta, da allora “tutto crebbe senza che egli avesse bisogno di seminare o di arare”. (CE I 52)
14. E tutte le cose che insegnava nei circoli segreti e quelle di cui parlano e che rivelano coloro che, ingannati, hanno acolto entro di sé quella pestilenza, e quella segreta mistagogia e tutto quello che è insegnato dal venerabile sacerdote dei misteri, vale a dire, come si deve battezzare e la difesa della natura e tutte le altre cose del genere, se uno ha tempo da perdere per apprenderle con esattezza, le domandi a coloro che possono far uscire dalla loro bocca qualcosa di sconveniente senza dover essere incolpati: noi, dic erto, non ne parleremo. (CE I 54)
15. Il fatto che “quegli uomini, i quali erano rispettati”, come attesta il nostro scrittore, considerassero persone con le quali valeva la pena entrare in contrasto degli uomini di superbia per costoro, che si schierano contro quelli che sono creduti più importanti degli altri. (CE I 56)

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b. 3. Intorno ai Concili di Seleucia (359) e Costantinopoli (360)

16. Egli citò, infatti, un luogo in cui dice che avrebbe sostenuto una pugna in difesa delle sue dottrine, ma questo luogo non lo nomina e non lo indica con nessun segno chiaro, sì che inevitabilmente il lettore rimane incerto e può fare solo delle congetture su delle cose che gli rimangono oscure. In quel luogo , egli dice, “vi fu una riunione dei più autorevoli, giunti d’ogni dove”, e baldanzosamente insiste su questa sua affermazione, “ponendo sotto i nostri occi”, evidentemente, l’ordine dei fatti. Poi dice che “a certi maestri”, senza indicare per nome neppure costoro, “era stato intentato l’estremo pericolo” e che “parlò in risposta ad essi” il nostro maestro e padre, che era presente, ma che “siccome il processo aveva dato il potere ai suoi nemici”, egli era “fuggito via da quei luoghi, abbandonando quel posto, e aveva cercato” un certo “fumo della sua patria”. (CE I 78-79)
17. Qual è quel luogo nn nominato, in cui sarebbero state esaminate le sue dottrine? Quale fu “il momento che chiamò al contrasto tutti i migliori”? Chi sono “gli uomini che si affrettavano per terra e per mare a porre in comune le loro fatiche”? Di quale “mondo” parla, “sospeso nell’attesa degli avvenimenti, che attendeva la sentenza del giudizio”? O chi avrebbe “istruito il processo”? Gli si conceda pure di architettare tutte queste invenzioni, come ai bambini che vanno a scuola, e per mezzo di fandonie di tal genere dia pure al suo scritto peso e grandezza; ci dica, però, una cosa soltanto, chi sarebbe stato “quell’invincibile combattente” con il quale, egli dice, “avrebbe avuto paura di avvinghiarsi” il nostro maestro. (CE I 80-81)
18. E perché mai, pur prevedendo che cosa Basilio stesse per scrivere, non lo ha confutato al momento del giudizio? Che Eunomio non abbia presentato in giudizio questa Apologia, è chiaro per sua stessa ammissione. Cercherò infatti di ricordarmi ancora le sue parole precise. Eunomio dice: “Noi ammettiamo, infatti, di essere stati condannati e di essere rimasti in silenzio”, e ne agigunge il motivo: “in quanto degli uomini malvagi avevano ottenuto la dignità di sedere come giudici in tribunale”, o piuttosto, come lui dice, “si erano intrufolati nel posto che spetta a chi giudica”. (CE I 85)
19. Poco più oltre aggiunge anche le seguenti considerazioni: “Se Basilio crede di demolire la mia Apologia solo perché ho ricusato dei giudici che facevano gli accusatori, non si accorge di essere fin troppo ingenuo!” (CE I 65)
20. Infatti, il proemio del suo scritto non è indirizzato a dei giudici ben precisi, ma a certi uomini indeterminati, che sono quelli che vivevano in quel tempo e quelli che sarebbero venuti poi: davanti ad essi, son d’accordo anch’io a dire che Eunomio ha bisogno di una bella apologia, e non alla maniera di quella che ha scritto ora, la quale ha avuto bisogno a sua volta di un’altra apologia in propria difesa; ma ha bisogno di una apologia valida e intelligente, che possa convincere i lettori che Eunomio non era padrone dei prorpi pensieri, quando scrisse queste cose, dato che radunava per sé un tribunale composto di gente che non era presente e forse non era nemmeno nata, e si difendeva davanti a delle persone inesistenti, e pregava quelli che non c’erano “di distinguere la verità dalla menzogna non in base al numero delle persone, assegnando la vittoria alla parte più numerosa”.(CE I 67)
21. Infatti è accusato di empietà, per usare le sue stesse parole, e non si tratta di un’accusa indefinita, ma di un’accusa di vera e propria empietà. (CE I 69)
22. Ritorniamo allora al nostro argumento, e cioè che Eunomio, il quale si adira tanto per la menzogna, viene apertamente smascherato dalle sue stesse parole. Dice di “essere stato giudicato e di avere trovato nei giudici dei violatori della legge, di essere stato cacciato per terra e per mare a sopportare l’arsura del sole e la polvere”. (CE I 72)
23. “Basilio”, egli dice, “è astuto, litigioso, nemico della verità, sofista, ingannatore, ostile alle opinioni e ai ricordi che hanno tutti, persona che non si vergogna dell’evidenza che proviene dai fatti, non si guarda dalla paura che incutono le leggi o dal biasimo che ha origine dagli uomini, non sa distinguere la verità dall’astuzia”. A questi insulti aggiunge: “impudenza, propensione alla villania” e poi: “privo di misura, ripieno di idee tra loro contrastanti, persona che organizza il suo discorso con elementi contraddittori in contraddizione con quello che afferma, e dice cose tra di loro opposte”.(CE I 94)
24. E ancora: Basilio è chiamato “temerario e prepotente e mendace in un senso e nell’altro” da colui che “pazientemente educa nella mitezza i suoi oppositori”. (CE I 104)
25. “Poiché”, egli dice, “Basilio mi ha chiamato ‘Galata’, mentre io sono un Cappadoce”. [...] per questi motivi viene chiamato “temerario” e “mendace” e merita i peggiori insulti? (CE I 105)
26. Ecco il testo preciso: “Ma che io sia stato costretto a scrivere una apologia nel tempo e nel modo dovuto, non per avere inventato alcunché ma perché mi ci hanno obbligato i mediatori, risulta chiaro dai fatti stessi e dalle parole di Basilio”. (CE I 86)
27. Eunomio dice: “Se il premio è segno e conclusione della vittoria; se la vittoria, però, manifesta che c’è stata anche l’accusa, allora colui che assegna il premio dirà che per forza c’è stata anche la difesa”. (CE I 112)
28. Là dove, per criticare Basilio, lo definisce “vile e senza coraggio e che evita tutte le fatiche più travagliose” e tutte le altreaffermazioni analoghe, quando descrive con grand eimpegno tutte le emozioni che provava nella sua viltà e ricorda anche “una stanzina nascosta e una porticina chiusa a chiave e lo sbigottimento dovuto alla paura che entrasse qualcuno e le parole e lo sguardo e i segni del viso” e tutti i particolari del genere, che significano l’emozione prodotta dalla paura. (CE I 119)

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2. Discorso dottrinale
Frammento I

29.
“Tutto il discorso che riguarda le nostre dottrine si forma partendo dalla sostanza suprema e che è in senso proprio al massimo grado; da quella che esiste a causa di essa, ma è dopo di essa e primeggia su tutte le altre; e infine dalla terza, che non è coordinata a nessuna di queste due, ma è subordinata all’una a motivo della causa e all’altra a motivo dell’operazione secondo la quale essa è nata. Evidentemente dobbiamo prendere congiuntamente in considerazione, per completare il nostro ragionamento, anche le operazioni che conseguono alle sostanze e i nomi che per natura sono consoni ad esse. Ancora: ciascuna di queste sostanze è ed è pensata come esistente puramente semplice sotto ogni aspetto, e unica in relazione alla sua propria dignità, ma poiché le operazioni sono circoscritte insieme con le opere e le opere sono commisurate alle operazioni di coloro che le compiono, è snza dubbio assolutamente necessario che anche le operazioni che conseguono a ciascuna sostanza siano minori e maggiori e che le une abbiano il primo posto, le altre il secondo e, per parlare in modo generale, che esse pervengano ad una differenza uguale a quella a cui pervengono le opera. Non è neppur lecito, infatti, dire che è la stessa l’operazione secondo la quale fece gli angeli o le costellazioni e il cielo o l’uomo, ma, quanto certe opere sono più antiche e più importanti di altre, altrettanto si dovrebbe dire (pensando secondo la pietà) che una operazione supera l’altra, poiché sicuramente le medesime operazioni producono opere identiche e le opere diverse manifestano diverse le operazioni. Poiché le cose stanno così ed esse mantengono inalterata la concatenazione con il loro rapporto reciproco, senza dubbio conviene che coloro che svolgono la loro indagine secondo l’ordine connaturato alle realtà e non costringono a viva forza a sconvolgere e a confondere tutte le cose tra di loro si procurino, se viene mossa qualche contestazione relativa alle sostanze, la credibilità delle loro dimostrazioni e la eliminazione dei dubbi muovendo dalle operazioni, che sono le prime e sono contigue alle sostanze, e risolvano l’ambiguità che si trova nelle operazioni muovendo dalle sostanze e considerino più consono è più utile in tutto e per tutto il discendere dalle prime sostanze alle seconde”. (CE I 151-154)

