Corpo glorioso di Cristo. L’ecclesiologia di Ilario di Poitiers


indice

capitolo 1: introduzione

capitolo 2: il corpo di miseria

capitolo 3: il corpo della Trinità

capitolo 4: la gloria del corpo

capitolo 5: il corpo glorioso de Cristo

capitolo 6: il Regno del Signore risorto


1. Introduzione

1. Ilario, vescovo di Poitiers della provincia di Aquitania, esiliato in Frigia in seguito al sinodo de Béziers ad opera della fazione di Saturnino, vescovo di Arles, compose dodici libri Contro gli Ariani, un altro Sui sinodi, ched indirizzò ai vescovi delle Gallie, dei Commenti ai Salmi, e precisamente al primo, al secondo, dal cinquantunesimo al sessantaduesimo e dal centodiciottesimo all’ultimo, e in quest’opera, pur avendo imitato Origene, introdusse anche delle note personali.

C’è di lui anche uno scritto A Costanzo, che gli aveva presentato a Costantinopoli quand’era ancora vivo, ed un altro Contro Costanzo, che scrisse dopo la sua morte; un libro Contro Valente e Ursacio, che contiene le storie del sinodo di Rimini e di Seleucia; uno Al prefetto Sallustio o contro Dioscoro, un Libro degli inni ed un altro dei Misteri, i Commenti a Matteo e i Trattati su Giobbe che tradusse liberamente dal testo greco di Origene; un altro pregevole libro Contro Aussenzio ed alcune lettere a diverse persone. Taluni dicono che egli scrisse Sul Cantico dei cantici, ma quest’operaè per noi sconosciuta. Morì a Poitiers durante il regno di Valentiniano e Valente.  (Hieronymus, De viris illustribus, 100)

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2. Il corpo di miseria

1. Ma quanto differisce l'esecuzione della seconda opera dal primo intervento creativo! Dio, si dice, prese la polvere della terra. Difatti, si prende della polvere, e una materia terrestre riceve forma di uomo o è a questo preparata e, passando da uno stato a un altro, viene trasformata con il lavoro e la cura dell'Artefice.

Nel primo momento non ha preso, ma ha fatto; nel secondo momento non ha anzitutto fatto, ma ha preso, e quindi ha dato forma o ha preparato. (Super Psalmos 118 iod 7)

2. Ambedue le idee possono essere ammesse con fondati motivi, dal momento che constatiamo nel testo scritto due modi di presentare. Il primo dice che lo ha formato per far apparire poi ciò che è, ossia l'aspetto corporeo; il secondo, invece, che lo ha preparato in vista di quanto poi si dice: "E alitò in lui lo spirito di vita, e l'uomo divenne essere vivente". L'uomo allora, è stato preparato o formato per tale "insufflazione"; in virtù di questa, la natura dell'anima e quella del corpo sarebbero tenute insieme da una sorta di alleanza dovuta al "soffio alitato", in vista dello stato di vita definitivo.

Il beato Paolo sa di avere in sé una duplice natura, quando dice che secondo l'uomo interiore si compiace della legge e, però, vede nelle sue membra un'altra legge, che lo conduce prigioniero sotto la legge del peccato. Perciò, quanto è fatto secondo l'immagine di Dio riguarda la dignità dell'anima. Invece, ciò che è formato dalla terra, rappresenta l'inizio del suo aspetto fisico e della sua natura corporea.

Poiché si capisce che Dio si è rivolto a un'altra persona, quando ha detto: "Facciamo l'uomo", si riconosce nell'uomo fatto e formato come una perfezione in tre tempi: è fatto a immagine di Dio, è formato dalla terra e, per il soffio dello spirito, viene animato per diventare essere vivente. Se il profeta attesta che è stato fatto e formato con le mani e non con la mano, è perché vuole insegnare che nella sua creazione c’è stata l’azione di uno che non era solo e nello stesso tempo fu in tre tappe. (Super Psalmos 118 iod 8)

3. [...] è fatto quindi a immagine di Dio. Non immagine di Dio, perché l’immagine di dio è il primogenito di ogni creatura, ma a immagine, cioè secondo i caratteri dell’immagine e della somiglianza. (Super Psalmos 118 iod 7)

4. Questi dovrà anzitutto ricordare che la creazione dell’uomo è racchiusa in due nature, l’anima e il corpo, di cui la prima è spirituale e la seconda terrena [...] lo [l’uomo] compose di una natura celeste e di una natura terrena, cioè di anima e di corpo. Prima creò l’anima con quella divina attività della sua potenza, per noi incomprensibile.

Difatti, non fu nel momento stesso in cui creò l’uomo a immagine sua che formò insieme anche il corpo. La Genesi insegna che, molto tempo dopo che l’uomo era stato creato a immagine di Dio, fu preso del fango e fu modellato il corpo. (Super Psalmos 129 4-5)

5. L’uomo interiore dunque è stato fatto a immagine di Dio: razionale, dotato di mobilità, capace di muovere, veloce, incorporeo, sottile, eterno. Per quanto gli è consentito, esso imita l’immagine della natura suprema, quando passa da un luogo a un altro, quando vola tutt’intorno. Più veloce della parola, ora è al di là dell’oceano, ora si innalza nei cieli, ora è negli abissi, ora percorre l’oriente e l’occidente. [...]

Pertanto l’anima umana, in questa mobilità del suo pensiero, è stata fatta a immagine di Dio suo creatore, e imita la natura divina appunto con la sua perenne mobilità, nulla avendo in sé di corporeo, nulla di terreno, nulla di pesante, nulla di caduco.  (Super Psalmos 129,6)

6. La mente di ciascuno è portata da un certo istinto naturale alla conoscenza e alla speranza dell’eternità, poiché è come innata e impressa in tutti l’idea che la nostra anima sia di origine divina, ed è così perché la mente riconosce in se stessa una non trascurabile affinità con le creature celesti. (Super Psalmos 62,3)

7. Difatti, non c'è dubbio che frequentemente il termine "spirito" sta a indicare l'anima [...] (De Trinitate X 61)

8. Difatti, non fu nel momento stesso in cui creò l’uomo a immagine sua che formò insieme anche il corpo. La Genesi insegna che, molto tempo dopo che l’uomo era stato creato a immagine di Dio, fu preso del fango e fu modellato il corpo. (Super Psalmos 129,5)

9. Difatti, si prende della polvere, e una materia terrestre riceve forma di uomo […] e, passando da uno stato a un altro, viene trasformata con il lavoro e la cura dell'Artefice. (Super Psalmos 118 iod 7)

10 Non dice infatti: Mi sono attaccato al suolo, ma: ‘La mia anima si è attaccata al suolo’, per cui siamo invitati a capire che egli qui si sia lamentato per l’unione dell’anima con il corpo. Molti elementi ci fanno ritenere questa interpretazione come la più attendibile. L’Apostolo infatti ha detto: ‘Il corpo della nostra umiltà’, e anche il profeta: ‘La mia anima è stata umiliata nella polvere’, e ancora: ‘Nella polvere di morte mi hai deposto’. Perciò, sia perché dimoriamo sul suolo di questa terra, sia perché siamo stati fatti e consolidati a partire dalla terra, l’anima, che è di origine diversa, è ritenuta come attaccata alla terra del corpo. Essa affronta un difficilissimo combattimento per staccarsi dalla solidarietà con il corpo, nel quale pure rimane, e servirsi di esso da straniera, come di un luogo di passaggio.

