Clemente Alessandrino



Gli Stromati. Note di vera filosofia

Stromati VII

89. Ora, seguendo il piano dell’opera, bisogna rispondere alle obiezioni sollevate contro di noi da Greci e Giudei [...] Anzitutto ci obiettano proprio questo: che non si deve credere per il dissenso delle sette. Da che parte sarebbe la verità, quando gli uni hanno una dottrina, gli altri un’altra? Ma noi rispondiamo loro: anche presso di voi Giudei e presso i più illustri filosofi greci sono sorte moltissime sette, eppure non dite che bisogna andar cauti o a filosofare o a seguire il giudaismo, per questo reciproco dissenso delle vostre sette. E poi era già stato detto come profezia dal Signore che le eresie sarebbero state disseminate fra la verità come “la zizzania fra il grano” (cf. Mt 13,25); e non è possibile che la predizione non si avveri.

90. Ordunque, se qualcuno viola i patti ed elude la confessione fatta a noi, a causa di questo trasgressore della confessione ci terremo anche noi lontani dalla verità? No; come l’onesto non deve essere insincero e non rinnegare alcuna delle sue promesse, anche se qualche altro viola i patti, così conviene che anche noi non trasgrediamo la regola della chiesa in alcun modo. Ed è proprio la confessione circa le cose più importanti che noi osserviamo, e quelli invece violano. Pertanto si deve credere a coloro che si attengono saldamente alla verità. Possiamo ancora estendere questa nostra difesa a dir loro che anche i medici, pur avendo teorie opposte a seconda delle loro specifiche scuole, di fatto prestano ugualmente le cure. Forse che uno, malato fisicamente e bisognoso di cure, non vorrà accettare un medico per la diversità delle scuole di medicina? E allora nemmeno chi è malato nell’anima e “pieno di false immagini” adduca il pretesto delle eresie, se vuol guarire e convertirsi a Dio. Invero “a causa di quelli che sono di provata virtù ci sono le eresie”, dice [il Signore]: “di provata virtù” dice o coloro che giungono alla fede accostandosi all’insegnamento del Signore per privilegiata elezione, come i banchieri di buona riputazione che sanno distinguere la buona moneta del Signore dalla falsificazione, oppure quelli che già hanno acquistato riputazione nella fede stessa, per la loro vita e la “gnosi”.

91. Proprio per questo motivo abbiamo bisogno di maggiore diligenza e avvedutezza nell’esaminare come si debba condurre una vita perfetta e quale sia la vera religione. È infatti evidente che le indagini si compiono perché la verità è aspra e difficile a conquistarsi: donde le eresie, orgogliose e ambiziose, di gente che non ha appreso né ricevuto secondo verità [la “gnosi”], ma ha assunto una parvenza di “gnosi”. Bisogna quindi indagare con maggior cura la verità autentica, che sola ha per oggetto il vero Dio. Alla fatica seguirà poi la soddisfazione del trovamento e del ricordo; e alla fatica bisogna accingersi a causa delle eresie; non ci si deve assolutamente ritirare. [...]

92. Vano è dunque il pretesto dei Greci. Chi vuole potrà anche trovare la verità, mentre quello di chi avanza motivi illogici è un giudizio che non si giustifica. Negano essi o ammettono la possibilità della dimostrazione? Penso che tutti l’ammetteranno, tranne quelli che negano l’esistenza dei sensi. E se la dimostrazione è possibile, bisogna acconsentire alla ricerca e attraverso le Scritture stesse rendersi edotti, quasi per via di dimostrazione, come le eresie sono cadute in errore e come invece nella verità unica dell’antica chiesa sia riposta la “gnosi” perfettissima e la scuola in realtà migliore. Di quelli che deviano dalla verità alcuni cercano di ingannare solo se stessi, altri anche il prossimo. Gli uni – chiamiamoli sapienti in apparenza, essi che ritengono d’aver trovato la verità senza averne alcuna dimostrazione – questi, dicevo, ingannano se stessi illudendosi d’esser giunti in porto. Ve n’è una folla non piccola: gente che evita la ricerca per [timore delle] confutazioni, e gente che rifugge anche dalla dottrina perché li condannerebbe. Gli altri, quelli che ingannano chiunque li avvicina, sono davvero scaltri: pur consci di non sapere nulla, tuttavia, oscurano la verità con argomenti plausibili. Ma altra è, a quanto pare, la natura degli argomenti plausibili, altra dei veri. Che sia necessario dire la denominazione delle eresie per distinguerle dalla verità, lo sappiamo. Da essa i sofisti traggono alcune proposizioni a rovina dell’umanità, poi le nascondono seppellendole sotto le arti umane di loro invenzione: e si vantano di presiedere a qualcosa che è scuola piuttosto che chiesa.