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Frammento II

30.
Ma affinché non si pensi a questo, ecco che, como costretto da una necessità, Eunomio dice di “essersi tenuto lontano dalle opere della Provvidenza, e di essersi invece rivolto al modo della generazione, perché consegue” (così dice) “al modo della generazione il modo della somiglianza”. (CE I 446)
31. Egli si rifà dunque alla sostanza generante, e per mezzo di essa osserva la sostanza generata, e dice: “In quanto la dignità naturale di colui che ha generato indica il modo della generazione”. (CE I 461)

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Frammento III

32.
“O, come prescrive Basilio, si sarebbe dovuto cominciare dagli argomenti stessi della nostra ricerca, dicendo in modo non ordinato che la non generazione è sostanza, e cianciare della diversità o della identità della sostanza?” (CE I 475)
33. “Poiché più degli altri voi foste legati a questi errori, voi che avete attribuito la medesima sostanza a colui che genera e a colui che è generato, per cui vi siete procurato, come fosse una rete inestricabile a vostro danno, il ridicolo per queste vostre idee , dal momento che, come è logico, la giustizia vi ha condannati in base alle vostre opinioni. Certamente voi, supponendo che queste sostanze sono separate le una dalle altre senza principio, e collocando una di esse per mezzo della generazione nel grado del Figlio e pretendendo che colui che esiste senza principio sia stato fatto da colui che è, siete oggetto del vostro stesso ridicolo, perché quello che vi immaginate che sia privo di generazione asserite che possegga la generazione ad opera di un altro, oppure, confessando una sostanza unica e sola priva di principio, poi la delimitate nel Padre e nel Figlio per mezzo della generazione e affermate che la stessa sostanza non generata è stata generata da se stessa”. (CE I 476-477)
34. Colui, infatti, che ci calunnia di essere ignoranti, e fa vedere che noi ci siamo accinti alla discussione senza un’adeguata preparazione, a tal punto adorna il suo discorso con uno stile luminoso, a tal punto “lima all’unghia”, come egli dice, “le parole”, facendo risplendere il suo testo con questa straordinaria bellezza di termini che immediatamente l’ascoltatore è preso dal piacere a leggere queste parole che abbiamo preso tra molte altre e abbiamo citato. (CE I 481)

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Frammento IV

35.
“Dunque il suo parlare contraddittorio (di Basilio) che deriva dalla sua precipitazione, non meno che da una svergognata scelleraggine”. (CE I 537)
36. “Si addicono senza dubbio tali concetti a tali pesone, nel senso che sarebbe stata avvantaggiata la sua immagine di uomo temperante, se avesse delimitato la sua sicurezza con un silenzio assoluto. Per colui, infatti, al quale l’aggiunta delle parole si risolve in un’aggiunta di bestemmie, o meglio di estrema pazzia, per costui sarebbe cosa più leggera tacere, non per metà, ma del tutto, invece che parlare. (CE I 562)
37. “Se, infatti, il Padre”, dice Eunomio, “è per significato identico al non generato, e se i nomi che posseggono lo stesso significato significano senza dubbio la stessa cosa per forza di natura; se poi il non generato significa, secondo loro, il fatto che Dio non abbia origine da niente, di necessità anche il termine “Padre” significa che Dio non ha origine da niente, e non che abbia generato il Figlio”. (CE I 552)
38. “Se infatti Dio è Padre per aver generato il Figlio, e se è Padre e non generato secondo lo stesso significato, Dio, siccome ha generato il Figlio, è non generato. Ma allora, prima di generare il Figlio, non era non generato”. (CE I 577)
39. Vediamo anche il resto dei suoi avvolgimenti dialettici, quelle cose che egli definisce “ridicole e miserande” insieme, e dice bene. (CE I 599)
40. “Se è la stessa cosa dire ‘non generato’ e dire ‘Padre’, ci sarà lecito abbandonare il termine ‘Padre’ e sostituirlo con il termine ‘non generato’, e dire: il non generato è non generato del Figlio. Come, infatti, il non generato è Padre del Figlio, così, viceversa, il Padre è non generato del Figlio, Infatti un concetto equivale all’altro”. (CE I 608)
41. “E chi mai, purché abbia senno, pretende che si taccia la nozione che è conforme alla natura e onora la pazzia?” (CE I 606)

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Frammento V

42.
Di nuovo noi siamo gli “stupidi”, di nuovo noi “non cogliamo i giusti ragionamenti e non ci accingiamo a parlare con una preparazione sufficiente alla bisogna e rimaniamo ben lontani dal cogliere il pensiero di colui che parla”. (CE I 653)
43. Disse in un punto dei suoi scritti Eunomio che “il non generato consegue a Dio”. (CE I 655)
44. È stato detto, dunque, da Eunomio, che “il non generato consegue a Dio” [...] E lui ripete che “il non generato stesso è, piuttosto, sostanza”. (CE I 658)
45. E infatti nelle argomentazioni che svolge ora a difesa del suo discorso rimane quasi uguale l’assurdità e per niente, como lui stesso dice, “l’aggiunta di quelle poche parole” corregge l’assurdità di quanto è stato detto. (CE I 660)
46. Eunomio dice: “Abbiamno detto: ‘o piuttosto esso stesso è il non generato’, non perché raccogliamo nell’essere quello che si è mostrato essere una conseguenza, ma perché applichiamo la parola ‘consegue’ alla denominazione, e la parola ‘è’ alla sostanza. Se mettiamo insieme tutte queste cose, il ragionamento verrebbe ad essere il seguente, cioè che la parola ‘non generato’ consegue, perché Dio stesso è non generato”. (CE I 661)


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Libro II
Frammento VI

47.
Essi dicono: “Dio è chiamato ‘non generato’, ma la divinità è semplice per sua natura, e ciò che è semplice non ammette nessuna composizione. Se, dunque, Dio è per sua natura non composto e a lui è attribuito il nome di ‘non generato’, il nome di ‘non generato’ è specifico della natura stessa, e quindi la non generazione non è altro che la natura”. (CE II 23)
48. “Siccome è semplice, Dio è detto ‘non generato’, e per questo motivo Dio è non generazione. [...] “Ma è anche privo di parti e di composizione”, egli dice. (CE II 42)
49. “Ma è anche estraneo alla qualità e alla quantità”, aggiunge Eunomio. (CE II 43)
50. Ma su tutto ciò Eunomio tace, e dice invece che “non si deve attribuire a Dio la non generazione in base a un pensiero. Infatti le realtà che sono dette in questo modo”, egli prosegue, “periscono per loro natura insieme con le parole che le designano”. (CE II 44)
51. “Dunque, se il non generato non è né secondo il pensiero né secondo la privazione né nella parte –è privo di parti, infatti– né è n lui come se fosse un altro (è semplice, infatti, e non composto, e non c’è niente altro, oltre a lui: è uno, infatti, e lui solo è non generato), proprio quello sarà la sostanza non generata”. (CE II 65)
52. “Basilio esalta la beatissima vita di dio con i nomi provenienti dal pensiero umano, quella vita che si esalta per sé sola e prima che siano stati creati coloro che la pensano”. (CE II 153)
53. Ma ascoltiamo come secondo “il modo conveniente all’uso secondo la forma precedente” [...] come egli dica di voler “far crollare la concezione che è stata formulata a proposito di dio e porre un termine all’ignoranza di coloro che si sono ingannati”. [...] Egli afferma: “Dopo aver detto che le parole che sono pronunciate secondo un pensiero si dissolvono, come vuole la loro natura, insieme con il suono della voce, poi noi abbiamo aggiunto: ma dio, sia che noi stiamo in silenzio, sia che parliamo, sia dopo sia prima che siano state fatte le cose che esistono, era ed è non generato”. (CE II 159)
54. Uno non dice, infatti, che Dio è un pensiero, sì che Eunomio abbia da replicargli “è un comportamento da pazzi ritenere che il pensiero di coloro che pensano sia più antico”, e, ancora, tutto quello che, in sovrappiù, egli esamina scorrendo con il suo discorso, e cioè: “Come, dunque, non è proprio di una persona assennata nemmeno il collocare gli uomini avanti al pensiero degli uomini stessi, nonostante che essi siano venuti per ultimi nell’ordine della creazione di Dio”. (CE II 171)
55. Tra quelle enunciazioni che sono fatte secondo il pensiero, alcune hanno la loro sussistenza solo in base al fatto che sono enunciate, come quelle che non significano niente, altre, invece, secondo una propria significazione e, di queste ultime, le une secondo l’accrescimento (come quando si parla dei colossi), le altre secondo la diminuzione (ad esempio, i pigmei), altre, ancora, secondo l’aggiunta, come quella di “uomini dalle molte teste”, oppure secondo la composizione di termini, come quella di “semiferino”. (CE II 179)