Pur venendo prima nel tempo, il profeta non ignora tuttavia la parola dell’Apostolo, secondo cui ‘coloro che si attaccano al Signore, sono un solo spirito [con lui]’. Sa anche di avere lui stesso proclamato: ‘La mia anima si è attaccata a te’. Ancora di più, egli trova nella legge: ‘Camminerai dietro il Signore Dio tuo e a lui ti attaccherai’. Desidera dunque attaccarsi a lui piuttosto che al suolo. Ma poiché ricorda che per l’unione con il corpo ha contratto una certa macchia di peccato, chiede – sebbene la sua anima sia stata unita a una natura terrena e mortale – di essere generato, grazie alla parola di Dio, alla vita celeste. Sa infatti che quaggiù è attaccato al suolo e non vive; ma domanda di ricevere la vita secondo la parola di Dio, in virtù della quale vivono quanti sono morti. (Super Psalmos 118 daleth 1-2)

11. Se [la sostanza incorruttibile] è triste fino alla paura, debole fino al dolore, tremante fino alla morte, essa ormai sarà soggetta alla corruzione e su di essa cadrà uno stato di completa debolezza. Sarà quindi ciò che non era, triste per l’angoscia, tormentata dalla paura, affranta dal dolore [...] (In Matthaeum 31,2)

12. Difatti, colui che è terra e ritornerà alla terra da cui è venuto, sprofonderà nel fango e nella melma in cui è caduto, quando si sarà dissolto nell’elemento originario della propria natura. (Super Psalmos 68,15)

13. Il profeta sa quando ci sarà quella vita beata e vera dei viventi. Ora infatti rimaniamo nella polvere di morte e siamo in un corpo di morte. […] Per il momento portiamo ancora, unita a noi, una materia sottoposta alla legge del peccato e della morte; nella dimora di questa carne caduca e debole, contraiamo – per tale coabitazione – la macchia della corruzione, e in noi non potrà esserci la natura della vita vera. (Super Psalmos 118 gimel 3)

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3. Il corpo della Trinità

1. Gesù infatti è il nome di nostro Signore, che gli viene dal corpo. Così la sua incarnazione e la sua passione costituiscono la volontà di Dio e la salvezza del mondo. Ed è una cosa che supera la capacità espressiva della parola umana, il fatto che il Dio nato da Dio, il Figlio che procede dalla sostanza del Padre e sussiste nella sostanza del Padre, prima incarnato, poi soggetto alla morte per la sua condizione umana, infine dopo tre giorni ritornando dalla morte alla vita, abbia ricondotto al cielo la materia del corpo che aveva assunto, rendendola partecipe dell’eternità dello Spirito e della sua sostanza. (In Matthaeum 4,14)

2. E se sta scritto che fino a Maria vi furono quattordici generazioni, mentre contandole ne risultano tredici, non ci potrà essere nessun errore, dal momento che si sa che nostro Signore Gesù Cristo non ha soltanto un’origine derivante da Maria, ma nella procreazione della nascita corporale è contenuto un significato eterno. (In Matthaeum 1,2)

3. Ora, la fede vera e inviolabile vuole che dal Dio dell’eternità – il quale, siccome da sempre ha avuto un figlio, da sempre ha il diritto e il titolo di padre, poiché, se non ci fosse stato da sempre un figlio, non ci sarebbe stato da sempre neanche un padre – sia proceduto il Dio Figlio, che riceve l’eternità del Padre. Che egli nascesse era volontà di colui, la cui potenza e il cui potere comportavano che nascesse. Il Figlio di Dio dunque è Dio da Dio, uno solo in due: ha ricevuto infatti la divinità – theoteta, in latino deitas – dal suo eterno Padre, dal quale è proceduto nascendo. Egli, d’altra parte, ha ricevuto ciò che era ed è nato il Verbo che da sempre è stato nel Padre. Così il Figlio è eterno ed è nato poiché in lui non è nato altro se non ciò che è eterno. (In Matthaeum 16,4)

4. Ma se costoro avessero potuto, mediante la fede e la rettitudine della loro vita, essere capaci di capire i Vangeli, saprebbero che il Verbo è in principio Dio e dal principio è presso Dio, che è nato da colui che era ed è in colui che è nato quello stesso presso il quale era prima che nascesse, cioè che colui che genera e colui che è generato hanno la stessa eternità. (In Matthaeum 31,3)

5. Se poi, trattando della natura di Dio e della sua nascita, porteremo dei paragoni a titolo di esempio, nessuno immagini che essi contengano la perfezione di un ragionamento compiuto. Non c'è infatti alcun confrotno tra le realtà terrene e Dio. Ma la debolezza della nostra intelligenza costringe a cercare immagini nelle realtà inferiori come indizi di quelle superiori, così che dal rapporto con le realtà familiari e a partire da ciò che ci dice il nostro pensiero consapevole, possiamo elevarci a quanto non siamo soliti pensare.

Ogni paragone perciò sia considerato utile all'uomo e non proporzionato a Dio, dato che esso indica una comprensione più che esaurirla. Non si pensi neppure che, mettendole a confronto, si considerino equiparabili la natura carnale e quella spirituale, la natura delle cose invisibili e quella delle cose tangibili, riconoscendo che ogni paragone è per un verso necessario alla debolezza dell'intelligenza umana, per l'altro esente da rimprovero che si possa fare a un esempio non adeguato. Continuiamo perciò a trattare di Dio con parole, rivestendo pure il nostro modo di vedere con immagini desunte dalle realtà umane. (De Trinitate I 19)

6. Ha comandato di battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, cioè nella confessione e dell'autore e dell'unigenito e del dono. C'è un solo autore di tutte le cose. Uno è infatti Dio, Padre dal quale tutte le cose. Uno è l'unigenito, il Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale tutte le cose. Uno è lo Spirito, dono presente in tutti. Tutte le cose sono ordinate secondo i loro attributi e i loro meriti. Una è la potenza da cui sono tutte le cose, uno il generato dal quale sono tutte le cose, uno il dono che contiene ogni speranza. E nulla si troverà mancante in una perfezione così grande, entro cui - nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo - si trovano l'infinità nell'eterno, la manifestazione nell'immagine, il godimento nel dono. (De Trinitate II 1)

7. Queste cose intorno al Padre io le avrei pensate e non esposte. Non mi sfugge infatti che nessun tipo di linguaggio ha la capacità di esprimere i suoi attributi. Occorre pensarlo invisibile, incomprensibile, eterno. Del resto, il fatto che è da se stesso e per se stesso, il fatto che è invisibile, incomprensibile ed eterno sono una proclamazione del suo onore, una indicazione del modo di concepirlo e una certa descrizione del nostro pensiero. Ma il linguaggio è inadeguato alla natura dell'oggetto e le parole non spiegano la realtà così com'è. [...]

Perciò il nostro confessarlo è sempre difettoso nel modo di formularne gli attributi, e qualunque termine utilizzeremo, non diremo mai come Dio è e quanto grande è. La scienza perfetta consiste nel conoscere Dio in modo da sapere che, pur non potendolo ignorare, neanche lo si può esprimere. occorre credere in lui, intenderlo, adorarlo e manifestarlo nel compimento di tali doveri. (De Trinitate II 7)

8. Era dunque ed è, perché proviene da colui che, quello che è, lo è sempre. L'essere poi da lui, cioè l'essere dal Padre, equivale alla nascita. L'essere sempre da colui che è sempre equivale ad eternità, una eternità che non proviene da sé, ma dall'eterno. Dall'eterno non proviene se non l'eterno. (De Trinitate XII 25).