93. Coloro che al contrario sono pronti alla fatica per gli scopi migliori non desisteranno dalla ricerca della verità prima di averne tratto la dimostrazione delle Scritture stesse. Ci sono alcuni criteri di giudizio comuni a tutti, come i sensi, ma ce ne sono altri propri di quelli che hanno conquistato e praticato la verità, e sono i procedimenti tecnici relativi ai ragionamenti veri e falsi, messi in atto dal raziocinio logico. La cosa più importante è prima mettere da parte l’opinione, arrestandosi a metà fra scienza esatta e precipitosa presunzione di sapienza, poi rendersi conto che chi spera il riposo eterno sa anche che l’entrata in esso è laboriosa e “stretta” (Mt 7,14). Ma chi abbia una volta ricevuto la parola evangelica e “visto la salvezza” (dice [la Scrittura]), nel momento in cui l’ha conosciuta non “si volti indietro come la moglie di Lot” (Gn 19,26) verso la vita di prima tutta rivolta alle cose sensibili, e nemmeno ricada nelle eresie: infatti in certo modo esse creano un facile andazzo, poiché non riconoscono il vero Dio.

94. [...] Le Scritture del Signore: generano la verità eppure restano vergini, perché nascondono i misteri della verità. “Ha partorito e non ha partorito”, dice la Scrittura, intendendo che essa ha concepito da sé stessa, non per accoppiamento. Per gli “gnostici” le Scritture “hanno concepito”; le eresie invece, che non le hanno comprese, le ripudiano come sterili. Gli uomini hanno tutti il medesimo criterio di giudizio, ma quelli che seguono la chiamata del Logos si creano gli argomenti di fede; quelli invece che si sono dati ai piaceri torcono la Scrittura ai loro desideri. Ma “l’amatore della verità” ha bisogno, a quanto pare, di vigore spirituale: giacché è fatale che falliscano gravemente quelli che mettono mani ad imprese grandiose, se non posseggono il criterio della verità, desunto dalla verità stessa. Deviati dalla retta via, essi falliscono anche, logicamente, nella maggior parte dei casi particolari, perché non posseggono il criterio del vero e del falso, adeguatamente esercitato alla scelta di ciò che si deve. Se lo possedessero, ubbidirebbero alle Scritture divine.
95. Chi ricalcitra alla tradizione ecclesiastica e balza deviando ad opinioni di umane eresie perde il suo essere di uomo appartenente a Dio e fedele al Signore, proprio come se uno da uomo diventasse bestia, in modo simile agli ammaliati da Circe. Chi al contrario si ritrae da questa aberrazione ed ascolta le Scritture e affida alla verità la sua vita, diviene in certo modo Dio da uomo. Noi possediamo, in effetti, il principio della dottrina, ed è il Signore che “in molti modi e a più riprese”, cioè attraverso i profeti, il Vangelo e i beati apostoli si fa guida alla “gnosi”, da principio alla fine. [...]

96. Allo stesso modo noi, traendo prove perfette relative alle Scritture dalle Scritture stesse, ce ne persuadiamo per fede [come] per forza di dimostrazione. Se anche i seguaci delle eresie osano ricorrere a Scritture profetiche, anzitutto non le adoperano tutte, poi non in modo completo, né come l’insieme e il contesto delle profezie suggerisce. Essi stralciano invece le frasi ambigue, le traducono nel quadro delle proprie opinioni e in questa scelta antologica di poche parole qua e là non considerano ciò che esse significano , ma ne assumono la dizione, pura e semplice. Di fatto in quasi tutti i testi che allegano si può vedere che essi badano solo alle parole, alterandone i significati, perché non sanno in che senso sono espresse né adoperano le scelte dei testi che presentano nel modo come la loro natura richiede. Ma la verità non si rintraccia nel trasporre i significati (in tal modo rovesceranno ogni vera dottrina), ma nell’esaminare che cosa sia perfettamente proprio e conveniente al Signore e Dio onnipotente e nel confermare ciascuna delle prove delle Scritture sulla base dei passi paralleli delle Scritture stesse. Loro pertanto non sono disposti a convertirsi alla verità, perché restii a deporre l’arroganza del loro amor proprio, né d’altronde hanno modo di spacciare le loro idee, perché contrarie alle Scritture. Sono tuttavia riusciti a divulgare falsi dogmi, contrapponendosi chiaramente a quasi tutte le Scritture e sempre confutati dalle nostre critiche. [...]