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Frammento VII

56.
Ma Eunomio perseguita il nostro maestro e sconvolge il ragionamento che Basilio svolge a proposito del pensiero e schernisce quello che lui dice, ancora una volta satireggiando secondo il suo solito con il fragore delle sue paroline. Costui dice: “Basilio si vergogna delle testimonianze delle quali egli si riserva di dare l’interpretazione”. (CE II 195)
57. Eunomio aggiunge: “Basilio svolge il suo ragionamento mettendosi ad osservare il grano e il seme e il nutrimento, proprio lui che ci accusa di seguire la filosofia pagana”, e dice che “Basilio pone un limite alla cura provvidenziale di Dio, perché non ammette che i nomi siano stati attribuiti da Dio alle cose, e si schiera insieme con coloro che non credono in Dio e si arma a danno della Provvidenza e ammira il pensiero di quelli più delle leggi e attribuisce loro, per quanto riguarda la sapienza, più di quanto essi non meritino, senza aver considerato le prime frasi della Scrittura, vale a dire che, quando ancora gli uomini non erano stati portati alla nascita, la Scrittura aveva già nominato il frutto e il seme”. (CE II 196)
58. E questa è l’accusa più grave, quella per cui si rimprovera il maestro della pietà di essere passato come un traditore nel campo del pensiero dei non credenti in Dio, e di essere “erede e difensore di un’abitudine estranea alla legge”, e pronuncia tutti i nomi più terribili. (CE II 197)
59. Ma Eunomio non è d’accordo, e scaglia contro di noi gli insulti che si e detto; lui, l’”erede e difensore dell’abitudine conforme alle leggi”. (CE II 262)
60. Ma Eunomio si attacca alla Scrittura, e dice: “Mosè gridò esplicitamente che ‘Dio disse’, e aggiunge le sue parole, vale a dire: ‘sia fatta la luce’ e ‘sia fatto il firmamento’ e ‘si raccolgano le acque’ e ‘si veda la terra arida’ e ‘fiorisca la terra’ e ‘vengano fuori le acque’ e tutto quello che sta scritto di seguito”. (CE II 205)
61. Egli insiste a dire che “lo stesso Mosè gli assicura che il Creatore della natura donò agli uomini l’uso delle cose nominate e l’uso dei nomi, e che la denominazione delle cose da lui donate ``e più antica dell’origine di coloro che se ne servono”. Queste sono le sue parole precise. (CE II 262)
62. Chi è, infatti, così libero da preoccupazioni un po’ più serie da sprecare il proprio impegno in discorsi stolti e discutere con gente che dice che noi sosteniamo che “la preoccupazione degli uomini è più antica e più autorevole della cura che ha Dio” e che noi trasferiamo “alla provvidenza di Dio la negligenza che tiene in ansia gli uomini che sono più trascurati”. (CE II 289)
63. Ma noi dobbiamo abbandonare questo suo inutile parlare a vuoto, come stavo dicendo prima, e non tenere in nessun conto i suoi insulti successivi, là dove dice che noi “mentiamo a proposito degli oracoli di Dio e senza alcuna paura, oltre al resto, noi offendiamo anche Dio”. (CE II 293)

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Frammento VIII

64.
Eunomio dice: “Quale santo c’è che attesti che questi nomi sono stati attribuiti al Signore secondo il pensiero?” (CE II 295)
65. E dice testualmente così: “Questi sono nomi pronunciati mediante il pensiero umano e sono detti secondo il pensiero di certe persone, ma nessun apostolo e nessun evangelista li ha insegnati”. (CE II 305)
66. Dice: “L’esibire, per confermare il pensiero umano, una omonimia che proviene dalla analogia è opera di un animo a cui nel giudicare è stata tolta la forza dell’intelletto e che esamina le parole del Signore con debole mente e conforme a una smascherata consuetudine”. (CE II 306)
67. “Ma Dio”, dice Eunomio, “ha fatto partecipare anche le cose più spregevoli che sono in terra ai nomi più onorevoli, senza con ciò farle partecipi di un’ugual parte di dignità, e ha fatto partecipare le più autorevoli ai nomi pi’u umili, senza che l’umiltà della loro natura venisse modificata insieme con quei nomi”. (CE II 315)
68. “Queste cose, dunque, sono state disposte in questo modo, perché il pensiero degli uomini non ha ottenuto in sorte il potere sui nomi”. (CE II 334)
69. “Ma tale potere appartiene al Dio che ha fatto tutte le cose e che in modo congruo per natura adatta a ciascuna delle cose nominate le loro denominazioni, secondo la misura e le leggi della relazione e dell’operazione e dell’analogia”: questo dice Eunomio. (CE II 335)
70. “Basilio ha detto che dopo la prima intuizione di una cosa, che nasce in noi, l’esame più attento e più accurato della cosa intuita si chiama ‘pensiero’”. E confuta (così crede) il ragionamento di Basilio facendo le seguenti argomentazioni: “Dove non c’è un primo e un secondo pensiero né uno più attento e più accurato dell’altro, ivi non ha luogo il concetto di ‘secondo il pensiero umano’”. (CE II 344)
71. Eunomio dice. “Dunque, se si mostrasse che un apostolo o un profeta ha impiegato questi noi a proposito di Cristo, la menzogna avrebbe una sua giustificazione”. (CE II 347)
72. Eunomio dice: “Poiché il Signore attribuì a se stesso questi appellativi, senza pensare ad una cosa che fosse prima o ad un’altra che venisse per seconda o a qualcosa di più preciso o di più esatto, non è possibile dire che questi nomi provengono dal pensiero umano”. (CE II 351)
73. Ma quest’uomo severo, con la mente a doppio taglio, abbatte la nostra concezione del pensiero umano, secondo la quale è possibile trovare molte denominazioni per un unico soggetto, in rapporto al significato delle operazioni, e prosegue vigorosamente la sua battaglia contro di noi, dicendo che “siffatte parole non sono state attribuite al Signore da un’altra persona”. (CE II 354)

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Frammento IX

74.
“E oramai, ecco che Basilio, abbandonando questi argomenti, avvolge nelle peggiori bestemmie anche il Dio superiore all’universo, servendosi di discorsi assurdi e di esempi assolutamente estranei all’argomento”. (CE II 360)
75. Dice: “Dopo aver in vario modo a proposito del grano e del Signore esercitato i suoi pensieri, parimenti Basilio dice che anche la santissima sostanza di Dio riceve in vario modo i pensieri umani”. (CE II 362)
76. E dopo aver detto tutto questo afferma che “non è affatto assurdo che anche il Dio unigenito sia l’oggetto di differenti pensieri a causa delle diverse operazioni e di certe analogie e di certi rapporti”. (CE II 363)
77. “Ma come non è assurdo”, aggiunge, “anzi, empio, piuttosto, paragonare il non generato a queste cose?” (CE II 363)
78. Ma con quello che dice in seguito Eunomio fa capire qual è il suo intento. Egli afferma: Non in seguito a delle operazioni è incorruttibile e non generato come in seguito a delle operazioni è padre e artefice”. (CE II 371)
79. Egli dice che “secondo la sostanza stessa è incorruttibile e non generato, perché alla sostanza non si è mescolato niente, ed essa è pura di ogni alterità e diversità”. (CE II 380)
80. Eunomio dice: “Non chiamato per nome né dal Figlio né dalle sostanze intelligibili che sono state fatte per mezzo del Figlio”. (CE II 390)

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Frammento X

81.
Io penso, dunque, che sia meglio oltrepassare tutte le filosofiche parole di Eunomio, da lui pronunciate contro il pensiero umano, anche se egli accusa di pazzia coloro che ritengono che il nome di Dio sia detto dagli uomini “secondo il pensiero”, allo scopo di rivelare la natura suprema”. (CE II 395)
82. Così dice: “Se proprio coloro che per primi furono plasmati da Dio o coloro che immediatamente nacquero da quelli non avessero ricevuto l’insegnamento di come ogni cosa è detta ed è chiamata per nome, essi sarebbero vissuti in una condizione di irrazionalità e nella incapacità di parlare, e non avrebbero fatto niente di quello che e utile alla vita, se la mente di ciascuno fosse rimasta sconosciuta agli altri per mancanza di segni, vale a dire, di parole e di nomi”. (CE II 398)
83. Come, infatti, si potrebbe non considerare quella sua seria e meditata filosofia, là dove dice che “non soltanto nelle creature appare la maestà dell’artefice, ma anche dai nomi viene mostrata la sapienza di Dio, il quale in modo conveniente e conforme alla natura adatta le varie denominazioni a ciascuno degli esseri creati”? (CE II 403)
84. “Ma di queste parole”, prosegue Eunomio, “come da leggi stabilite in modo ben visibile, risulta chiaro che Dio ha fissato le denominazioni delle cose convenienti e corrispondenti alla loro natura”. (CE II 408)
85. Ma tralasciamo anche questi problemi e la successiva spiegazione di Eunomio, di stampo epicureo, che si basa sulla natura, che dirà essere equivalente al pensiero di cui parla Basilio, se è vero che il vuoto e l’atomo e la nascita, dovuta al caso, delle varie cose, egli dice che sono conformi per natura a quello che noi facciamo vedere con el pensiero. (CE II 410)
86. Non parliamo neppure del suo antesignano e alleato nelle dottrine, cioè di Aristotele, la cui opinione Eunomio dice in seguito essere in accordo con la sua spiegazione del pensiero umano. Ecco le sue parole: “L’insegnamento di Aristotele è che la provvidenza non si diffonda attraverso tutta la realtà e non giunga fino alle cose che sono sulla terra, e Basilio sostiene una dottrina analoga, cioè quella di ciò che si è investigato secondo il pensiero”. [...] E, procedendo, dice: “Bisogna o non concedere a Dio nemmeno l’origine di tutto quello che esiste, o, se gliela concediamo, non negargli la capacità di assegnare i nomi alle cose”. (CE II 411)
87. E poi Eunomio con la sua propria parola ci fa un encomio di parole, come se uno disprezzasse la potenza della parola, e, dopo quel suo stolto e vacuo congiungimento di parole, dice che “con legge della provvidenza e con perfetta misura Dio congiunge alla conoscenza e all’uso delle cose necessarie il dono dei vari nomi.” (CE II 413)
88. “Non ai poeti”, dice Eunomio, “bisogna attribuire la scoperta delle parole, ché essi hanno mentito nelle loro supposizioni a proposito di Dio”. (CE II 414)
89. Va bene, lasciamo perdere anche questo, assieme a quella sua sapiente e invincibile argomentazione, cioè che “noi non siamo in grado di mostrare in base alla storia contenuta nella Scrittura che furono i santi a trovare le parole nuove”. (CE II 415)
90. Prosegue: “Ma siccome dio non rifiuta il rapporto con i suoi servi, ne consegue che si debba credere che lui fin dall’inizio abbia imposto alle cose le denominazioni naturali.” (CE II 417)
91. Ma Eunomio adduce a sua difesa anche David, e afferma che “quello dice che i nomi sono stati apposti da Dio alle cose, perché ?e stato scritto nel modo seguente: ‘colui che conta la moltitudine delle stelle e pronuncia per tutte il loro nome’ (Sal 146,4). (CE II 423)
92. Si lascino pure da parte anche le parole pronunciate dalla sua violenza, e quella sua sgradevole inciviltà e la sua voce ricoperta di fango e di letame, la quale con la sua solita grazia nel parlare elenca queste ingiurie, per offendere il nostro maestro: “Seminatore di zizzania” e “frutto putrido” e corruzione di Valentino” e “il frutto che da quello si ricava e che è ammucchiato nella sua anima”, come Eunomio dice. (CE II 445)