9. Il Figlio ha ricevuto tutto dal Padre, per questo in lui il potere divino è stato ricevuto ed è nato: ‘Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio’. Colui che è giudice retribuisce dunque ogni uomo. (Super Psalmos 61,9)

10. Non chiede solo di essere lui stesso glorificato, così da avere in proprio qualche misura di gloria, ma domanda di essere glorificato presso il Padre stesso. Perché infatti rimanesse nell'unità con lui come vi era rimasto prima, il Padre l'avrebbe glorificato presso di sé, per il fatto che l'unità della sua gloria si era ritirata per l'obbedienza esercitata nell'economia salvifica. Chiedeva cioè di ritornare, grazie alla glorificazione, in quella natura in cui era unito [al Padre] per il mistero della nascita divina, e di essere glorificato dal Padre presso lui stesso. (De Trinitate IX 39)

11. E ad Abramo parla Dio, mentre ad Agar ha parlato l'angelo di Dio. Dio allora corrisponde a colui che è angelo, perché colui che è angelo di Dio è nato come Dio da Dio. Se poi è detto angelo di Dio, lo è in quanto corrisponde all'angelo del gran consiglio. Ma in seguito lo stesso è mostrato come Dio, perché non si ritenesse un angelo colui che è Dio. (De Trinitate IV 24)

12. Il Figlio procede dal Padre che è l'essere, unigenito da ingenerato, generato da generante, vivente da vivente. Come il Padre ha la vita in se stesso, così è dato anche al Figlio di avere la vita in se stesso. Perfetto da perfetto, perché è intero da intero. Non c’è divisione né separazione, perché l’uno è nell’altro, e la pienezza della divinità è nel Figlio. Incomprensibile da incomprensibile, perché non c’è conoscenza se non reciproca. Invisibile da invisibile perché è immagine del Dio invisibile, e perché chi vede il Figlio, vede anche il Padre. Uno proviene dell’altro, perché sono Padre e Figlio.

La natura divina non è diversa nell’uno e nell’altro, perché i due sono una cosa sola. Dio proviene da Dio. Il Dio unigenito da un solo Dio ingenerato. Non due ingenerati, perché colui che è nato proviene da chi è senza nascita. L’uno in nulla differisce dall’altro, perché la vita del vivente è in colui che vive. (De Trinitate II 11)

13. La fede apostolica quindi, se annuncerà il Padre, lo annuncerà come il Dio unico; se annuncerà il Figlio, lo annuncerà come il Dio unico, perché la stessa e identica natura divina è nell'uno e nell'altro; posto che il Padre è Dio e il Figlio è Dio e uno solo è il nome della natura dell'uno e dell'altro, un solo Dio indica l'uno e l'altro. Difatti, Dio da Dio e Dio in Dio non fanno due dèi, perché l'uno dall'uno rimane nell'unità della natura e del nome; e neppure decade a un Dio solitario, perché con uno e uno non si intende un Dio solitario. (De Trinitate VII 32)

14. Per questo motivo si è tentato, col pretesto dell'eresia di Valentino, di escludere il nome di emissione, perché non si continuasse a credere nella realtà della nascita, dato che l'idea di emissione, secondo il modo umano di ragionare, non è molto lontana dalla natura di una nascita materiale. (De Trinitate VI 9)

15. Il Padre è come è, e occorre credere che è così. Raggiungere il Figlio fa spaventare la mente la mente, e ogni discorso trema nel presentarsi. Discende infatti dall'ingenerato, uno da uno, vero da vero, vivo da vivo, perfetto da perfetto, potenza da potenza, sapienza da sapienza, gloria da gloria, immagine del Dio invisibile, forma del Padre ingenerato. In che termini formuleremo il discendere dell'unigenito dall'ingenerato? Spesse volte infatti il Padre proclama dal cielo: Questi è il Figlio mio diletto, in lui mi sono compiaciuto. Non si tratta di un taglio o di una divisione. È infatti impassibile colui che ha generato, ed è immagine del Dio invisibile colui che è nato; e attesta: Perché il Padre è in me e io nel Padre. Non c'è adozione, perché è vero Figlio di Dio [...] (De Trinitate II 8)

16. Ascolti: Io e il Padre siamo una cosa sola. Perché disgiungi, separi il Figlio del Padre? Sono una cosa sola colui che è e colui che da lui è, e nulla ha che non sia anche in colui da cui è. Quando ascolti il Figlio che dice: Io e il Padre siamo una cosa sola, adatta la realtà alle persone. Permetti al generante e al generato di esprimere quello che sono. Sono una cosa sola, come lo sono chi ha generato e chi è stato generato. Perché escludi la natura [comune], perché neghi la verità? Ascolti: Il Padre in me e io nel Padre. E le opere del Figlio lo testimoniano del Padre e del Figlio. Non introduciamo un corpo in un altro corpo con la nostra intelligenza, né versiamo uno nell'altro come acqua nel vino; riconosciamo invece in tutti e due sia la medesima somiglianza di potere sia la pienezza della divinità.

Il Figlio ha ricevuto tutto dal Padre, è la forma di Dio e immagine della sua sostanza. L'espressione "immagine della sostanza" serve solo a distinguere colui che è da colui da cui è, secondo la fede nella loro sussistenza [personale], e non per farci intendere qualche dissomiglianza di natura. Che il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre significa che in ambedue c'è la pienezza perfetta della divinità. Il Figlio infatti non comporta una diminuzione nel Padre, né il Figlio è dal Padre in maniera imperfetta. L'immagine non esiste mai da sola, e la somiglianza non si rapporta mai a se stessa. Nulla può essere simile a Dio se non ciò che si introduca tra loro due una diversità. (De Trinitate III 23)

17. Chi ha visto me, ha visto anche il Padre. Qui egli non si riferisce alla visione corporea e alla vista degli occhi in senso fisico, ma a quegli occhi di cui aveva detto: Non dite voi che mancano ancora quattro mesi, e viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi, perché biondeggiano per la mietitura. La stagione dell'anno e i campi che biondeggiano per la mietitura non permettono di intendere qui qualcosa di terrestre e di materiale. ma ha ordinato di levare gli occhi nell'intelligenza per osservare la beatitudine dei frutti perfetti, come ora che dice: Chi ha visto me, ha visto anche il Padre. Il fatto di trovarsi nella carne per il parto della Vergine non aiuta infatti a contemplare la forma e l'immagine di Dio, e neppure serve da modello la figura dell'uomo assunto per vedere la natura di Dio incorporeo. ma se alcuni hanno conosciuto lui dal potere della natura, in lui hanno conosciuto Dio. (De Trinitate VII 37)

18. Chi ha visto me, ha visto anche il Padre mio. Ma forse il dottore delle genti, Paolo, ha ignorato o passato sotto silenzio il valore dell'espressione del Signore, quando ha detto: Il quale è immagine del Dio invisibile? E io chiedo: c'è un'immagine visibile di un Dio invisibile, e si può rappresentare l'aspetto de un Dio infinito mediante le fattezze di un'immagine? È necessario infatti che l'immagine riproduca la forma di colui di cui è immagine. Quanti poi pretendono che nel Figlio ci sia una natura di altro genere, stabiliscano in che senso vogliono che il Figlio sia immagine del Dio invisibile. Forse si tratterà di un'immagine corporea e visibile, che va errando da un luogo a un altro, sempre in movimento? Ricordino tuttavia che, secondo i vangeli e gli apostoli, Cristo è Spirito e Dio è Spirito. Se vorranno circoscrivere questo Cristo Spirito nei limiti di un corpo suscettibile di forma, questo essere corporeo non sarà immagine del Dio invisibile, e una limitazione definita non sarà immagine del Dio infinito.