97. Possiamo quindi farci un’idea distinta di tutte le eresie perseguendo la perversità dei loro stessi dogmi. Infatti una volta che li avremo debellati dimostrando la loro chiara opposizione alle Scritture, possiamo osservare che i corifei delle sette tengono uno di questi due atteggiamenti: disapprovano o le conseguenze dei loro dogmi o le profezie stesse, o meglio le loro stesse speranze; ma assumono di volta in volta ciò che loro sembra più evidente della parola detta dal Signore tramite i profeti, e che ha ricevuto insieme testimonianza e conferma dal Vangelo e inoltre anche dagli apostoli. [...]

98. Inorgogliti pertanto da presunzione di sapienza, non fanno che litigare, e così si manifestano solleciti più di apparire che di essere “filosofi”. Anzitutto si basano su principî del reale non necessari e si lasciano suggestionare da opinioni umane; poi si prefiggono necessariamente un fine coerente con se stessi: e combattono, poiché ne sono confutati, con coloro che professano la vera filosofia; e sono disposti a tollerare tutto, a spiegare tutte le vele, come si suol dire, anche a costo di commettere empietà non prestando fede alle Scritture, piuttosto che cambiar parere. [...] Triplice è per altro la cura di quel male che è l’opinione, come di ogni affezione: cognizione della causa, del come essa possa eliminarsi e, terzo, l’esercizio dell’anima per acquisire l’abitudine a poter attuare nella pratica il giudizio retto.

100. [...] Tre sono gli stati dell’anima: ignoranza, credenza, scienza. Quelli che sono nell’ignoranza sono i pagani, nella scienza la vera chiesa, nella credenza i seguaci delle eresie.

101. [...] Eppure abbiamo appreso che altro è il piacere, da lasciarsi ai pagani, altro la contesa, da attribuirsi alle eresie, altro la gioia, da ascriversi alla chiesa, altro ancora la letizia perfetta, che assegneremo al vero “gnostico”. [...] Colui che ubbidisce al Signore e segue fedelmente la profezia da Lui data, alla fine riesce a diventare, ad immagine del maestro, un dio che s’aggira in un corpo. Naturalmente non giungono a tale altezza quelli che non seguono Dio dovunque li guidi: Egli li guida secondo le “Scritture divinamente ispirate” (2Tim 3,16). Fra gl’innumerevoli atteggiamenti umani forse due soli sono principio di ogni peccato, ignoranza e debolezza. Dipendono entrambi da noi, quando non vogliamo né imparare, né dominare il desiderio. Per causa del primo si giudica non rettamente, per l’altro non si ha la forza di accompagnare nella pratica il giudizio retto: chiunque sia ingannato nel giudizio non potrà mai agire bene, per quanto sia perfettamente in grado di mettere in pratica i suoi propositi, né potrà mostrarsi irreprensibile, per quanto capace di giudicare qual è il suo dovere, se cade nella pratica.

102. Rispettivamente ci sono fornite anche due discipline di diverso genere, valide contro l’uno e l’altro peccato: per l’uno la “gnosi” è l’evidente dimostrazione della testimonianza che si fonda sulle Scritture, per l’altro l’esercizio secondo ragione, inculcatoci su base di fede e timore [di Dio]. E l’uno e l’altro si sviluppano fino al perfetto amore. Poiché sì, certo, dello “gnostico” duplice è il fine, almeno su questa terra, da un lato la contemplazione che fa scienza, dall’altro l’azione.
Ed io mi auguro che i nostri eretici, imparando da queste note, possano rinsavire e convertirsi a Dio onnipotente. [...] Ho esposto queste considerazioni nell’intento di stornare gli studiosi dal facile rischio di cadere nelle eresie. Sono questi che desidero far desistere dalla superficiale ignoranza o stoltezza o mala abitudine o comunque la si debba chiamare, e cerco di dissuaderli e di avvicinarli alla verità. Per essi ho fatto questi ragionamenti – s’intende, per quelli che non siano del tutto inguaribili.