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Frammento XI

93.
Lasciamo perdere ancora una volta gli insulti che Eunomio ha posto come proemio all’esame delle parole di Basilio, e cioè “mutamento di un seme” e “maestro di seminagione” e “incapacità di formulare un sillogismo di critica”, e tutto quello che lui ci espone, camminando sul vuoto, con la sua lingua insaziabile.” (CE II 447)
94. “Basilio procura a Dio, derivandola dai secoli, la superiorità su tutte le cose che sono state create”. (CE II 455)
95. [...] se per questo motivo il nostro maestro definisce “privo di inizio” e “non generato” colui che è al di sopra di ogni inizio e chiama “immortale” e “incorruttibile” colui che non è circoscritto da nessuna fine –ebbene, Eunomio non si vergogna di scrivere che tutto questo costituisce un “attribuire” e un “procurare” e altre cose del genere. (CE II 456)
96. Ma dice anche che i secoli sono da noi divisi in due sensi, come se non avesse riletto quello che aveva proposto o se avesse disposto il suo ragionamento in mezzo a dei lettori smemorati.” (CE II 457)
97. Ci domanda, dunque, procedendo nel suo discorso, “che cosa mai pensiamo che siano i secoli”. (CE II 463)
98. Dice: “Se, infatti, voi dite che sono eterni, allora sarete dei Greci e dei Valentini e dei barbari; se, invece, dite che sono stati generati, allora non ammettete più che Dio sia non generato”. (CE II 464)
99. Dice: “Se certe cose, quando sono poste accanto a Dio, gli procurano la prerogativa di essere privo di inizio, quando queste cose non ci sono, nemmeno ci sarà quello a cui è procurata la prerogativa”. (CE II 466)
100. Dopo aver messo insieme, infatti, il periodo di un membro ed esser giunto a stento alla fine, mostra che “la vita stessa è priva di inizio e di fine”, e così esaudisce, con questo suo sforzo, la nostra preghiera. (CE II 469)
101. Dice: “Se, infatti, la vita fosse priva di inizio e di fine e incorruttibile e non generata, l’incorruttibilità verrebbe a coincidere con il non generato e ciò che è privo di inizio con ciò che è privo di fine”. E aggiunge a queste parole l’aiuto che gli portano i ragionamenti: “Non è possibile, infatti”, egli dice, “che la vita sia unica e l’essenza dell’incorruttibile non coincida con l’essenza del non generato”. (CE II 471)
102. Eunomio dice: “La vita non è differente della sostanza; altrimenti si dovrebbe pensare una composizione presente nella natura che è semplice, perché la nozione viene divisa nel partecipante e nel partecipato; invece la sostanza è esattamente quello che è la vita”. (CE II 483)
103. Egli dice: “Se, significando ciò che è privo di inizio, abbiamo significato la vita, e se questa vita è sostanza, come ci costringe a dire il discorso della verità, il non generato è significativo della stessa sostanza divina”. (CE II 484)
104. Dice: “Bisogna che una sola e la medesima sia la definizione della vita che è la medesima e puramente unica, anche se nei nomi o nel modo o nell’ordine appare differente; infatti, poiché i discorsi veri formulano i loro giudizio in base alle realtà sottostanti e manifestate, e alcuni discorsi corrispondono ad una realtà, altri ad un’altra, come i medesimi si adattano alle medesime, di necessità deriva una delle due conseguenze: o che anche la realtà manifestata è assolutamente diversa o che non è diversa nemmeno la definizione che la manifesta, dato che non c’è nessuna realtà sottostante, oltre alla vita del Figlio, sulla quale poggiare il proprio pensiero o applicare in modo indebito un altro ragionamento”. (CE II 487)
105. Infatti l’argomento precipuo per il quale egli crede di doversi staccare dalla Chiesa delle persone pie, è questo, cioè il dimostrare che “tardi, infine, Dio è diventato padre e che il nome della paternità è più recente degli altri nomi che sono detti a suo proposito. Egli, infatti, è stato chiamato “Padre” a partire dal momento in cui ha deciso di essere padre ed è diventato tale”. Poiché, dunque, in questo ragionamento Eunomio argomenta che “tutte le denominazioni enunciate a proposito della natura divina si accordano tra di loro quanto al significato e tra di esse non vi è nessuna differenza”, e siccome uno dei nomi pronunciati a proposito di Dio è anche quello di “Padre” (infatti Dio è detto “Padre” come è detto “incorruttibile” ed “eterno”), Eunomio confermerà a proposito anche di questa parola ciò che pensa a proposito degli altri nomi, e quindi farà crollare la sua precedente supposizione, se insieme con tutte le altre denominazioni si troverà compresa anche la nozione della paternità. (CE II 493-494)
106. Se, invece, si difendesse spiegando l’opposizione che i nomi posseggono tra di loro, e dicesse che soltanto la denominazione di “padre” e quella di “creatore” si aggiungono a Dio come per una conseguenza, dal momento che, come lui sostiene, “in seguito all’operazione vengono attribuite a Dio entrambe quelle parole”, Eunomio ridurrà a poca cosa la gran fatica che dobbiamo sopportare per affrontare questo problema, perché ammetterà lui per primo quello che noi avremmo dovuto confutare a prezzo di grandi sforzi. (CE II 496)
107. Ma esaminiamo anche quest’altra più violenta accusa di Eunomio nei nostri confronti. Così suona: “Ma se ci si deve adeguare al ragionamento più rigoroso, nemmeno la sostanza stessa di Dio Basilio la conserva schietta e pura da ogni elemento peggiore e a lei contrario”. Questa è l’accusa – enoi come la confutiamo? Consideriamo il suo attacco contro di noi, violento ed eloquente. Dice: “Se Dio è incorruttibile solo in quanto è interminata la sua vita ed è non generato solo in quanto e senza principio, allora in quanto non è incorruttibile sarà corruttibile e in quanto non è non generato sarà generato”. E, riprendendo le stesse considerazioni, dice: “Dunque, in relazione al suo essere senza principio, sarà non generato e corruttibile insieme, e in relazione al suo essere interminato sarà incorruttibile e generato insieme”. (CE II 504-505)
108. Ma Eunomio dice che “per natura, non per giustapposizione dei secoli, Dio è non generato”. (CE II 534)
109. “Ma Dio non possiede una vita aggiuntagli dal di fuori né composita né differente: egli stesso, infatti, è la vita eterna, immortale in relazione alla vita stessa, incorruttibile in relazione all’immortalità stessa”. (CE II 536)
110. “Poiché è incorruttibile in modo privo di principio, è non generato in modo privo di fine, ed è detto tale non secondo un’altra cosa né a causa di un’altra cosa né in funzione di un’altra cosa”. (CE II 537)

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Frammento XII

111.
Eunomio dice che “la dignità di dio è più antica del pensiero del nostro maestro”. (CE II 544)
112. Ancora, Eunomio dice: “La legge di natura ci insegna che la dignità dei nomi è riposta nelle cose che sono nominate, non nell'arbitrio di coloro che le nominano”. (CE II 545)
113. Eunomio dice: “È cosa santa, e convenientissima per natura alla legge della provvidenza che le voci siano state poste dall’alto alle cose”. (CE II 546)
114. Ma Eunomio dice che “colui che di tutto si cura ha ritenuto giusto seminarli attendendosi alla legge della creazione nelle nostre anime”. (CE II 548)
115. Ma Eunomio dice: “Se queste tue considerazioni sono valide, delle due eventualità se ne dimostra una: o che il pensiero è più antico di coloro che pensano, o che le denominazioni che per natura si addicono a Dio e preesistono a tutte le cose sono posteriori alla generazione degli uomini. (CE II 552)