Ma il Signore non ci ha lasciati nell'incertezza: Chi ha visto me, ha visto anche il Padre. E neppure l'apostolo ha sottaciuto l'identità di colui che è immagine del Dio invisibile. Il Signore infatti aveva detto: Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; insegnava così che in lui si vedeva il Padre perché compiva le sue opere, in modo che la conoscenza del potere della natura mostrava la natura del potere conosciuto [...] (De Trinitate VIII 48-49)

19. Il Padre dunque è maggiore del Figlio. E certamente è maggiore, perché dona [al Figlio] di essere tutto ciò che egli stesso è: nel mistero della nascita gli concede di essere immagine della propria natura ingenerata; lo genera nella sua forma a partire da sé; dalla forma di servo lo riporta di nuovo nella forma divina; a colui che è nato da sempre nella propria gloria come Cristo Dio dona di essere di nuovo nella propria gloria come Dio secondo la carne, Gesù Cristo, una volta che è andato incontro alla morte. (De Trinitate IX 54)

20. Difatti, colui che è nato uomo dalla Vergine, era allora Figlio di dio. Ma colui che è Figlio dell’uomo è lo stesso che era anche Figlio di Dio. Rinato poi nel battesimo anche come Figlio di Dio, nasceva identico e diverso. È scritto infatti, dopo che fu risalito dall’acqua: ‘Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato’. Ma secondo la generazione di un uomo che rinasce, egli rinasceva allora per Dio anche come Figlio perfetto, essendo stati messi sullo stesso piano, nel battesimo, sia il Figlio dell’uomo che il Figlio di Dio. Ma quanto ora si trova nel salmo: ‘Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato’, secondo l’autorità apostolica è da riferirsi non al parto della Vergine, né alla generazione del lavacro battesimale, ma al primogenito dei morti. (Super Psalmos 2,29-30).

21. Io ritengo che lo Spirito santo offra, per così dire, la materia dei doni di grazia concessi da Dio a coloro che per lui e per la loro partecipazione a lui sono chiamati "santi": questa materia dei doni di grazia, di cui si è detto è prodotta da Dio Padre, è dispensata da Cristo e diventa sussistente nello Spirito Santo. (ORÍGENES, In Joh. 2,77)

22. Lo Spirito Santo infatti è uno solo dappertutto, ha illuminato tutti i patriarchi, i profeti e tutto il coro della legge, ha ispirato anche Giovanni nel grembo materno, è stato donato infine agli apostoli e agli altri credenti, per far conoscere la verità che è stata loro concessa. (De Trinitate II 32)

23. Vi era in Gesù Cristo una natura umana completa, e perciò il corpo, assunto per servire lo Spirito, ha compiuto in sé tutto il mistero della nostra salvezza. (In Matthaeum 2,5)

24. Con l'espressione 'lo Spirito del Signore' si deve intendere -credo- che è indicato Dio Padre, e che il Signore Gesù Cristo ha proclamato che lo Spirito del Signore è su di lui, e per questo il Padre lo ha unto e lo ha mandato ad evangelizzare. In lui infatti si manifesta il potere della natura del padre, il quale mostra che il Figlio è in comunione con la sua natura anche dopo che è nato nella carne attraverso il mistero di tale unzione spirituale; così una volta verificatasi la nascita nel battesimo, si è udita anche l'allusione a questa condizione propria di Gesù mediante la voce che attestava dal cielo: Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato. (De Trinitate VIII 25)

25. Questa donna, andando incontro al Signore che passa, confida di essere guarita dalla sua emorragia toccando il vestito del Signore. Ciò significa che lei, sporcata dalle macchie del suo corpo e deteriorata dal sudiciume di un vizio interiore, si affretta a toccare con fede il lembo del vestito, ad afferrare cioè, in compagnia degli apostoli, il dono dello Spirito Santo che esce dal corpo di Cristo come in lembo di un vestito. E subito guarisce. (In Matthaeum 9,6)

26. [...] il profeta annunzia che Dio è esaltato sopra i cieli. E poiché, una volta innalzato sopra i cieli, avrebbe colmato tutte le cose della terra con la gloria del suo Santo Spirito, soggiunge: ‘E su tutta la terra la tua gloria’, proclamando la gloria del Signore innalzato sopra i cieli, come dono dello Spirito effuso su ogni carne. (Super Psalmos 56,6)

27. Così ciò che apparteneva al tempo avrebbe ricevuto la gloria di quello splendore che è senza tempo, e la corruzione della carne sarebbe scomparsa, trasformata per l'incorruttibilità dello Spirito nella potenza di Dio. (De Trinitate III 16)

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4. La gloria del corpo

1. Nemmeno qui disse: affinchè abbiano, ma affinchè veggano il mio splendore. Il servo vede, mentre il Signore possiede. (AMBROSIUS, De fide V 87)

2. Così, il Dio che è immagine viva del Dio vivente, forma compiuta della natura beata, Figlio unigenito della sostanza priva di nascita, se non possiede la gloria perfetta della beatitudine del Padre e non è per ogni aspetto un riflesso della sua natura, non è vera immagine del Padre. (De Trinitate XI 5)

3. [...] uno da uno, vero da vero, vivo da vivo, perfetto da perfetto, potenza da potenza, sapienza da sapienza, gloria da gloria, immagine del Dio invisibile, forma del Padre ingenerato [...] Ascolta il Figlio, immagine, sapienza, sapienza, forza, gloria di Dio. (De Trinitate II 8.10)

4. Isaia dice di non aver mai visto un Dio fuori di questo. Ha visto infatti la gloria di Dio, di cui ha preannunziato il mistero dell'incarnazione della Vergine. E se tu, eretico, ignori che in quella gloria ha visto il Dio unigenito, ascolta Giovanni evangelista che afferma: Questo ha detto Isaia, quando ha visto la sua gloria e ha parlato di lui. [...] Isaia infatti ha visto Dio. Benché sia scritto: Nessuno ha visto Dio, se non il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre [...] il profeta tuttavia ha visto Dio e ha contemplato la sua gloria [...]. (De Trinitate V 33)

5. [...] ha acquisito la gloria di uno splendore che non si poteva guardare e la luce irresistibile della maestà divina che gli era accanto ha irradiato le fattezze corruttibili del suo volto. (De Trinitate V 23)

6. Perciò , la richiesta della gloria da dare e viceversa della gloria da restituire non toglie qualcosa al Padre e non indebolisce il Figlio. Si manifesta invece la stessa potenza divina in tutti e due. (De Trinitate III 12)

7. Ma colui che era Figlio di Dio aveva cominciato ad essere anche figlio dell'uomo [...] Non aveva perduto ciò che era, ma aveva cominciato ad essere ciò che non era. [...] il Figlio fatto carne chiedeva ora che la carne cominciasse ad essere per il Padre ciò che era il Verbo. Così ciò che apparteneva al tempo avrebbe ricevuto la gloria di quello splendore che è senza tempo, e la corruzione della carne sarebbe scomparsa, trasformata per la incorruttibilità dello Spirito nella potenza di Dio. (De Trinitate III 16)

8. Non chiede solo di essere lui stesso glorificato, così da avere in proprio qualche misura di gloria, ma domanda di essere glorificato presso il Padre stesso. Perché infatti rimanesse nell'unità con lui come vi era rimasto prima, il Padre l'avrebbe glorificato presso di sé, per il fatto che l'unità della sua gloria si era ritirata per l'obbedienza esercitata nell'economia salvifica. Chiedeva cioè di ritornare, grazie alla glorificazione, in quella natura in cui era unito [al Padre] per il mistero della nascita divina, e di essere glorificato dal Padre presso lui stesso. (De Trinitate IX 39)

9. il Figlio dell’uomo sarebbe stato generato come perfetto Figlio di Dio, riprendendo e donando così al corpo la gloria della propria eternità, mediante la potenza della risurrezione. [...]