103. Infatti ci sono persone che nemmeno sopportano, per principio, di prestare ascolto a chi li esorta alla verità. E anzi si mettono a dire sciocchezze, riversando parole blasfeme contro la verità, arrogandosi di sapere essi le cose più importanti: in realtà non hanno imparato, non hanno cercato, non si sono dati pena, non hanno trovato il nesso fra il prima e il poi. E bisognerebbe, più che detestarli, averne pietà per tale loro perversione. Ma c’è invece chi è sanabile, capace di sopportare, come fuoco o ferro, la franchezza della verità quando ne taglia e abbrucia le false opinioni: ebbene, questi ponga l’orecchio dell’anima. E ciò sarà possibile se non respingerà lontano da sé la verità spinto dall’indolenza, o non forzerà [i testi] fino a rifarli nuovi per velleità ambiziose. Indolenti sono quelli che, pur potendo procurarsi le dimostrazioni convenienti alle divine Scritture dalle Scritture stesse, preferiscono gli immediati incentivi dei loro piaceri; e ambiziosi sono quanti per deliberato proposito falsificano con scaltre ed estranee interpolazioni le tradizioni dei beati apostoli e maestri, intimamente congruenti con le parole ispirate da Dio; essi insomma si oppongono alla tradizione divina con dottrine umane, pur di consolidare la loro eresia.  [...]
104. Per concludere, solo il nostro “gnostico”, che invecchia letteralmente sulle Scritture, salva l’ortodossa esposizione dei dogmi che è degli apostoli e della chiesa, e vive nella più retta osservanza del Vangelo; le ulteriori dimostrazioni che eventualmente egli ricerchi, le trova perché ne è aiutato dal Signore e procede dalla legge e dai profeti. Si può dire che la vita dello “gnostico” non è altro se non opere e parole che proseguono la tradizione del Signore.

107. [...] Stando così le cose, è evidente che rispetto alla più antica e vera chiesa tutte queste eresie venute dopo e quelle più recenti ancora nel tempo sono state una innovazione e una falsificazione. Da quanto s’è detto deve dunque risultare che una è stata la vera chiesa, quella in realtà originaria, e in essa sono iscritti i giusti secondo il [divino] proposito. Poiché uno è Dio e uno il Signore, per questo anche ciò che è sommamente venerabile acquista pregio in ragione della sua unità, essendo imitazione dell’unico principio. La chiesa, unica, è dunque legata alle sorti dell’Unico per natura, mentre c’è chi s’adopera a smembrarla in una molteplicità di eresie. Per essenza e per contenuto del pensiero, per origine e per preminenza insieme, noi diciamo una l’antica e universale chiesa, costituita “nell’unità della fede” unica: quella fede che è secondo i suoi propri Testamenti, o meglio secondo il Testamento unico suddiviso nei due tempi diversi, e che per volontà dell’unico Dio, tramite l’unico Signore, raduna coloro che già sono iscritti. [...]

108. Delle eresie invece alcune sono denominate dal nome [del fondatore], come quella di Valentino, di Marcione, di Basilide, anche se si vantano di fare propria la dottrina di Mattia ([ma è un errore], perché, come è stato uno l’insegnamento di tutti gli apostoli, così pure è una la tradizione). Altri invece prendono nome dal luogo [dove sorsero], come i Perati, altre dal popolo, come l’eresia dei Frigi, altre ancora da comportamenti pratici, come quella degli Encratiti; altre da particolari dottrine, come quella dei Doceti e degli Emaititi; altre da “ipotesi” e da personaggi particolarmente onorati, come i Cainiti e i cosidetti Ofiani; altre infine da usanze e atti sfacciatamente perpetrati contro la legge, come i cosiddetti Entichiti, una setta dei Simoniani.


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