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Frammento XIII

116.
Dice, infatti, che “la sostanza stessa di Dio è incorruttibilità e immortalità allo stesso modo”. (CE II 554)

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Frammento XIV

117.
Infatti Eunomio, accingendosi ad elargire la sua arte tecnica relativa ai nomi che significano una privazione, annuncia che egli “mostrerà l’incurabile assurdità delle nostre dottrine” (come lui dice) “e una cautela biasimevole e finta”. Questa, dunque, è la sua promessa: ma quale ne è la dimostrazione? Dice: “Poiché alcuni affermano che Dio è non generato sulla base della mancanza di generazione, noi, per confutarli, sosteniamo che in nessun modo si può applicare a Dio questa parola o questa nozione”. (CE II 565)
118. E ora, come se stesse correggendo la pazzia altrui, dice “di essere giunto alla necessità di parlare in questo modo”. Questa è la confutazione della nostra “incurabile assurdità e della finta e biasimevole cautela”. Ma noi “ci troviamo in difficoltà e non sappiamo che cosa fare sul momento e nascondiamo le nostre difficoltà e quindi, servendoci delle sue parole, lo calunniamo come se fosse colpevole di possedere la sapienza del mondo e rivendichiamo per noi l’insegnamento che proviene dallo Spirito Santo”. (CE II 568)
119. Su tali nomi esercitino pure la loro tecnica a loro piacimento coloro che vogliono farlo, e applichino a questi nomi altri nomi, chiamandoli “privativi” o “esclusivi”, come preferiscono.” (CE II 580)
120. Che cosa, infatti, risponderebbe uno a chi dicesse che noi “consideriamo la forma dei nomi più importante della dignità delle cose nominate e doniamo ai nomi il primo posto, a danno delle cose, e uguale onore a delle cose differenti”? (CE II 588)
121. Lascerò da parte anche quella sua sottile precisione, quando ci esorta “a non dire che è “indifferente” e “intermedia” la nozione della privazione, ma che la separazione dalle cose migliori è la privazione, mentre non si deve significare con questo nome l’allontanarsi dalle cose peggiori”, cosicché, se queste regole si imponessero, secondo Eunomio non sarebbe più veritiera l’affermazione dell’apostolo, che dice che Dio solo possiede l’immortalità e la dona agli altri”. (CE II 591)
122. E siccome non siamo stati in grado di comprendere queste trovate sottili e sapienti, egli ci definisce “ignoranti di come si devono giudicare le cose e di come ci si serve dei nomi”, scrivendo testualmente così. (CE II 592)
123. [...] si esprima testualmente così, cioè che “siccome noi non riteniamo giusto che le forme dei nomi vadano a finire in concezioni assurde”, e che egli ritiene che ciascuno di questi nomi sia significativo non del non essere o del non aggiungersi una certa cosa all’essere, ma proprio dell’essere. (CE II 593)
124. Ma Eunomio dice: “Non vedo come Dio possa essere superiore alle cose da lui fatte, in base a quello che non ha”. E con questo suo sapiente attacco definisce “stupido ed empio insieme” il grande Basilio, che aveva osato accingersi a siffatti discorsi. (CE II 596)
125. Eunomio dice che “Dio è superiore agli esseri mortali, in quanto è immortale, così come agli esseri corruttibili, in quanto è incorruttibile, e agli esseri generati, in quanto è non generato”. (CE II 598)
126. Ma Eunomio dice che “non è possibile dire che Dio è incorruttibile e immortale grazie all’assenza della morte e della corruzione. (CE II 599)
127. “La verità non attribuisce a Dio”, dice Eunomio, “nessuna unione di natura”. (CE II 605)
128. E poi dice che  “la pietà non iscrive nella Legge una tale nozione, perché essa proviene dall'esterno ed è stata formata da noi”. (CE II 606)

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Frammento XV

129.
Eunomio afferma: “Perché non gli si impedisca di dire che il Figlio proviene dalla partecipazione a colui che è, Basilio non si ?e accorto di aver detto che il Dio superiore all’universo proviene da quello che assolutamente non è. Se, infatti, il niente equivale, per nozione, a quello che assolutamente non è, e non impedita è la partecipazione; alle cose che hanno uguale valore, colui che dice che Dio non proviene da niente dice che Dio proviene da quello che assolutamente non è”. (CE II 618)
130. “Un male siffatto è”, o Eunomio (tanto per usare le tue parole), non “il preferire sembrare sapiente all’esserlo”. (CE II 625)


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Libro III
Frammento XVI

131.
“Conservando l’ordine naturale, e rimanendo nell’ambito della conoscenza che ci proviene dall’alto, noi non ci rifiutiamo di dire che il Figlio è generato e genitura, in quanto la sostanza generata e la denominazione di “Figlio” si appropriano di siffatta relazione tra i nomi”. (CE III 1, 4)
132. Eunomio dice: “Il medesimo ragionamento sarà calzante a proposito della fattura e della creatura, perché il giudizio naturale e il rapporto reciproco delle cose, e, ancora, l’uso dei santi, ci forniscono libertà e possibilità di applicare questa configurazione di pensiero, per cui non si sbaglierebbe a far corrispondere la fattura al fattore e la creatura al creatore”. (CE III 1, 7)
133. Forse essi potrebbero obiettarci quel passo dei Proverbi che i difensori dell’eresia sono soliti citare a testimonianza del fatto che il Signore è stato creato, vale a dire che “Il Signore mi creò come principio delle sue vie per le sue opere” (Prv 8,22). Poiché infatti, queste parole sono state dette dalla Sapienza, e “Sapienza” (1Cor 1,24) è stato chiamato il Signore dal grande Paolo, visto che lo stesso Dio unigenito riconosce attraverso il nome della Sapienza di essere stato creato da colui che ha fatto tutte le cose, costoro ci rinfacciano questa frase. (CE III 1, 21)
134. In che cosa, dunque, Eunomio concorda con la verità? Là dove dice che “lo stesso Signore, che è il Figlio del Dio vivente, non si vergognò di essere generato dalla Vergine, ma spesso nel suo parlare chiamò se stesso ‘giglio dell’uomo’”. (CE III 1, 91)
135. Quello che esso propongono per argomentare la loro bestemmia è, infatti, il seguente: “Noi abbiamo appreso dalla Scrittura divina molti nomi dell’Unigenito: pietra (Att 4,11), scure (Mt 3,10; Lc 3,9), roccia (Dt 32,4.15; 1Sam 2,2; 1Cor 10,4), fondamento (1Cor 3,11), pane (Gv 6,35), vite (Gv 15,1), porta (Gv 10,7.9), via (Gv 14,6), pastore (Gv 10,11-14), fonte (Ger 2,13, 17,13; Gv 4,14), albero (Gn 2,9, 3,22; Apc 22,2), resurrezione (Gn 11,25), maestro (Gv 13,13), luce (Gv 8,12), e molte altre cose del genere, ma non è conforme alla pietà pronunciarne alcuno con riferimento al Signore secondo il significato più immediato. Altrimenti sarebbe quanto mai assurdo pensare che l’essere privo di corpo e di materia, semplice e senza figura, riceva forma da certi visibili significati di nomi, sì che, quando si sente parlare di ‘scure’, si debba pensare a un ferro di questa figura, o alla luce diffusa nell’aria o alla vite che è formata dal crescere dei tralci o a qualcun’altra di queste cose, come l’uso comune ci suggerisce di pensare. Bisogna, invece mutare ognuno di questi nomi nel significato che meglio si addice a Dio, e pensare a tutt’altro, anche se lo chiamiamo in questo modo, non come se fosse una di queste cose nell’essenza della sua natura, ma nel senso che è, sì, detto essere una di queste cose, ma con quelle parole si pensa che sia qualcos’altro. Se, invece, siffatte parole sono dette come esige la verità a proposito del Dio unigenito, e non contengono l’indicazione della sua natura, è logica conseguenza che nemmeno il termine di ‘Figlio’ sia preso nel significato prevalente per manifestare la sua natura, ma che si trovi anche per questa parola un altro significato, diverso da quello comune e immediato”. (CE III 1, 127-129)
136. “Chi, infatti, è così negligente e incapace di osservare come sono le cose da ignorare che, tra i corpi che in terra si esaminano esistenti nel generare e nell’essere generati, nel fare e nel subire, quelli che generano danno ad altri parte della propria sostanza , in quanto sono comuni a entrambi la causa materiale e il dono che proviene dall’esterno, e che quelli che sono generati sono generati in conformità ad una passione e quelli che generano secondo natura eseguono un’operazione che non è pura, in quanto la loro natura è congiunta a passioni di ogni genere?” (CE III 2, 1)
137. Lo fa vedere in modo perfettamente chiaro là dove contrasta con quanto si è detto, affermando che “è stata generata dal Padre la sostanza del Figlio. Non è stata emessa per estensione, non è stata strappata con un flusso o una divisione dall’unione naturale con colui che l’ha generata; non è stata resa perfetta con un accrescimento; non è stata formata con un estraniamento; ma ha avuto ‘esistenza soltanto dalla volontà del generante”. (CE III 2, 28)
138. Essi dicono, dunque: “Noi sosteniamo che il primogenito della creazione sia della medesima sostanza che noi riteniamo essere propria di tutta la creazione. Se, dunque, tutta la creazione è consustanziale al Padre dell’universo, noi non negheremo che lo sia anche il primogenito di essa; se, invece, il Dio dell’universo differisce secondo la sostanza della creazione, è assolutamente necessario dire che nemmeno il primogenito di essa partecipi alla sostanza di Dio”. (CE III 2, 44)
139. Parlerò brevemente, accorciando le sue stupidaggini e percorrendo in poche parole tutto il suo pensiero, vale a dire, che “gli uomini non allestiscono per noi le varie materie, ma escogitano soltanto la forma da porre sulla materia”. (CE III 2, 64) 1
40. Afferma, infatti, che “le cose che agiscono e quelle che subiscono comunicano tra di loro nella natura” e, dopo la generazione che ha luogo nei corpi, egli presenta “le creazioni attuate secondo l’arte nelle varie materie”. (CE III 2, 66)
141. “Poiché queste cose sono state così suddivise, logicamente uno potrebbe dire che la sostanza che è in senso proprio al massimo grado e prima e sola sussistente grazie all’operazione del Padre, riceve su di sé le denominazioni di ‘genitura’ e di ‘fattura’ e di ‘creatura’”, e poco oltre aggiunge: “Ma soltanto il Figlio, il quale sussiste grazie all’operazione del Padre, possiede non comunicata con altri la natura e il rapporto con colui che lo ha generato”. (CE III 2, 73)
142. Dice, infatti, unendo a quanto aveva già detto le parole seguenti, e cioè che “quella sostanza possiede non mediata la generazione e in modo indiviso conserva il rapporto con colui che l’ha generata e fatta e creata”. (CE III 2, 104)
143. Ma nelle sue affermazioni successive Eunomio è più benevolo, e dice che quella sostanza “non è paragonata a nessuna delle cose che sono fatte per mezzo di essa e dopo di essa”. (CE III 2, 123)
144. “In quanto”, egli dice, “la sostanza generata non lascia spazio a nessun’altra cosa, perché abbia comunione con lei: infatti è unigenita; e l’operazione di colui che l’ha fatta non risulta essere comune ad altre”. (CE III 2, 125)
145. “Noi, dunque”, egli dice, “non abbiamo trovato niente  altro, che non fosse la sostanza del Figlio, che ammettesse la generazione, e pensiamo che si debbano applicare le denominazioni alla sostanza stessa; se no, inutilmente, e con le parole soltanto, noi parliamo di ‘Figlio’ e di ‘generato’, se queste parole le separiamo dalla sostanza. Partendo da queste denominazioni, noi crediamo per fede che anche le sostanze siano diverse tra di loro”. (CE III 2, 137)
146. Costui, infatti, nella parte successiva ci accusa ancora del fatto di disonorare la generazione del Figlio facendola simile a quella degli uomini, e menziona quello che il nostro padre ha scritto a tal proposito, là dove dice che, di due significati prodotti dalla parola “figlio”, uno è quello dell’esistenza attraverso la passione, l’altro quello della sua genuina parentela nei confronti di chi lo ha generato, e il primo, sconveniente e carnale, non è accettato quando si ragiona di Dio, mentre soltanto quello che attesta la gloria dell’Unigenito è accolto negli insegnamenti sublimi. (CE III 2, 161)