Non era però allora esattamente tutto ciò che domandava di diventare, chiedeva così di diventare tutt’intero non altro se non ciò che era. [...] Questo è dunque il giorno della sua risurrezione, in cui riprende la gloria per la quale nasce a ciò che era prima dei tempi. Ma se nasce a ciò che era prima dei tempi, questo tuttavia avviene nel contesto del tempo, cosa che non era.

E quindi il Figlio dell’uomo, d’ora innanzi, si vedrà sedere alla destra della potenza, poiché la natura della carne, glorificata dopo la risurrezione, veniva elevata a quello stato di gloria che aveva posseduto prima. Il Figlio dell’uomo, destinato a sedere con il Padre, nasceva allora come Figlio vivente di Dio, non più destinato a morire, una volta che la corruzione della carne ormai era stata assorbita nella immortalità. (Super Psalmos 2,27)

10. Dato che una cosa è l'essere Dio prima di essere uomo, un'altra l'essere uomo e Dio, un'altra ancora l'essere tutt'intero uomo e tutt'intero Dio dopo essere stato uomo e Dio, non confonderai il mistero della economia salvifica quanto ai tempi e ai modi di essere. Difatti, conformemente alle nature e ai modi di essere, all'interno del mistero del suo farsi uomo, è necessario che egli parli un linguaggio prima di nascere, un altro quando deve ancora affrontare la morte, un altro quando è già nell'eternità. (De Trinitate IX 6)

11. Ma ecco il punto supremo dell'economia della salvezza: ora il Figlio tutt'intero, ossia uomo e Dio, per condiscendenza della volontà paterna si trovava unito alla natura paterna, e colui che rimaneva nel potere della natura [divina], rimaneva anche nel modo di essere di tale natura. Questo infatti acquisiva per l'uomo, di poter essere Dio.

Ma l'uomo assunto in nessun modo poteva rimanere nell'unità con Dio, se non giungendo all'unità con chi era Dio per natura en virtù dell'unità di Dio. E per il fatto che il Dio Verbo era nella natura di Dio anche il Verbo fatto carne si ritrovava, a sua volta, nella natura di Dio; e così l'uomo Gesù Cristo poteva rimaenre nella gloria di Dio Padre, se la carne era unita alla gloria di Verbo. Il Verbo fatto carne ritornava allora nell'unità della natura paterna anche come uomo, dal momento che la carne assunta aveva raggiunto la gloria del Verbo.

Bisognava perciò che il Padre gli restituisse l'unità  di natura con lui, in modo che chi era nato dalla sua natura si ritrovasse di nuovo in lui per essere glorificato. La novità dell'economia salvifica aveva introdotto un impedimento all'unità, e ora non ci poteva essere unità perfetta come prima, se la carne assunta non fosse stata glorificata presso di lui. (De Trinitate IX 38)

12. Il Padre dunque è maggiore del Figlio. E certamente è maggiore, perché dona [al Figlio] di essere tutto ciò che egli stesso è: nel mistero della nascita gli concede di essere immagine della propria natura ingenerata; lo genera nella sua forma a partire da sé; dalla forma di servo lo riporta di nuovo nella forma divina; a colui che è nato da sempre nella propria gloria come Cristo Dio dona di essere di nuovo nella propria gloria come Dio secondo la carne, Gesù Cristo, una volta che è andato incontro alla morte. (De Trinitate IX 54)

13. [...] non si deve più cercare un altro Padre all’infuori di questo, né un’altra sostanza con cui siamo stati plasmati oltre quella che abbiamo detto prima e che è stata indicata dal Signore , né un’altra Mano di Dio oltre quella che dall’inizio alla fine ci plasma, ci prepara per la vita, è accanto alla sua creatura e la rende perfetta ad immagine e somiglianza di Dio. (IRENAEUS, Adversus Haereses V 16,1)

14. ‘Sappiano le nazioni che sono uomini’, cioè sono state generate dalla terra e formate dal fango, per giungere alla conoscenza di Dio. Ciò che prima gli uomini non conoscevano perché ignoravano la legge di Mosè, ora lo conoscono per la predicazione del Signore nostro Gesù Cristo. Come nel nuovo legislatore riconoscono la loro origine, cioè la natura corporea, così dallo stesso nuovo legislatore attendono anche la gloria, essi che, fin dal loro apparire, sono stati formati ‘a immagine e somiglianza di Dio’. (Super Psalmos 118 mem 10)

15. Non ritiene di vivere nel tempo presente, ma attende la vita, quando questo corpo mortale sarà distrutto e verrà assorbito nella gloria dell’immortalità. Sa che gli è stata fatta questa promessa fin dal primo istante della sua creazione, quando dio dice: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza’. Questo è l’inizio della parola di Dio sull’uomo, quando l’origine della nostra discendenza veniva stabilita a immagine dell’eternità senza fine. [...] Questo è allora il fondamento di una verità immutabile; così la verità all’inizio delle parole divine è che l’uomo nuovo, rigenerato in Cristo, viva eternamente in futuro, secondo l’immagine del Dio eterno, cioè dell’Adamo celeste. (Super Psalmos 118 resch 9-10)

16. Che quindi Dio sia tutto in tutto è a vantaggio della nsotra natura assunta. Colui che essendo nella forma di Dio è stato trovato nella forma di servo, deve essere di nuovo proclamato nella gloria di Dio Padre; così si comprenderà con chiarezza che rimane nella forma di colui nella cui gloria dovrà essere confessato.

Si tratta perciò soltanto di un'economia di salvezza, non di un mutamento; egli continua ad essere nella natura in cui si trovava. Ma essendoci uno stadio intermedio in cui ha cominciato ad esistere, cioè con la nascita umana, tutto è acquisito per quella natura che prima non era Dio, dato che, come si mostra, Dio è tutto in tutto a seguito del mistero dell'economia salvifica. Si tratta allora di un guadagno e di un vantaggio per noi, che siamo resi conformi alla gloria del corpo di Dio.

D'altronde il Dio unigenito, pur essendo nato come uomo, altro non è che Dio tutto in tutto. Quella sottomissione del corpo infatti, per la quale ciò che in lui è carnale viene assimilato nella antura spirituale, fa sì che Dio tutto in tutto sia quello che, oltre che Dio, è anche uomo; ma è la nostra umanità ad essere elevata a questo livello. Del resto, noi progrediremo fino alla conformità nella gloria con colui che è uomo come noi. Rinnovati per la conoscenza di Dio, saremo trasfigurati a immagine del Creatore, secondo la parola dell'apostolo [...]