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Frammento XVII

147.
“Oltre a quello che si è detto, Basilio, rifiutandosi di riferire alla sostanza del Figlo la parola ‘fece’ (Att 2,36) e vergognandosi, contemporaneamente, della croce, attribuisce agli apostoli certe concezioni che non ebbe nessuno, nemmeno tra quelli che cercarono di bestemmiare contro di loro in modo malevolo, e così introduce apertamente con le sue dottrine e con il suo parlare due Cristi e due Signori. Dice, infatti, che Dio avrebbe fatto ‘Signore e Cristo’ (Att 2,36) non il Logos che era all’inizio (Gv 1,1), ma colui che ‘aveva annientato se stesso nella forma di servo’ (Fil 2,7) e ‘fu crocifisso in seguito alla sua debolezza’ (2Cor 13,4). [16] E parla apertamente nel seguente modo: ‘Inoltre, nemmeno il pensiero dell’apostolo ci presenta l’esistenza dell’‘Unigenito’ (Gv 1,18) anteriore ai secoli, della quale ora stiamo parlando: infatti ci parla chiaramente non della sostanza stessa di Dio il Logos, che ‘era nel principio presso Dio’ (Gv 1,1), ma di colui che ‘annientò se stesso nella forma di servo’ (Fil 2,7) e fu fatto conforme al ‘corpo della nostra umiltà’ (Fil 3,21) e ‘fu crocifisso in seguito alla sua debolezza’ (2Cor 13,4). Eppure è chiaro a ognuno che abbia prestato anche soltanto un po’ di attenzione all’intento delle parole dell’apostolo, che egli non ci insegna il modo in cui si deve parlare di Dio, ma introduce le ragioni dell’economia. L’apostolo dice, infatti: ‘Dio fece Signore e Cristo questo Gesù che voi avete crocifisso’ (Att 2,36), evidentemente basandosi sulla parola che ha valore dimostrativo per indicare la realtà umana di lui e quello che era visto da tutti’. [17] Queste cose, dunque, dice Basilio, che sostituisce il suo intelletto all’intendimento degli apostoli (ché non è lecito dire che Basilio lo applichi ad esso!): che nessuno condanni di siffatta stoltezza gli uomini santi, gli uomini scelti per annunciare la pietà, sì che il loro insegnamento a siffatta sovrabbondanza *** . Quelli che riferiscono il loro vaniloquio ai santi, di cui fanno menzione, di quale confusione non sono colmi? Di quale assurdità non traboccano costoro, che ritengono che un uomo è stato annientato per diventare un altro uomo, e per questo motivo argomentano che colui che per ubbidienza ‘si è umiliato con la forma di servo’ (Fil 2,7) era conforme agli uomini anche prima di assumere su di sé questa forma? [18] Ditemi, voi che siete tra tutti i più pigri d’intelletto, chi, avendo già la forma di servo, assume la forma di servo? Come potrebbe uno annientarsi per divenire quello che già è? Certo, non troverete nessun meccanismo per fare tutto questo, anche se siete audaci a dire e a pensare cose impossibili. Ma come non siete i più miserabili di tutti, voi che pensate che un uomo abbia sofferto la passione per il bene di tutti gli altri uomini e attribuite a tale uomo il vostro riscatto? Se, infatti, il beato Pietro non sta parlando del ‘Logos che era nel principio ed era Dio’ (Gv 1,1), ma di colui che fu visto e annientò se stesso per essere fatto uomo, è evidente che annientò se stesso per essere fatto uomo l’uomo che si vedeva. [19] Ma contrasta con queste parole anche la natura stessa dei fatti e parla chiaramente contro la vostra interpretazione quel medesimo che esaltò con il suo parlare di Dio questa economia, dicendo che non l’uomo che si vedeva, ma lo stesso Logos ‘che era al principio ed era Dio’ (Gv 1,1) ‘assunse la carne’ (Gv 1,14)–, il che equivale a dire con altre parole che prese la forma di servo. Se, dunque, voi ritenete degne di fede queste cose, mutate la vostra errata opinione, cessate di credere che un uomo si sia annientato per diventare un uomo. [20] Se invece, non siete capaci di persuadere gli increduli, con un altra parola e con una seconda sentenza eliminate la vostra incredulità. Ricordatevi di colui che disse: ‘Il quale, pur essendo nella forma di Dio, non considerò gelosamente sua proprietà l’essere uguale a Dio, ma annientò se stesso assumendo la forma di servo’ (Fil 2,6-7). Non c’è nessun uomo, infatti, che possa appropriarsi di questa affermazione. Nessuno dei santi, che sono mai esistiti, era Dio unigenito, divenuto uomo. Questo, infatti, significa trovarsi nella forma di Dio e assumere la forma di servo. [21] Dunque, se il beato Pietro sta parlando di colui che annientò se stesso nella forma di servo, e annientò se stesso nella forma di servo colui che era nella forma di Dio, e se chi era nella forma di Dio era il Logos che era nel principio ed era dio unigenito, il beato Pietro sta parlando di colui che era nel principio ed era dio, e ci insegna che costui fu fatto Signore e Cristo. [22] Dunque, questa battaglia rivolge contro se stesso Basilio, e mostra chiaramente di non applicare il proprio intelletto all’intendimento degli apostoli e di non conservare la consequenzialità dei propri ragionamenti–, in seguito ai quali, o, perché si accorge della propria incostanza, concederà che il Logos che è nel principio ed è Dio è stato fatto Signore, o, unendo contraddizione a contraddizione e rimanendo caparbiamente attaccato ad esse, ne aggiungerà delle altre, che sono ancora più nemiche delle precedenti, argomentando che vi sono due Cristi e due Signori. Se, infatti, uno è quello che era nel principio, Dio il Logos, un altro quello che annientò se stesso e assunse la forma di servo, e se è Signore e Dio il Logos attraverso il quale sono state fatte tutte le cose, ma è Signore e Cristo questo Gesù che fu crocifisso dopo che furono fatte tutte le cose, secondo Basilio due sono i Signori e due sono i Cristi. [23] Nessun ragionamento potrà scusarlo da così manifesta bestemmia. Ma se uno, andando d’accordo con questa dottrina, dicesse che il medesimo è il Logos che era nel principio e poi fu fatto Signore, ma che fu fatto Signore e Cristo relativamente alla sua presenza nella carne, senza dubbio costui sarà costretto a dire che prima della sua presenza nella carne il Figlio non era Signore. Ma anche se da Basilio e dagli increduli al pari di lui sono annunciati in modo menzognero due Signori e due Cristi, per noi almeno uno solo è il Signore e uno solo il Cristo attraverso il quale furono fatte tutte le cose, il quale non è stato fatto Signore in seguito ad un miglioramento, ma prima di tutta la creazione e di tutti i secoli sussisteva come Signore Gesù, per mezzo del quale sono tutte le cose, in quanto tutti i santi con voce concorde insegnano e annunciano la più bella delle dottrine. [24] E infatti il beato Giovanni insegna che Dio il Logos , per mezzo del quale tutte le cose furono fatte, fu fatto nella carne, quando dice: ‘E il Logos si fece carne’ (Gv 1,14), e il mirabilissimo Paolo, esortando all’umiltà coloro che gli prestano attenzione, dice che Cristo Gesù, che era nella forma di Dio, si annientò nella forma di servo e fu umiliato fino alla morte, e alla morte di croce (Fil 2,6-8), e ancora, in un altro passo chiama ‘Signore della gloria’ colui che fu crocifisso. [25] Dice: ‘Se, infatti, lo avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria’ (1Cor 2,8). E in modo molto più aperto chiama ‘Signore’ la sostanza stessa quando dice: ‘Ma il Signore è lo Spirito’ (2Cor 3,17). Se, dunque, il Logos che era nel principio, in quanto è Spirito, è Signore e Signore della gloria, e costui Dio fece Signore e Cristo, Dio fece Signore lo Spirito stesso e Dio il Logos, e non un altro, che Basilio va sognando”. (CE III 3, 15-25)

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Frammento XVIII

148.
Infatti poco più oltre Eunomio dice che “delle realtà diverse sono assolutamente diverse anche le denominazioni significative della sostanza, mentre in quelle realtà delle quali una sola e medesima è la parola, una sola, sicuramente, sarà anche la cosa che è rivelata dalla medesima denominazione”. (CE III 5, 18)
149. Eunomio, infatti, espone un certo “elogio delle parole significative, che manifestano l’oggetto” [...] (CE III 5, 24)
150. Dice infatti, testualmente così: “Chi è così stupido e fuor di ogni condizione umana da definire, quando parla degli uomini, uno ‘uomo’, e un altro, paragonandolo al primo, ‘cavallo’?” (CE III 5, 26)
151. Egli dice, infatti, poco oltre, dopo le ciance contenute nella parte intermedia, che “è immutabile il raporto di congiunzione naturale che lega i nomi alle cose”. (CE III 5, 32)
152. Dice, infatti, che “nessuno di quelli che si sono presi cura della verità chiamano ‘non generato’ qualcosa di generato, né chiamano ‘Figlio’ o ‘generato’ il Dio che è al di sopra dell’universo”. (CE III 5, 34)
153. Eunomio dice: “Ma se, abbandonando ogni altra considerazione, bisognasse volgersi soltanto al ragionamento più valido, io vorrei dire questo, e cioè che, quand’anche fossero stati accettati i nomi che Basilio adduce per confutarci, cionondimeno il nostro ragionamento apparirebbe veritiero. Se la diversità dei nomi che indicano le qualità manifesta la diversità delle cose, è assolutamente necessario concedere che, insieme con la diversità dei nomi che indicano le sostanze, appaia anche la diversità delle sostanze stesse. E che questo sia vero, lo si potrebbe trovare per ogni cosa–, intendo dire, per le sostanze, per le operazioni, per i colori, per le figure, per le altre qualità. [40] Il fuoco e l’acque, infatti, che sono sostanze diverse, noi le indichiamo con differenti denominazioni, e così l’aria e la terra, il freddo e il caldo, il bianco e il nero, oppure il triangolo e la circonferenza; inutile, poi, parlare delle sostanze intellettuali, che l’apostolo enumera con nomi differenti, manifestando così la diversità della loro sostanza”. (CE III 5, 39)
154. Ma Eunomio ci chiama “audaci”, perché proponiamo la dottrina che unica è la natura e diverse sono le ipostasi di Pietro e di Paolo, e dice che noi osiamo fare cosa terribili, se, servendoci di esempi materiali, portiamo il ragionamento a considerare delle realtà intellettuali. (CE III 5, 48)
155. Il credere, infatti, che “tutto quello che è congiunto alla definizione della sostanza è sicuramente nel novero dei corpi ed è unito alla corruzione” (così, infatti, dice Eunomio in questa parte del suo discorso), lo oltrepasso ben volentieri [...] (CE III 5, 61)