L'uomo quindi è reso immagine perfetta di Dio. Difatti, divenuto conforme alla gloria del corpo di Dio, si eleva fino all'immagine del Creatore secondo il modello disposto per il primo uomo. E reso uomo nuovo per la conoscenza di Dio dopo aver lasciato il peccato e l'uomo vecchio, giunge alla perfezione del suo essere, conosce il suo Dio e per questo ritorna ad essere immagine sua. Per la retta fede cammina verso l'eternità, e rimarrà in eterno immagine del suo creatore. (De Trinitate XI 49)

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5. Il corpo glorioso de Cristo

1. Egli ha assunto in sé la natura di ogni carne e, divenuto per mezzo di essa la vite vera, ha in sé la radice di ogni tralcio. Se dunque qualche tralcio è incredulo o infecondo, si offre da se stesso per esserne sradicato; pur rimanendovi per natura, ne sarà strappato per incredulità o infecondità. (Super Psalmos 51, 16)

2. [...] a tutti infatti è aperta, perché siano partecipi del corpo di Dio e del Regno, dal momento che il Verbo di Dio si è fatto carne ed ha abitato tra noi, assumendo cioè in sé la natura dell’intera umanità, ma perché ciascuno, secondo che avrà meritato, si offrirà ad essere strappato dalla tenda e sradicato perciò dalla terra dei viventi, anche se non gli era stato mai impedito di farne parte, visto che per l’assunzione della natura era stato accolto come membro. (Super Psalmos 51, 17)

3. Ma solo al Padre e al Figlio appartiene per natura di essere una cosa sola, poiché Dio da Dio e l'unigenito dall'ingenerato non può esistere se non nella natura di chi gli ha dato origine - così chi è generato si trova ad essere anche nella sostanza che corrisponde alla sua nascita, e la nascita non ha altra verità se nonq uella da cui è partita -, il Signore non ci ha lasciato alcun dubbio in ordine alla fede e ci ha insegnato in tutto il discorso successivo la natura di tale assoluta unità. Segue infatti: Perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

Il mondo quindi crederà che il Figlio è stato mandato dal Padre per il motivo che quanti crederanno in lui saranno una cosa sola nel Padre e nel Figlio. E come lo saranno, subito ci viene detto: E io ho dato loro la gloria che tu mi hai dato a me. E ora io chiedo: la gloria è lo stesso che la volontà? La volontà è un movimento dell'animo, mentre la gloria è la manifestazione o la dignità della natura.

Il Figlio dunque a tutti coloro che crederanno in lui ha dato la gloria ricevuta dal Padre e non certo la volontà; se fosse questa ad essere data, la fede non avrebbe alcun premio, perché ci sarebbe infusa dalla necessità di una volontà imposta. Ha mostrato poi a che cosa serve la concessione della gloria che abbiamo ricevuto: Perché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola. Questo è il motivo per cui la gloria è stata data, che tutti cioè siano una cosa sola. Quindi già tutti sono una cosa sola nella gloria, perché non è stata data una gloria diversa da quella ricevuta, e non è stata data per altro, se non perché tutti siano una cosa sola. E se tutti sono una cosa sola per la gloria data al Figlio, e dal Figlio concessa, a sua volta, ai credenti, io chiedo: in che modo la gloria del Figlio sarà diversa da quella del Padre, se è la gloria del Figlio ad accogliere tutti i credenti nella gloria del Padre?

Un simile modo di esprimere la speranza umana potrà essere insolito, ma non mancherà di fede. Benché sia temerario sperare questo, è tuttavia empio non credervi, dal momento che per noi è uno solo e lo stesso il garante sia della speranza che della fede.

Di questo punto tratteremo, come è giusto, a suo luogo con maggiore chiarezza e abbondanza. Intanto, anche da quanto ora diciamo si capirà comunque che questa nostra speranza non è né vuota né temeraria. Tutti sono dunque una cosa sola per la gloria ricevuta e data. Conservo la fede, e recepisco il motivo dell'unità. Ma non intendo ancora in che modo la gloria concessa faccia sì che tutti siano una cosa sola. (De Trinitate VIII 12).

4. Ma il Signore, senza lasciare alcuna incertezza alla scienza dei fedeli, ha insegnato l'effetto stesso prodotto nella natura [umana], dicendo: Perché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola, io in essi e tu in me, perché siano perfetti nell'unità.

A coloro che ammettono l'unità di volontà tra il Padre e il Figlio, chiedo se Cristo è in noi per la realtà della natura o per la concordia della volontà. Se infatti veramente il Verbo si è fatto carne, e noi riceviamo veramente il Verbo fatto carne come alimento del Signore, come pensare che non rimane naturalmente in noi, lui che, nato come uomo, ha assunto la natura della nostra carne, ormai inseparabile da lui, e ha mescolato la natura della sua carne alla natura eterna nel sacramento della carne, a cui noi dobbiamo comunicare?

Così infatti noi tutti siamo una sola cosa, perché il Padre è in Cristo e Cristo è in noi. Chiunque allora negherà che il Padre è in Cristo per natura, dovrà prima negare che per natura lui è in Cristo e Cristo in lui, dato che il Padre in Cristo e il Cristo in noi fanno sì che in essi noi siamo una cosa sola. Se quindi veramente Cristo ha assunto la carne del nostro corpo, se veramente l'uomo nato da Maria è il Cristo, e veramente nel sacramento [dell'Eucaristia] noi riceviamo la carne del suo corpo, e saremo una cosa sola perché il padre è in lui e lui è in noi, c'è da chiedersi: in che modo si può affermare [solo] una unità di volontà, dal momento che, grazie al sacramento, è propriamente la natura il sacramento dell'unità perfetta? (De Trinitate VIII 13).

5. Con l’unica pecora si deve intendere l’uomo e nell’unico uomo si deve vedere l’insieme degli uomini. Ma nel peccato del solo Adamo tutta l’umanità ha peccato. Le novantanove che non si sono smarrite quindi devono essere considerate come la moltitudine degli angeli celesti, i quali provano gioia e premura in cielo per la salvezza dell’uomo. Colui che va in cerca dell’uomo è Cristo, le novantanove che non si sono smarrite sono la moltitudine della gloria celeste, alla quale, tra la gioia più grande, è stato riportato nel corpo del Signore, l’uomo che si era perduto. A ragione quindi questo numero è aggiunto, sotto forma di lettera, ad Abramo e si compie in Sarra: da Abramo infatti si passa al nome di Abraamo e Sara riceve il nome di Sarra. In uno solo, Abraamo, siamo rappresentati tutti noi e, per mezzo di noi, che formiamo tutti una sola cosa, il numero della Chiesa celeste deve raggiungere la sua pienezza. (In Matthaeum 18, 6)

6. Il sogno di Adamo e la creazione di Eva prefigurazione della resurrezione della carne

Bisogna considerare che nel sonno di Adamo e nella creazione di Eva c'è anche la rivelazione in figura del mistero nascosto riguardante Cristo e la Chiesa: questa rivelazione infatti ci offre dei motivi validi per credere alla resurrezione dei corpi. Nella creazione della donna, difatti, non viene preso più del fango, la terra non è più plasmata per formare un corpo, il soffio di Dio non trasforma più la materia inanimata in un'anima vivente, ma la carne cresce sull'osso, alla carne è data la perfezione del corpo, e alla perfezione del corpo si aggiunge la forza dello spirito. Dio ha annunciato quest'ordine alla resurrezione attraverso il profeta Ezechiele, insegnando, a proposito delle realtà future, ciò che può la sua potenza. Tutto infatti vi concorre: c'è la carne, lo spirito sopravviene, non si perde nessuna delle sue opere per Dio, il quale, per animare il corpo umano, che è opera sua, ha trovato presenti queste cose, che non esistevano.

Ora, secondo l'apostolo, è questo "il mistero nascosto in Dio da secoli", che "i gentili cioè sono chiamati a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa in Gesù Cristo", "che ha il potere secondo lo stesso apostolo, di conformare il nostro misero corpo al suo corpo glorioso".