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Frammento XIX

156.
Esso così suona: “Poiché due cose sono state dette, l’una, che la sostanza dell’Unigenito non esiste prima della propria generazione, la seconda, che, essendo stata generata, esiste prima di tutte le cose, Basilio no confuta, come errata, nessuna di queste due affermazioni. Infatti non ha avuto il coraggio di dire che essa esisteva prima della sublimissima generazione e formazione, poiché lo contraddicono la natura del Padre eil giudizio dei prudenti. Quale persona prudente, infatti, accetterebbe che il Figlio fosse e, insieme, fosse generato prima della sublimissima generazione, dato che non ha bisogno di generazione, per essere quello che è, colui che è al di fuori della generazione?” (CE III 6, 23)
157. Dice, dunque, volgendo contro il nostro maestro il ragionamento che riguarda quel problema, come se volesse far battaglia corpo a corpo, che “Basilio è colpito dalle sue stesse ali”. (CE III 6, 56)
158. “Se uno di coloro che si sono dedicati a siffatti ragionamenti dicesse ‘chi nasce?’, nel senso che, poiché il creare è bello e conveniente a Dio, come sarebbe possibile che ciò che è bello e conveniente non fosse presso di lui senza principio, dal momento che dio è senza principio? E questo, perché non ci sarebbe l’ignoranza che lo fermasse o la debolezza o l’età che gli impedissero di essere artefice, e tutte quelle considerazioni che tu hai malamente ammucchiato e riversato contro te stesso: ché non è lecito dire che siano state riversate contro Dio.” (CE III 6, 57)
159. Eunomio dice: “Se è vero che l’artefice dà inizio dal tempo alla sua attività di artefice”. In nessun altro modo, infatti, è possibile significare l’inizio delle cose che sono state fatte, se il tempo non definisce con una dimensione specifica l’inizio e la fine di quello che è stato creato. [62] Per questo motivo egli dice che anche il creatore dei tempi deve aver cominciato ad esistere da un principio analogo. (CE III 6, 61-62)
160. Dice, infatti, che “il bene eccellentissimo (cioè Dio), senza che la natura glielo impedisca, né una causa lo costringa né il bisogno lo spinga, genera e produce, secondo la sovrabbondanza della propria signoria, possedendo nella sua volontà sufficiente potenza per dare esistenza a quello che è stato fatto. Se, dunque, ogni cosa buona è secondo la sua volontà, non soltanto egli stabilisce il buono, che viene fatto, ma anche quando è fatto il buono, dato che il fare quello che non si vuole implica debolezza”. (CE III 7, 3)
161. Eunomio dice: “Dio” –il suo, s’intende!– “eccellentissimo sopra tutte le altre cose, quante sono state generate, domina sulla sua propria potenza”. (CE III 7, 8)
162. Dice: “È, infatti, bello e conveniente che abbia generato il Figlio allorquando lo volle, perché questo fatto non desta nelle persone assennate nessuna ricerca circa il motivo per cui ciò non fu fatto prima”. (CE III 7, 15)
163. Tu che dicesti a Basilio che “con quegli argomenti con i quali tu dici che è impossibile agli uomini render ragione delle parole dello spirito, tu riveli la tua propria ignoranza”; e ancora in un altro passo tu muovi lo stesso rimprovero, e cioè che “tu attribuisci agli altri la tua propria debolezza, quando vuoi far vedere che è impossibile a tutti quello che è impossibile a te”? (CE III 7, 15)
164. Il suo testo è il seguente: “Poiché nessuna generazione si estende all’infinito, ma termina in una fine, è assolutamente necessario che anche coloro che hanno accettato la generazione del Figlio... costui abbia cessato una buona volta di essere generato e non sia incredibile, per quanto riguarda l’inizio, dal momento che coloro che hanno cessato di essere generati hanno sicuramente anche iniziato ad esserlo: infatti la cessazione dell’essere generato conferma l’inizio della generazione e dell’essere generato, e non è possibile negar fede a questi fatti, in conseguenza della natura stessa e, ancor più, delle leggi di Dio”. (CE III 7, 26)
165. Dice: “Volendo Dio rappresentare agli Ebrei la legge relativa alla creazione, inserì nella fine della creazione anche la necessità di credere nel principio; infatti non il primo giorno della creazione, ma il settimo, nel quale ‘Dio si riposò dalle opere’ (Gn 2,1-3), dette *** menzione della creazione”. (CE III 7, 35)
166. Infatti colui che crea, crea quello che non esiste: “quello che esiste”, come dice Eunomio, “non ha bisogno di generazione”. (CE III 7, 59)
167. “Ma il Padre”, dice Eunomio, “è anche virtù assoluta e vita e luce inaccessibile e tutti i pensieri e i nomi sublimi, sì che non vi è necessità, quando ancora non esisteva la luce unigenita, pensare il corrispondente in senso contrario, e cioè la tenebra”. (CE III 7, 61)
168. “Infatti se l’intelletto di qualcuno, ottenebrato dalla malizia e pertanto reso incapace di vedere alcunché davanti al suo naso o sopra la sua testa, è limitato di forze e non può comprendere la verità, non per questo motivo si deve credere che anche agli altri uomini sia non raggiungibile la scoperta di quello che esiste”. (CE III 8, 1)
169. “Altrimenti, senza scopo il Signore avrebbe chiamato se stesso ‘porta’ (Gv 10,9), se non vi fosse stato nessuno che vi passare attraverso per giungere alla conoscenza e alla contemplazione del Padre; senza scopo avrebbe chiamato se stesso ‘strada’ (Gv 14,6), s non procurava nessuna agevolezza a coloro che vogliono raggiungere il Padre; e come sarebbe ‘luce’ (Gv 1,9, 8,12), se non illuminasse gli uomini, se non brillasse all’occhio dell’anima per far conoscere se stesso e la luce che è sopra di lui?” (CE III 8, 5)
170. Eunomio dice che “l’intelletto di coloro che hanno creduto nel Signore, dopo aver oltrepassato tutta la sostanza sensibile e intellettuale, non può, per sua natura, fermarsi neppure alla generazione del Figlio, ma si spinge anche al di là di essa, ardendo, per il desiderio della vita eterna, di raggiungere l’Essere primo”. (CE III 8, 14)
171. Ma se uno a proposito delle nostre dottrine va cianciando di Sabellio e di Montano, sarebbe come se ci appiccicasse addosso anche la bestemmia relativa al “dissimile”. (CE III 8, 22)
172. Dice che parimenti anche alla sostanza del Padre è congiunta *** se uno pronuncia la parola “non generazione”, il discorso procede allo stesso modo, così come è arrivato alla sua conclusione a proposito del Figlio, chiaramente attraverso le argomentazioni degli avversari prende forza la dottrina della pietà, vale a dire che non si crede che siano la stessa cosa con la sostanza la non generazione e la generazione [...] (CE III 8, 25)
173. Infatti costui dice nel passo successivo: “Ma Dio, che è senza generazione, è anche prima di colui che è stato generato”, e poco oltre: “Colui, infatti, che possiede l’esistenza  in seguito alla generazione, prima di essere stato generato, non era”. (CE III 8, 27)
174. “Non è sostanzialmente  e nemmeno è propriamente”, essa dice, “colui che ‘è nel seno’ (Gv 1,18) di ‘colui che è’ (Es 3,14) ed ‘è nel principio ed è presso Dio’ (Gv 1,1), anche se Basilio, non curandosi di questa definizione e di questa aggiunta, contraddice la verità e muta la denominazione di ‘colui che è’ (Es 3,14)”. (CE III 8, 34)
175. “Non si appropria, infatti, di questa dignità colui che è e vive grazie al Padre, perché la sostanza che signoreggia anche su di lui trae verso di sé la nozione di ‘colui che è’ (Es 3,14)”. (CE III 8, 43)
176. Eunomio dice: “In quanto l’Unigenito stesso riporta al Padre la denominazione conforme alla dignità, in quanto dovuta a lui solo. Infatti colui che ha insegnato che l’esser chiamato ‘buono’ (Mc 10,18; Lc 18,18) conviene solo a colui che è la causa della sua propria e di ogni bontà, e riconduce a quello tutto ciò che è e che è stato fatto buono, a maggio ragione non potrebbe appropriarsi della signoria sugli esseri che una volta furono fatti e della denominazione di ‘colui che è’ (Es 3,14)”. (CE III 9, 1)
177. Le sue parole, infatti, sono le seguenti: “Lui che, con l’essere stato chiamato ‘angelo’ (Es 3,2), ha insegnato chiaramente attraverso chi ‘colui che è’ (Es 3,14) ha annunciato quelle parole e chi era, e con l’essere denominato anche ‘Dio’ ha mostrato la propria superiorità su tutti. Colui, infatti, che è Dio di ‘tutte le cose che sono state fatte per mezzo di lui’ (Gv 1,3) è l’angelo del ‘Dio che è al di sopra dell’universo’ (Rm 9,5)”. (CE III 9, 27)
178. [...] e dice che “colui che inviò a Mosè era proprio ‘colui che è’ (Es 3,14), mentre colui, attraverso il quale quello inviò e parlò, era angelo di colui che è, e Dio di tutti gli altri esseri”. (CE III 9, 32)
179. Ma Eunomio controbatte quanto diciamo, e ci mette davanti agli occhi la Scrittura stessa, che dice che “venne prima la voce di un angelo (Es 3,2) e così fu introdotto il dialogo di ‘colui che è’ (Es 3,14)”. (CE III 9, 37)
180. Ma Eunomio ora porta il suo parlare ad un atteggiamento più misurato e gli dona anche un poco di umanità, e dice: “Non soltanto noi diciamo che il Figlio è, ed è al di sopra di tutte le cose” –lui, che nei passi precedenti poco ci mancava che non lo separasse dalla denominazione di “colui che è” (Es 3,14); “ma diciamo anche”, prosegue, “ che è Signore e artefice e Dio di tutta la sostanza sensibile e di quella intelligibile”. (CE III 9, 47)
181. Ma Eunomio aggiunge a queste considerazioni che “nella formazione di quello che esiste gli è stata affidata dal Padre la preparazioni di tutte quante le cose, visibili e invisibili, e la provvidenza di quello che è stato fatto, in quanto gli era sufficiente, per far nascere le cose formate, la potenza che gli era toccata dall’alto”. (CE III 9, 48)
182. Il testo, infatti, è il seguente: “Non è forse vero che la terra e l’angelo prima non erano e poi sono stati fatti?” (CE III 9, 52)
183. Dice, infatti, che “sarebbe lungo esaminare tutte le origini o le sostanze delle realtà intelligibili, le quali tutte non hanno affatto in comune la natura della non esistenza, ma la cui differenza corrisponde alle operazioni del loro artefice”. (CE III 9, 53)
184. Dice, infatti, dopo quelle sue energiche polemiche, nelle quali ha citato i vari Valentino e Cerinto e Basilide e Montano e Marcione a criticare la nostra dottrina, e dopo aver affermato che non hanno niente di affine nemmeno con il nome di “cristiani” coloro che asseriscono cha la natura divina è inconoscibile e inconoscibile anche il modo della sua generazione; e dopo averci annoverato tra quelli che egli calunnia –così, infine, con le seguenti parole introduce il suo discorso: “Ma noi, prestando fede agli uomini santi e beati, diciamo che né dalla solennità dei nomi né dalla peculiarità dei comportamenti e dei simboli del mistero è realizzato il mistero della pietà, bensì lo è dall’esattezza delle dottrine”. (CE III 9, 54)
185. Eunomio dice, infatti, violando la legge del Signore (è legge, infatti, la tradizione della divina mistagogia) che il battesimo non è impartito nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, come il Signore ingiunse ai discepoli affidando loro il mistero, ma “nel nome dell’artefice e del creatore e di colui che non è soltanto” (così egli dice) “Padre, ma anche Dio dell’Unigenito”. (CE III 9, 61)
186. E la conseguente argomentazione della bestemmia di Eunomio è questa: “o anche ai discepoli, per mezzo di un significato di relazione, viene attribuita la comunione di sostanza con il Padre, oppure non si può condurre per mezzo di questa parola nemmeno il Signore alla comunione di natura con il Padre, e, come rappresenta la condizione servile dei discepoli il fatto che è chiamato loro Dio colui che è al di sopra di tutto, allo stesso modo ammette, grazie a queste parole, che anche il Figlio è servo di Dio”. (CE III 10, 8)

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Frammento XX

187.
Esaminiamo ancora il punto seguente, e cioè in che modo Eunomio si difende dal rimprovero che egli muove il grande Basilio, perché delimita il dio unigenito nella tenebra come sua porzione specifica, dicendo che “quanta è la distanza che separa il generato dal non generato, altrettanto è la distanza che separa il generato dal non generato, altrettanto è diversa la luce dalla luce”. (CE III 10, 18)
188. Poiché, dunque, dalle premesse è risultata questa assurdità, Eunomio cerca di eliminarla con il suo tecnico metodo di dimostrazione, così dicendo testualmente: “Conosciamo, infatti, conosciamo ‘la luce vera’ (Gv 1,9), conosciamo colui che ha creato la luce dopo il cielo e la terra (Gn 1,3), abbiamo udito la vita stessa e la verità, Cristo, che diceva ai suoi discepoli: ‘Voi siete la luce del mondo’ (Mt 5,14); abbiamo appreso dal beato Paolo, che chiama ‘luce inaccessibile’ (1Tim 6,16) il Dio al di sopra dell’universo, e che con quella aggiunta definisce e insegna che esiste la luce sublime; quindi, poiché abbiamo appreso che esiste siffatta differenza nella luce, non accetteremo che la nozione stessa di ‘luce’ esiste soltanto a sentir la parola”. (CE III 10, 19)
189. Dice: “Il beato Giovanni, dopo aver affermato che ‘il Logos era nel principio’ (Gv 1,1), e averlo chiamato ‘vita’ (Gv 1,4) e aver quindi chiamato ‘luce’ la vita, poco più oltre disse: ‘E il Logos si fece carne’ (Gv 1,14). Se, dunque, la luce è la vita e la vita è il Logos e il Logos si fece carne, diventa immediatamente chiaro chela luce si fece nella carne”. (CE III 10, 26)
190. Dice, infatti: “Se Basilio è in grado di dimostrare che il Dio che è al di sopra dell’universo, il quale è luce inaccessibile, è stato fatto, o ha potuto essere fatto, nella carne, è venuto sotto una potestà, ha obbedito a degli ordini, è stato governato da delle leggi degli uomini, ha portato la croce–, ebbene, allora dica pure che la luce è uguale alla luce”. (CE III 10, 29)
191. “Ma questa luce”, dice Eunomio, “seguì le opere dell’amore per gli uomini, mentre quell’altra rimase immobile, e non operò siffatta grazia”. (CE III 10, 36)
192. Dice, infatti, che “Basilio costruisce per noi un dio composto, perché suppone che la luce sia comune, mentre l’una è separata dall’altra per certe particolarità e diverse peculiarità. Infatti è, in ogni caso, composito quello che è raccolto a formare un’unità comune, ma è diviso da certe differenze e dal concorso di certe peculiarità”. (CE III 10, 46)
193. Dice: “Va bene; ma, dal momento che sono opposti tra di loro il generato e il non generato, la luce  generata sarà parimenti inferiore alla luce non generata, e l’una risulterà luce, l’altra, tenebra”. (CE III 10, 51)
194. “Questo diciamo noi, “che ci accingiamo a scrivere senza nessun esercizio nella logica”, come dice il nostro calunniatore [...] (CE III 10, 54)


Secondo l'elenco dei frammenti di Richard Paul Vaggione
Traduzione di Claudio Moreschini