Dunque dopo il sonno della sua passione l'Adamo celeste, al risorgere della Chiesa, riconosce in essa il suo osso, la sua carne, non più creata dal fango e vivificata dal soffio, ma che cresce sull'osso e fatta corpo da corpo, raggiunge la sua perfezione sotto il soffio dello spirito. Coloro infatti che sono in Cristo risusciteranno come Cristo, nel quale si è compiuta già da ora la risurrezione di tutta la carne, poiché lui stesso è nato nella nostra carne per la potenza di Dio, nella quale suo Padre lo ha generato prima dei secoli. E poiché il giudeo e il greco, il barbaro e lo scita, lo schiavo e l'uomo libero, l'uomo e la donna, tutti sono una sola cosa in Cristo, dal momento che la carne è nata dalla carne, che la chiesa, tutto ciò che è stato preparato da Cristo per la chiesa per la consumazione dei tempi, si è già compiuto in Adamo ed Eva all'inizio della storia del mondo. (De mysteriis I 5)

7. Così ciò che apparteneva al tempo avrebbe ricevuto la gloria di quello splendore che è senza tempo, e la corruzione della carne sarebbe scomparsa, trasformata per la incorruttibilità dello Spirito nella potenza di Dio. (De Trinitate III 16)

8. Ma bisogna cercare di capire perché neanche uno di essi cadrà, senza che Dio lo voglia. La volontà di Dio è che uno di essi si alzi in volo, ma la Legge, uscita dal piano di Dio, stabilisce che uno di essi piuttosto cada. Se essi volassero, sarebbero una cosa sola, cioè il corpo acquisterebbe la natura dell’anima e il peso della natura terrena sarebbe eliminato a favore della sostanza dell’anima e diventerebbe un corpo spirituale. (In Matthaeum 10, 19)

9. Inoltre, la ragione mi persuadeva che non sarebbe degno di Dio aver introdotto l'uomo in questa vita in cui egli partecipa del senno e della saggezza, se poi fosse obbligato a cessare di vivere e morire per sempre. In tal modo, chi ancora non esiste verrebbe al mondo solo per non esistere più, ma una volta introdotto in esso; sappiamo invece che il solo motivo del nostro nascere è che quanto non era cominci ad esistere, e non che non esista quanto ha cominciato ad essere. (De Trinitate I 9)

10. La nostra natura quindi, spinta continuamente all'accrescimento per la necessità di una legge universale, attende senza arroganza la promozione a una natura più alta. Per l'essere umano l'incremento è secondo natura, mentre la diminuzione è contro natura.

È stato pertanto proprio di Dio essere altro da ciò che era in modo permanente, senza tuttavia lasciare di essere ciò che era stato: nascere come Dio nell'uomo, e tuttavia non cessare di essere Dio; rimpicciolirsi fino al concepimento, alla culla, all'infanzia, e con tutto ciò non venir meno al potere divino. Questo non è un mistero per lui, ma per noi. E per lui non è un vantaggio l'assumere quanto noi siamo, ma il volere la propria umiliazione è promozione per noi. Egli non perde l'essere Dio e l'uomo acquisisce di essere Dio. (De Trinitate IX 4)

11. Per quanti risorgeranno infatti non sarà aggiunto un corpo da materia esteriore, non sarà restituita una natura di origine estranea o fatta di elementi esterni. Invece, verrà fuori il medesimo corpo con l’acquisizione di uno splendore eterno, e quanto sarà nuovo in esso, lo sarà come il risultato di una trasformazione e non di una creazione. (Super Psalmos 55, 12)

12. Esiste qualcosa che è salvato per il nulla? Certamente tutto ciò che, ricevuta la risurrezione, non è trovato degno della trasformazione. Pur essendo stata redenta in Cristo ogni carne perché risorga, e pur essendo obbligata a presentarsi al suo tribunale, tuttavia non per tutti, nell’atto del risorgere, si accompagnano la gloria e l’onore. Sono salvati quindi per il nulla coloro ai quali è concessa solo la risurrezione, senza la trasformazione. (Super Psalmos 55, 7)

13. Di simile indumento perciò sono ricoperti i montoni, di tale abito della gloriosa immortalità sono rivestiti. (Super Psalmos 64, 17)

14. Ai miti promette l’eredità della terra, ossia di quel corpo che il Signore stesso ha assunto come dimora. Poiché il Cristo abiterà in noi grazie alla mansuetudine del nostro spirito, noi pure saremo rivestiti della gloria del suo corpo glorificato. (In Matthaeum 4, 3)

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6. Il Regno del Signore risorto

1. Il Padre dunque è maggiore del Figlio. E certamente è maggiore, perché dona [al Figlio] di essere tutto ciò che egli stesso è: nel mistero della nascita gli concede di essere immagine della propria natura ingenerata; lo genera nella sua forma a partire da sé; dalla forma di servo lo riporta di nuovo nella forma divina; a colui che è nato da sempre nella propria gloria come Cristo Dio dona di essere di nuovo nella propria gloria come Dio secondo la carne, Gesù Cristo, una volta che è andato incontro alla morte. (De Trinitate IX 54)

2. Differendo per un po' la spiegazione di quanto il vangelo stesso dice, potremo forse ignorare la predicazione dell'Apostolo che dice: E senza dubbio nella confessione di tutti è stato manifestato nella carne, è stato giustificato nello Spirito, è stato visto dagli angeli, è stato annunciato alle genti, è stato creduto in questo mondo, è stato assunto nella gloria?

C'è ancora qualcuno così ottuso di mente da intendere che l'economia della carne assunta dal Signore sia altro dal mistero della pietà? In primo luogo, è fuori della fede in Dio chiunque è fuori di questo modo di confessare. L'apostolo infatti non dubita che tutti devono riconoscere che il mistero della nostra salvezza non è un disonore per la divinità, ma è il grande mistero della pietà. Non c'è quindi necessità, ma pietà; non debolezza ma un grande mistero di pietà; e il mistero non è più nascosto nel segreto, ma è manifestto nella carne, non è più soggetto a debolezza per la natura della carne, ma è giustificato nello Spirito. Così, per la giustificazione dello Spirito è lontana dalla nostra fede la debolezza della carne; per la manifestazione della carne il mistero non è nascosto, e dato che il mistero non può essere conosciuto, la confessione della fede si esprime solo nel grande mistero della pietà.

E così l'apostolo ha osservato l'ordine della fede nel suo insieme: essendoci pietà, c'è mistero; essendoci mistero, c'è conoscenza nella carne; essendoci conoscenza nella carne, c'è giustificazione nello Spirito. Come mistero della pietà che si manifesta nella carne, per essere veramente mistero, si manifesta nella carne mediante la giustificazione nello Spirito. E perché non si ignorasse in che senso quella manifestazione nella carne è giustificazione nello Spirito, il mistero che si è manifestato nella carne ed è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli è stato annunciato alle genti, è stato creduto in questo mondo, esso stesso è stato assunto nella gloria.

Perché sia per tutti il grande mistero della pietà, esso si manifesta nella carne, è giustificato nello Spirito, è assunto nella gloria. Difatti, l'annuncio viene dopo che è stato visto, la fede segue l'annuncio, e l'assunzione nella gloria porta a compimento ogni cosa. Il grande mistero della pietà è l'assunzione nella gloria, e per questa fede nel disegno salvifico ci prepariamo ad essere elevati alla conformità con la gloria del Signore.

Il grande mistero della pietà quindi è l'assunzione della carne, perché mediante l'assunzione della carne c'è la manifestazione del mistero. Eppure la manifestazione nella carne non deve esser confessata come altra cosa dal grande mistero della pietà, perché la sua manifestazione nella carne sta sia nella giustificazione dello Spirito che nell'assunzione della gloria. E con quale speranza crederemo infine che il disegno misterioso della pietà salvifica sia debolezza della divinità, se per l'assunzione nella gloria si deve confessare il grande mistero della pietà? E posto che non c'è debolezza ma mistero, non necessità ma pietà, occorre cercare ora il motivo dell'espressione evangelica, per evitare che il mistero della nostra salvezza e della nostra gloria non dia l'occasione per un annuncio eretico. (De Trinitate XI 9)

3. Pertanto il disegno salvifico di questo grande mistero della pietà ha fatto sì che quello che era Padre grazie alla nascita divina del Figlio, fosse anche Dio in rapporto alla condizione umana da lui assunta, dato che colui che era nella forma di Dio è stato trovato nella forma di servo. Non era servo, perché in virtù dello Spirito era Dio Figlio. E secondo il modo comune di vedere, dove non c'è servo, non c'è neppure il signore. Senza dubbio Dio è Padre per la nascita del Dio unigenito; ma in rapporto al fatto che questi è divenuto servo, possiamo pensare che Dio è Signore solo quando c'è il servo. Se prima non era servo grazie alla natura divina, e dopo ha cominciato ad essere ciò che non era per natura, non si può trovare altra ragione della signoria divina se non quella che nasce della condizione di servo [assunta dal Figlio]. Ha avuto un Signore grazie al disegno salvifico concernente la natura, nel momento in cui si è presentato come servo per aver assunto l'uomo. (De Trinitate XI 13)

4. Rimanendo dunque nella forma di servo colui che prima era nella forma di Dio, l'uomo Gesù Cristo ha detto: Ascendo al Padre mio e al Padre vostro, al Dio mio e al Dio vostro. Se allora da servo ha rivolto queste parole a dei servi, come questa dichiarazione non sarà quella di un servo? Come si potrà attribuirla all'altra natura che non esiste come natura di servo, se colui che rimanendo nella forma di Dio ha assunto la forma di servo non potrà avere comunione da servo con altri servi se non perché servo?

Il Padre quindi è Padre per lui come per gli uomini, e Dio è Dio per lui come per i servi. E dato che l'uomo Gesù Cristo dice queste cose come servo e nella forma di servo a degli uomini, non c'è dubbio che il Padre è tale per lui come per gli altri in quanto egli è uomo, ed è Dio per lui come per gli altri in virtù di quella natura per cui è servo. (De Trinitate XI 14)

5. Consegnerà dunque il regno a Dio Padre, non come se, consegnandolo, cedesse il suo potere; ma nel senso che noi, resi conformi alla gloria del suo corpo, saremo il regno di Dio. Non dice infatti: 'Consegnerà il suo regno', ma Consegnerà il regno, ossia consegnerà noi che saremo diventati regno di Dio grazie alla glorificazione del suo corpo. Consegnerà perciò noi facendoci regno, secondo questa parola evangelica: Venite, benedetti del Padre mio; possedete il regno preparato per voi dalla creazione del mondo. Perciò i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Il Figlio infatti consegnerà a Dio come suo regno quelli che ha chiamati facendoli regno [...]. (De Trinitate XI 39)

6. Pertanto il Dio unigenito si umilia e diventa obbediente al Padre fino alla morte di croce. In che modo si intenderà che egli sarà sottomesso al Padre, una volta che tutto sarà stato a lui sottomesso? Unicamente nel senso che questa sottomissione non sarà dovuta a una ulteriore obbedienza, ma al mistero dell'economia salvifica, dal momento che l'obbedienza già esiste e la sottomissione dovrà svilupparsi nel tempo. Il senso della sottomissione ora non è altro che una descrizione del mistero. (De Trinitate XI 30)

7. Le cose che dovranno accadere nella pienezza dei tempi, già sussistono in Cristo, nel quale si trova ogni pienezza; e nei fatti che si verificheranno c'è l'ordine del disegno salvifico e non una novità. Dio infatti ha sottomesso tutte le cose ai suoi piedi, anche se devono essere ancora sottomesse. Così, nel fatto che sono sottomesse si indica il potere immutabile di Cristo, mentre nel fatto che devono essere sottomesse nella pienezza dei tempi si mostra l'avanzare delle epoche che si accostano alla fede. (De Trinitate XI 31)

8. Non è una conoscenza segreta il fatto che ogni potenza avversa deve essere annientata, e che questo principe dell'aria e il potere degli spiriti maligni saranno consegnati alla rovina eterna, secondo questa parola: Allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno, che il Padre mio ha preparato per il diavolo e per i suoi angeli. L'annientamento non è lo stesso che la sottomissione. Difatti, annientare il potere avverso è sottrarre all'avversario il diritto al potere in modo che non esista più, e abolire il dominio del suo regno eliminandone la forza. Anche il Signore ne ha dato testimonianza, quando ha detto: Il mio regno non è di questo mondo. Prima aveva dichiarato che il dominatore di tale regno è lo stesso principe del mondo, il cui potere cesserà una volta che ne sarà stato annientato il dominio relativo al suo regno. La sottomissione invece, che riguarda l'obbedienza e la fede, è l'espressione sia di un libero affidamento sia di un mutamento. (De Trinitate XI 32)

9. È sottomissione perciò anche quella che fa passare da una natura a un'altra; lasciando di essere quello che è, il corpo passa in ciò da cui prende la forma. Lascia non per non esistere più, ma per essere innalzato. E si sottomette in virtù di un mutamento, passando nel modo di essere dell'altra natura che riceve. (De Trinitate XI 35)

10. Che quindi Dio sia tutto in tutto è a vantaggio della nostra natura assunta. Colui che essendo nella forma di servo, deve essere di nuovo proclamato nella gloria di Dio Padre; così si comprenderà con chiarezza che rimane nella forma di colui nella cui gloria dovrà essere confessato.

Si tratta perciò soltanto di un'economia di salvezza, non di un mutamento; egli continua ad essere nella natura in cui si trovava. Ma essendoci uno stadio intermedio in cui ha cominciato ad esistere, cioè con la nascita umana, tutto è acquisito per quella natura che prima non era Dio, dato che, come si mostra, Dio è tutto in tutto a seguito del mistero dell'economia salvifica.

Quella sottomissione del corpo infatti, per la quale ciò che in lui è carnale viene assimilato nella natura spirituale, fa sì che Dio tutto in tutto sia quello che, oltre che Dio, è anche uomo; ma è la nostra umanità ad essere elevata a questo livello. Del resto, noi progrediremo fino alla conformità nella gloria con colui che è uomo come noi. Rinnovati per la conoscenza di Dio, saremo trasfigurati a immagine del Creatore, secondo la parola dell'apostolo: Spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni, e rivestiti dell'uomo nuovo, che si rinnova nella conoscenza di Dio secondo l'immagine di colui che lo ha creato. L'uomo quindi è reso immagine perfetta di Dio.

Difatti, divenuto conforme alla gloria del corpo di Dio, si eleva fino all'immagine del Creatore secondo il modello disposto per il primo uomo. E reso uomo nuovo per la conoscenza di Dio dopo aver lasciato il peccato e l'uomo vecchio, giunge alla perfezione del suo essere, conosce il suo Dio e per questo ritorna ad essere immagine sua. Per la retta fede cammina verso l'eternità, e rimarrà in eterno immagine del suo creatore. (De Trinitate XI 49)

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